Paoline Chi siamo logo_sp Sostenitori
51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Comunicare al tempo dei media digitali: spazio, tempo e relazione

aprile 24, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Edizione 2012 − No Comments

Intervento di Pier Cesare Rivoltella dell’Univerità Cattolica (MI), tenuto al Seminario dei vescovi del Medio Oriente – patrocinato dal PCCS -, svoltosi in Libano dal 17 al 20, sul tema: “Comunicazione in Medio Oriente come strumento di evangelizzazione, di dialogo e di pace”.

 

Qui proponiamo una riduzione, rimandando per il testo completo a:

www.pccs.va/index.php/it/news2/contributi/item/482-comunicare-al-tempo-dei-media-digitali-spazio-tempo-e-relazione-pier-cesare-rivoltella-ucsc

Comunicare al tempo dei media digitali: spazio, tempo e relazione

Pier Cesare Rivoltella, Università Cattolica Sacro Cuore, MI

1. I media digitali: un quadro socio-tecnico

Quando si parla di media digitali non si fa riferimento a media “nuovi” rispetto a quelli tradizionali: la televisione digitale è pur sempre televisione, allo stesso modo – pur evolvendo rispetto a quello fisso – anche un telefono cellulare è in fondo sempre un telefono. Il problema è che la convergenza al digitale di cui tutti i media nell’ultimo ventennio hanno risentito, rende questi media (cellulare, I-pod, console videogames, netbook, oggi l’I-pad) qualcosa di molto diverso dai media del nostro recente passato. In buona sostanza, con un cellulare posso continuare a telefonare, ma posso anche: controllare i miei appuntamenti in agenda, navigare in Internet, leggere e spedire posta elettronica, aggiornare il mio profilo in Facebook, scattare fotografie e girare video. Il linguaggio digitale di fatto lo rende una potentissima stazione multimediale: molto di più che un telefono.

Questa possibilità di “fare molte cose” con lo stesso strumento (a questo riguardo si parla di intermedialità) non è l’unica caratteristica dello specifico comunicativo dei media digtali. Se ne devono indicare almeno altre tre: la portabilità (miniaturizzazione dei dispositivi e aumento della potenza dei processori. Ovvero: strumenti sempre più piccoli e leggeri, ma allo stesso tempo molto più potenti); la connettività (accesso veloce a Internet da telefono cellulare e reti wireless anche all’esterno degli edifici);  infine, essere autor(i)ali (possibilità di pubblicare contenuti senza più ricorrere alla mediazione degli apparati).

Queste trasformazioni tecnologiche consentono di registrare un cambio di paradigma nella concettualizzazione dei media. Pensati a partire dagli anni ’60 come mezzi, essi vengono riconcettualizzati negli anni ’80 come ambienti.

Lo strumento è qualcosa  che possiamo scegliere di utilizzare o meno; suggerisce, in modo tranquillizzante, l’idea di essere sempre sotto il controllo di chi lo usa. I media non si possono immaginare in questo modo e l’idea ambientale ne suggeriva appunto una maggiore pervasività, proponendo l’idea di un mezzo-ambiente in cui l’uomo è inserito. L’avvento dei media digitali e sociali offre lo spunto per un nuovo cambio di prospettiva. I media si possono pensare oggi piuttosto come un tessuto connettivo, come il sistema nervoso della nostra cultura, come qualcosa che è perfettamente integrato rispetto alle nostre vite e che in fondo costituisce ormai una delle modalità spontanee attraverso le quali comunichiamo, produciamo contenuti culturali, costruiamo ed esprimiamo le nostre identità.

Quest’ultima sottolineatura consente anche di accertare come sia ormai da ritenere superata la consunta coppia reale-virtuale. La comunicazione via cellulare o in Facebook non è “virtuale”: i suoi effetti sono assolutamente reali ed essa occupa uno spazio e un tempo concreti nella nostra esistenza. Piuttosto questo tipo di comunicazione, nella misura in cui consente di estendere anche oltre i limiti dello spazio-tempo fisico la nostra possibilità di relazione con altre persone, risponde a un’idea di realtà aumentata come lo è la possibilità che Messenger dà ai ragazzi di incontrarsi e tenersi in contatto anche a casa, nel pomeriggio, dopo essersi visti a scuola.

