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La Parola “porta” del Silenzio

aprile 19, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Edizione 2012 − No Comments

(Bruno Forte, “Settimana di Camaldoli” 2001, Estratto)

Come può una religione della parola, come è il Cristianesimo, essere attuale in un tempo di declino della parola? Come possiamo annunciare come parola di Salvezza una religione tutta centrata sulla Parola? “La religione della Parola come religione del Silenzio”.  Un autore ebreo, André Neher, ha scritto l’esilio della parola, in cui dimostra anzitutto che la Bibbia non è il libro della parola, ma del silenzio. il Dio biblico sin dall’inizio ci viene presentato Dio nel silenzio.

C’è anzitutto la silenziosa scrittura dei cieli. Salmo 19: «I cieli narrano la gloria di Dio, e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento». Dio parla attraverso il silenzio delle sue opere. Questa è una prima dimensione del silenzio di Dio. I cieli narrano la gloria di Dio, dunque non c’è bisogno di parole. È ciò che esiste, è questa natura, è questa terra, è questo cielo, che ci parlando, tacendo, del loro Creatore. Ecco un primo aspetto della fenomenologia del silenzio: la silenziosa scrittura dei cieli, quella che ci lascia stupiti di fronte alla bellezza del creato. Quindi è la natura che comunica nel silenzio Dio stesso.

Ma c’è qualcosa di più profondo. Vediamo a proposito Elia e la sua storia (1Re 19). Elia è il profeta del monoteismo. Il suo nome El-ià, significa “solo Dio è Dio”. Elia combatte l’idolatria e difende il primato di Dio nel tempo della sconfitta di Dio; laddove la regina Gezabele vuole imporre i Baalim, gli idoli, Elia difende Dio. E scopriamo una cosa paradossale. Elia dopo avere vinto lo scontro con i profeti di Ba’al sul monte Carmelo, viene perseguitato ancora, fugge, è stanco e vuole morire, perché gli sembra che tutto sia inutile. Ma il Signore gli fa mangiare un pane e grazie alla forza che quel pane gli dà, Elia cammina 40 giorni e 40 notti, fino a giungere all’Oreb, il monte santo, e sul monte farà l’esperienza di Dio. «Ecco il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto di fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco». Dunque il Signore non è in nessuno dei segni di potenza, né il fuoco, né il vento, né il terremoto. Dove abita Dio? «Dopo il fuoco ci fu un mormorio di vento leggero». La tradizione letterale è “la vice del silenzio”. Elia conosce Dio nella voce del silenzio, anzi nel tenue silenzio.

Che cosa significa questo? Che Dio non parla nei segni della potenza e della grandezza del mondo. Dio parla laddove la tua intelligenza e il tuo cuore non gli danno appuntamento, Dio parla sorprendentemente laddove è il “silenzio” a parlarti di Lui, voce del silenzio. Quando non ce la fai, quando vorresti farla finita, quando tutto ti sembra perduto e soltanto un pane, davanti a Dio, ti fa camminare verso il monte santo, Dio non ti parla nella potenza e nella grandezza, ma nella sconfitta. Dio ti parla nel silenzio.

Infine, il Dio biblico è un Dio che tace laddove vorresti che la sua parola si facesse sentire, lo scandalo del Dio nascosto davanti alla sofferenza dei suoi figli: Is 8,17 «Io ho fiducia nel Signore che ha nascosto il suo volto alla casa di Giacobbe e spero in lui». Lettera dell’ebreo del Ghetto: “Tu non riuscirai a farmi perdere la mia fede in te, nonostante tutto quello che hai fatto ai tuoi figli, io ti amo perdutamente”. Il testo è stato scritto da un ebreo in Argentina oggi a New York e non quindi da un ebreo del Ghetto di Varsavia.  Dunque se tu vuoi fare l’esperienza di Dio, del Dio dei padri, devi conoscere il silenzio di Dio. La domanda allora diventa questa: Perché Dio tace?  Lo studio del silenzio nella Bibbia porta Neher a capire che nella Bibbia ci sono almeno due concezioni di Dio. Per spiegarle uso le due metafore di André Neher.

1-Il “Dio dei ponti sospesi”: il Dio che sull’abisso che ci separa da Lui, lancia il ponte della sua parola (dabar). La parola è il grande ponte che unisce l’uomo a Dio. È il Dio che rassicura, che promette, che dà una certezza; da “gan” (giardino) a “midbar” (deserto) a “dabar” (parola). La Bibbia è il libro della Parola, la sua parola è luce, è calore, è forza che trasforma il deserto in giardino. Accanto al Dio dei ponti sospesi c’è:

2-Il “Dio delle arcate spezzate”: il Dio che sull’abisso che ci separa da lui lascia che noi ci sforziamo di gettare un arco che, tuttavia, resta sempre interrotto perché non riusciamo ad afferrare Dio. Tutti i nostri tentativi di dire Dio naufragano sull’abissale distanza distanza che ci separa da lui. Questo è il Dio del silenzio, il Dio che non riesci a dire, non riesci a capire. Per Neher questo Dio è il che si ritrova in tutti i grandi momenti della fede. È il Dio a cui grida l’ebreo credente entrando nelle camere a Gas dicendo (anì maamin) “Io credo”. La fede nasce in Gen 22 : l’akkedà di Isacco, quando Abramo è chiamato a offrire Isacco del suo cuore. E Abramo si fida di Dio, nonostante il suo silenzio. Credere significa affidarsi perdutamente all’invisibile che ti chiama.

