Spiritualita’ ed elementi per una teologia della comunicazione in rete

aprile 24, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Edizione 2012 − No Comments
Intervento di Antonio Spadaro S.I., tenuto al Seminario dei vescovi del Medio Oriente, svoltosi in Libano dal 17 al 20, sul tema: “Comunicazione in Medio Oriente come strumento di evangelizzazione, di dialogo e di pace”. Pubblicazione autorizzata dal PCCS, che ha promosso il suddetto Seminario. (www.pccs.va/index.php/it/news2/contributi/item/481-spiritualità-ed-elementi-per-una-teologia-della-comunicazione-in-rete

SPIRITUALITÀ ED ELEMENTI PER UNA TEOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE IN RETE di Antonio Spadaro S.I.   

  1. 1.  Tecnologia e spiritualità

La tecnologia è un buon posto per cercare e trovare Dio. Perché? In che senso? La tecnologia non è una forma di vivere l’illusione del dominio sulle forze della natura in vista di una vita felice. Sarebbe riduttivo considerarla solamente frutto di una volontà di potenza e dominio.

La tecnologia, scrive Benedetto XVI, «è un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Nella tecnica si esprime e si conferma la signoria dello spirito sulla materia»[1]. Direi di più: le tecnologie digitali sono chiamate per vocazione nel progetto di Dio ad essere in relazione allo vita dello spirito.

Un momento cruciale della comprensione spirituale delle nuove tecnologie fu la promulgazione del Decreto del Concilio Vaticano II Inter mirifica, il 4 dicembre 1963, che esordisce:

«Tra le meravigliose invenzioni tecniche che, soprattutto ai nostri giorni, l’ingegno umano, con l’aiuto di Dio, ha tratto dal creato, la Madre Chiesa accoglie e segue con speciale cura quelle che più direttamente riguardano lo spirito dell’uomo e che hanno aperto nuove vie per comunicare, con massima facilità, notizie, idee e insegnamenti d’ogni genere».

È interessante l’attitudine della Chiesa a definire mirifica i prodotti della tecnologia. Nel 1964 Paolo VI, rivolgendosi al Centro di Automazione dell’Aloisianum di Gallarate, aveva usato parole di una bellezza sconcertante, a mio avviso. In questo discorso Paolo VI dice che il «cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale»[2]. Aggiunge che l’uomo compie uno «sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali». L’uomo tecnologico è l’uomo spirituale.

Questa è l’unica premessa valida per un vivere e annunciare la fede al tempo dei media digitali: riconoscere il loro valore, la loro «capacità» spirituale. Essi hanno al loro interno la risposta a una «vocazione» nel momento in cui «la spiritualità e la tecnologia si incrociano»[3]. E lo vediamo oggi più che mai.

  1. 2.  La vera sfida della Chiesa

Se fino a qualche tempo fa la Rete era legata all’immagine di qualcosa di tecnico, che richiedeva competenze specifiche sofisticate, oggi è un luogo da frequentare per stare in contatto con gli amici che abitano lontano, per leggere le notizie, per comprare un libro o prenotare un viaggio, per condividere interessi e idee. E questo anche in mobilità grazie a quelli che una volta si chiamavano «cellulari» e che oggi sono veri e propri computer da tasca.

Internet è un ambiente, uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita di ogni giorno. È un nuovo contesto esistenziale, non dunque un «luogo» specifico dentro cui entrare in alcuni momenti per vivere on line, e da cui uscire per rientrare nella vita off line. La Rete è a portata di mano, anche in senso letterale, grazie ai cellulari, appunto.