Come si capisce, spazio, tempo e relazione sembrano essere – antropologicamente e socialmente parlando – i tre elementi principalmente sfidanti di questa nuova ecumene mediale.

2. Media, spazio pubblico e fuga dal privato 

Applicativi come MySpace, Facebook, un blog personale, investono il nostro modo di fare esperienza dello spazio, soprattutto il modo in cui attraverso lo spazio facciamo comunicazione. Da questo punto di vista, quando si parla di culture giovanili (ma le cultura adulte non fanno eccezione) il dato che più appare significativo è la radicale ridefinizione di quello che tradizionalmente viene designato come “spazio pubblico”, in relazione a ciò che invece riteniamo spazio privato.

La comparsa e la diffusione sociale degli ambienti della comunicazione mediata in Internet, stanno modificando in profondità il concetto e la percezione dello spazio pubblico. Da una parte, lo spazio dell’accesso si dilata indefinitamente, d’altra parte, si dilata anche lo spazio dell’apparire, la possibilità per chiunque di fare opinione, di “essere qualcuno” nel Web, in una logica di rovesciamento rispetto allo stato normale delle cose che finisce per produrre una contrapposizione tra coloro che divengono “riferimenti” nella rete e coloro che continuano a esserlo nel sistema editoriale tradizionale.

Al di là dell’analisi critica di questi fenomeni sono le risonanze che essi producono a essere particolarmente interessanti. Molti oggi sembrano sostituire le pagine del proprio diario con il wall di Facebook, sembrano spostare verso l’esterno quell’insieme di fatti, emozioni, valori, che invece penseremmo conservati nello spazio del proprio retroscena, condivisi al massimo con gli amici più fidati. Il privato diviene pubblico e viceversa, con alcune ipotesi di interpretazione interessanti dal punto di vista educativo.

3. Una nuova etica del rapporto con il tempo

Il passaggio dallo spazio al tempo ci viene suggerita da Heschel ne Il sabato (2001; 7): «La civiltà tecnica è la conquista dello spazio da parte dell’uomo. È un trionfo al quale spesso si perviene sacrificando un elemento essenziale dell’esistenza, cioè il tempo. Nella civiltà tecnica, noi consumiamo il tempo per guadagnare lo spazio. Accrescere il nostro potere sullo spazio è il nostro principale obiettivo. (…) Il pericolo comincia quando acquistando potere sullo spazio, rinunciamo a tutte le aspirazioni nell’ambito del tempo. Esiste un regno del tempo in cui la meta non è l’avere ma l’essere, non l’essere in credito ma il dare, non il controllare ma il condividere, non il sottomettere ma l’essere in armonia. La vita è indirizzata male quando il controllo dello spazio e la conquista delle cose dello spazio diventano la nostra unica preoccupazione». L’idea di Heschel, che non pensa nello specifico alla tecnologia dell’informazione e della comunicazione ma che funziona perfettamente anche nel caso di essa, è molto semplice: per esercitare il controllo sullo spazio abbiamo rinunciato al controllo sul tempo.

Credo sia un tema su cui, pensando alla presenza dei media digitali nella nostra vita, si possa facilmente concordare. L’affermazione di Internet e delle sue applicazioni, come dei dispositivi mobili, si è realizzata all’insegna di una promessa: il risparmio di tempo grazie al controllo sullo spazio. Era questa la promessa della posta elettronica: più veloce della posta ordinaria, avrebbe consentito di comunicare abbattendo vistosamente i tempi che prima di essa sarebbero stati necessari alla normale comunicazione epistolare. Ed è questa la promessa del telefono cellulare: non occorre trovarsi in uno spazio determinato per essere raggiunti, perché l’accesso alla comunicazione si emancipa dal luogo e ti segue dappertutto. L’incontro delle due tecnologie, Internet e la telefonia mobile, porta a compimento la promessa: si materializza la possibilità della connessione da qualsiasi punto, della reperibilità totale.