Ma perché Dio tace? André Neher risponde: « Perché se Dio fosse solo il Dio della Parola ci accecherebbe con la sua luce. Dio è il Dio del silenzio, perché solo il silenzio di Dio è la condizione del rischio e della libertà». Se credere in Dio fosse solo rassicurazione, certezza, se Dio fosse solo il Dio dei ponti sospesi, allora noi crederemmo in Dio come in una ideologia che ci tranquillizza. Ma solo se Dio è il Dio dell’arcata spezzata, il Dio che tace quando vorresti udire la sua voce, allora la tua difficile libertà può credere il Lui. In altre parole il silenzio di Dio è lo spazio della nostra libertà. André Neher dice che ciò che conta nell’Ebraismo non è il risultato. Il compimento è nell’opera del piantare, non nel Messia.

Il Dio biblico del Nuovo Testamento

La parola di Dio è tutta intrisa del suo silenzio. E se non lo fosse, la Bibbia sarebbe il Capitale di Marx, sarebbe il manifesto di una ideologia, la pretesa di spiegare il mondo con la parola e il concetto; invece la Bibbia è una finestra sull’abisso, sull’infinito. Dio è fuoco divorante, Dio è l’inquietudine, il tormento; Dio è il Signore delle arcate spezzate, che ti lascia nell’attesa. Facciamo allora il passo seguente: nel Vangelo possiamo dire che il Dio di Gesù sia il Dio del silenzio? Al centro del Nuovo Testamento c’è la Parola venuta fra noi. Potremmo dunque dire che il Nuovo Testamento e l’ebbrezza della parola. Giovanni nel Prologo scrive: «la Parola si è fatta carne»: è lo scandalo abissale della parola che varca la distanza. È veramente il Dio dei ponti sospesi. Tuttavia, chi è questa “Parola”? Hans Urs Von Balthasar: «La Parola non è più Parola. Nella notte non chiede più di Dio, la notte che la copre non è una notte di stelle, non è silenzio di mille silenzi di amore, ma silenzio di attesa e di abbandono. Al centro della nostra fede c’è la Parola abbandonata, il Logos crocifisso».

Il grido della Parola che muore, il paradosso dell’ora nona. Chi non ha capito questo non sa che cos’è il Vangelo. Che cosa significa questo? Che la Parola non è tutto, se la Parola ci dona la vita morendo, se è nell’abbandono della Parola che si dà la vita, significa che la Parola è la porta che rinvia ad un altro, e che l’Altro, chiamato Padre nella fede, potrebbe essere detto il “Silenzio”. La parola procede dal silenzio. Gesù è la parola che procede dal silenzio. Il che significa che Gesù non è un manifesto ideologico che spiega il mondo; Gesù è la parola fatta carne, che rinvia ad un abissale silenzio, il silenzio del Padre.

Questa parola che si dice nella carne può essere accolta solo in un modo: in un altro silenzio, il silenzio dello spirito che in noi lascia abitare la parola. Il Cristianesimo dunque è la fede in una Parola che sta sospesa tra due silenzi: il silenzio dell’origine e il silenzio del destino, il silenzio fontale e il silenzio dello Spirito che in noi lascia che la parola taccia e si dica nella vita. Il Verbo sta tra i due silenzi. Il cristianesimo è sospeso come Parola tra due Silenzi.

C’è una Parola per dire tutto questo: apokalypsis e re-velatio. Re-velare significa “togliere il velo”. Nei composti in latino ha un duplice senso: togliere o intensificare. La Rivelazione è una parola che rimanda a un abissale silenzio. Gesù non è la pubblicazione di Dio è la porta delle pecore, la parola che ci introduce negli abissali silenzi dell’altro. Quando Lutero tradurrà la parola Revelatio con Offenbarung (generare all’aperto), manifestazione totale di Dio, quando Dio ha detto tutto. “Offenbarungstheologie” in tedesco.

Al centro del Cristianesimo c’è la Parola come porta del Silenzio e il grande dovere del cristiano è la trasgressione, non la volgare trasgressione di fare quello che più ci aggrada, ma la difficile, tragica trasgressione di obbedire alla parola, cioè di corrispondere alla parola, ascoltandola nel silenzio e penetrando nel silenzio.