Non bisogna immaginare lo schermo che permette di farci entrare in Rete come un quadro. Semmai, se mi è lecito affermarlo, come una icona. Nell’icona, quella della Trinità di Rublev, ad esempio, tutte le linee prospettiche convergono verso chi la guarda e le cose più lontane sono più grandi: non è una visione come da una finestra, dove le linee convergono all’infinito. È tutt’altro che la prospettiva di un quadro a prospettiva lineare brunelleschiana, come quella di Ghiberti, Masaccio o Donatello: le linee non si incontrano in un punto di fuga situato dietro lo schermo, ma in un punto situato davanti ad essa, cioè nell’io. In questo senso la Rete coinvolge  e avvolge. Non implica uno «spettatore», ma un attore.

E così comincia a incidere sulla capacità di vivere e pensare. Dal suo influsso dipende in qualche modo la percezione di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda e di quello che ancora non conosciamo.

La vera sfida della Chiesa a questo punto è quello di vivere la Rete come uno degli ambienti di vita. Non “usare bene la Rete”, ma “vivere bene ai tempi della Rete”. La Rete ha a che fare con la fede in quanto ha a che fare con la vita del credente. Come si fa a vivere bene ai tempi della Rete? Occorre guardare non tanto ai suoi prodotti ma alle sue radici.

  1. 3.  Una rivoluzione dalle radici antiche

L’avvento di Internet è stato, certo, una rivoluzione tecnologica. Tuttavia che cosa esprime questa rivoluzione? Dove sono le sue radici?

Pensando a Internet occorre non solo immaginare le prospettive di futuro che offre, ma considerare anche i desideri e le attese che l’uomo ha sempre avuto e alle quali prova a rispondere, cioè: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza[4]. Dunque Internet è una rivoluzione con salde radici nel passato:

- replica antiche forme di trasmissione del sapere e del vivere comune,

-  ostenta nostalgie,

-  dà forma a desideri e valori antichi quanto l’essere umano e cioè, lo ripeto: connessione, relazione, comunicazione e conoscenza. E noi sappiamo bene come da sempre la Chiesa abbia nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo essere.

Questo ci fa capire perché la Rete e la Chiesa sono due realtà da sempre destinate a incontrarsi: da sempre la Chiesa ha nell’annuncio di un messaggio e nelle relazioni di comunione due pilastri fondanti del suo



[1] BENEDETTO XVI, Caritas in Veritate, n. 69.

[2] Il Centro stava elaborando l’analisi elettronica alla Summa Theologiae di San Tommaso e anche al testo biblico. Cito queste parole: «La scienza e la tecnica, una volta ancora affratellate, ci hanno offerto un prodigio, e, nello stesso tempo, ci fanno intravedere nuovi misteri. Ma ciò che a Noi basta, per cogliere l’intimo significato di quest’udienza, è notare come cotesto modernissimo servizio si mette a disposizione della cultura; come il cervello meccanico viene in aiuto del cervello spirituale; e quanto più questo si esprime nel linguaggio suo proprio, ch’è il pensiero, quello sembra godere d’essere alle sue dipendenze. Non avete voi cominciato ad applicare codesti procedimenti al testo della Bibbia latina? Che cosa avviene? È forse il testo sacrosanto che viene abbassato ai giochi mirabili, ma meccanici dell’automazione come un insignificante testo qualsiasi? o non è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? E’ lo spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è forse la materia, già domata e obbligata a eseguire leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un sublime ossequio? È a questo punto che il Nostro orecchio cristiano può udire i gemiti, di cui parla S. Paolo (Rom. 8, 22), della creatura naturale aspirante ad un grado superiore di spiritualità?».

[3] T. BEAUDOIN, Virtual Faith…, cit., 87. Lévy scrive seccamente: «ciò che fu teologico diventa tecnologico» nel suo L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia del cyberspazio, Milano, Feltrinelli, 2002, 102. E viceversa la funzione «teologica» della tecnoscienza appare, in realtà, evidente a molti come leggiamo, ad esempio, in C. FORMENTI, Incantati dalla rete. Immaginari, utopie e conflitti nell’epoca di internet, Milano, Raffaello Cortina, 2000, 14.

[4] Cfr A. SPADARO, Web 2.0. Reti di relazione, Milano, Edizioni Paoline, 2010.