Ma se ci si pensa bene, il presunto risparmio del tempo costituisce una posta molto alta da pagare. Oggi che le tecnologie fanno parte della nostra vita possiamo misurare la reale portata della promessa. Le decine di mail che quotidianamente ci riempiono la casella della posta elettronica sono un risparmio di tempo? Negli USA un pool di aziende ha stabilito, grazie a una ricerca, che il tempo necessario ogni giorno a un lavoratore per attendere alla sua posta elettronica è di circa due ore. Personalmente sono ormai ossessionato dalle mail: dalla eliminazione dello spam, dalle risposte a messaggi di studenti che potevano trovare da soli la risposta ai loro quesiti, dagli inviti a convegni che mi impongono prima di dare risposta di verificare in agenda se ho spazi liberi per partecipare, da documenti da leggere, integrare e rispedire. E la reperibilità a ogni costo? Sembrava garantire la libertà rispetto al luogo e invece ha finito per prolungare il tempo lavorativo oltre misura: nel momento in cui lo spazio non è più un problema, diventa un problema il tempo.

4. Dalla “vita sullo schermo” all’integrazione di comunicazione reale e virtuale

Quando si parla di CMC (Comunicazione Mediata da Computer) si fa riferimento a tutte quelle forme di interazione tra individui in cui tale interazione non avviene in modo diretto, ma attraverso la mediazione di un computer e grazie alle possibilità dischiuse dalla Rete. Tradizionalmente, cioè fin dall’inizio della diffusione sociale della applicazioni di Internet, le forme che tale interazione assume sono quelle del newsgroup, della chat o dei MUDs[1]. La ristrettezza della banda di trasmissione costringe di fatto questa prima generazione di applicativi a privilegiare nella comunicazione la forma scritta. Questo produce alcune conseguenze che finiscono per portare in primo piano, il tema della costruzione e della gestione dell’identità (identity play). Presentarsi agli altri attraverso un testo scritto libera gli interlocutori dal peso delle variabili sociali che invece sono ingombranti nella comunicazione in presenza con il risultato di rendere la comunicazione più diretta e disinibita; negli ambienti cui abbiamo fatto cenno normalmente ci si iscrive con un nickname, un nomignolo, che di fatto consente di coprire – se lo si desidera – la propria reale identità; infine, e proprio sulla scorta di quanto osservato riguardo al nickname, la Rete diviene uno spazio creativo entro cui immaginare il proprio Sé dandogli i contorni di qualcuno che spesso non si è, alimentando le forme della simulazione quando non dell’inganno.

A dire il vero il tema della dialettica uno-molteplice per dire del rapporto che lega l’unicità della persona con le sue manifestazioni sociali non è nuovo. In campo sociologico già Goffman (1959) e dopo di lui Meyrowitz (1985) e Slevin (2000) lo hanno sostenuto, quest’ultimi proprio in relazione ai nuovi spazi di comunicazione aperti dalla Rete. Assumendo la metafora del teatro come criterio di interpretazione dell’agire sociale, è facile mostrare come in fondo ciascuno di noi giochi ruoli diversi sui diversi palcoscenici[2] che nelle abituali interazioni è chiamato a calcare. Il mio profilo di azione in quanto marito, è diverso da quello di padre, o da quello professionale: ma ciascuno di questi ruoli sociali non  comporta alcuna frantumazione nel mio Io. Essi possono convivere perché di fatto io sono tutte quelle cose: marito, padre, professionista, ecc. La comparsa di Internet costituisce soltanto la possibilità di aggiungere agli scenari di azione che socialmente nel nostro quotidiano popoliamo, altri scenari di azione (Rivoltella, 2003).

Come Levy (1995) ha fatto notare con la sua analisi, a rigor di termini il contrario di virtuale non è reale, ma attuale. Il latino virtus (da cui virtuale) indica infatti la potenza, ovvero aristotelicamente un modo d’essere che consiste nel dinamismo e dell’instabilità: quando qualcosa è in potenza potrebbe attualizzarsi, ma ancora in atto non è. Tuttavia ciò non toglie nulla alla sua realtà. Questo vale per le immagini di sintesi, per il testo di una chat, per le pagine di un sito Web: certo non si può dire che non siano reali, tant’è vero che sono percepibili, ci passano i nostri discorsi, ci forniscono informazioni su cui basarci nelle nostre occupazioni quotidiane.

Questo tentativo di riconfigurazione teorica è stato rinforzato da qualche anno dallo sviluppo stesso delle tecnologie di comunicazione. Facciamo riferimento in modo particolare all’avvento del Web 2.0, alla comparsa di applicazioni informatiche integrate con compiti real life, alla diffusione del telefono cellulare e in particolare degli smartphone multifunzione. Il dato comune a tutte queste forme è l’assottigliarsi fino a scomparire del confine tra reale e virtuale, tra “mondo della Rete” e “mondo della vita”. La nostra “vita sullo schermo” non è altro dalla nostra vita tout court: ciò a cui ci troviamo di fronte è una “virtualità reale” o, meglio ancora, una realtà aumentata, prolungata oltre i limiti di spazio e tempo che tradizionalmente la limitavano, proprio grazie ai dispositivi tecnologici.

Per quanto riguarda il Web 2.0 l’impatto più rilevante che esso ha avuto sul piano sociale è la nascita di una miriade di social network proprio attorno agli interessi o alle relazioni condivisi all’interno dell’applicativo o del servizio. In Facebook non si incontrano amici virtuali, si mantengono i contatti con le persone che normalmente si frequentano, oppure si riallacciano legami da anni allentati se non addirittura smarriti. Lo stesso vale per gli adolescenti che tutti i pomeriggi, poche ore dopo essersi lasciati a scuola, si ritrovano in Messenger per proseguire l’interazione con i loro compagni e amici. In buona sostanza, il “nuovo Web” non surroga o sostituisce la realtà “reale”: semplicemente si colloca in continuità rispetto ad essa amplificando le possibilità di comunicazione dei soggetti.

Ma sicuramente è la diffusione del telefono mobile ad avere inciso in profondità sulla ridefinizione del rapporto tra reale e virtuale. Per la sua portabilità e l’immediatezza della sua interfaccia (caso mirabile in cui il computer è veramente “scomparso” dentro un artefatto, secondo le indicazioni di Norman, 1998) il cellulare, infatti, non è più percepito come uno strumento, ma viene vissuto come una vera e propria protesi del nostro corpo grazie alla quale chiamare, essere chiamati, mandare e ricevere messaggi, controllare gli appuntamenti in agenda, scattare una fotografia, entrare in Internet. Lo dimostra il fatto che nessuno di noi si immagina di rimanerne privo, ma anche il dato di una sua presenza significativa all’interno dei rapporti tra pari e delle relazioni intergenerazionali: in famiglia, ad esempio, il cellulare sempre più si configura come un dispositivo sociale attorno a cui si giocano dinamiche “realissime”, come la richiesta di libertà e la volontà di controllo, la domanda di educazione e la capacità dell’adulto di darvi risposta.


[1] Nel primo caso si tratta di spazi asincroni di webforum all’interno dei quali comunità di utenti si trovano a discutere di argomenti che hanno a che fare con la loro professione o i loro interessi; le chat sono ambienti in cui incontrare altre persone scambiando con loro comunicazione sui più disparati argomenti in modalità sincrona; i MUDs sono sempre ambienti sincroni in cui una molteplicità di utenti si ritrova per dar vita a delle sceneggiature, di solito su plot fantastici. L’acronimo MUD allude a questa logica multi-utente (Multi Users Domain) ma può anche significare Multi Users Dungeons, dal nome del primo famosissimo gioco di ruolo multiutente on line di questo tipo che si chiamava appunto Dungeons and Dragons.

[2] Il concetto di palcoscenico nel pensiero di Goffman è tecnico. Esso indica uno spazio di interazione sociale ufficiale, entro il quale il soggetto è chiamato a giocare un ruolo secondo regole e codici precisi. Ad esempio, quando sono sul mio palcoscenico di professore, davanti agli studenti, mi si richiedono un certo linguaggio, una certa postura, certi comportamenti, che sono molto diversi da quelli che assumerei se mi trovassi nel mio studio a chiacchierare con un collega. Quest’ultima situazione, rispetto al palcoscenico della lezione, Goffman la definirebbe di retroscena.