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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

La comunicazione attraverso l’arte

giugno 19, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Edizione 2012 − No Comments

Relazione presso il Festival della Comunicazione, Caltanissetta 15/5/2012

Appena qualche giorno fa ho avuto la fortuna di assistere nello scenario del teatro greco di Siracusa alla ‘prima’ del Prometeo di Eschilo. Al centro è da subito la sofferenza fisica, prima descritta con la brutalità neutra della tecnica, poi avvertita nel lamento e da Prometeo irradiata sulle persone che simpatizzano con lui. Esse non si limitano al coro delle Oceanine (quest’anno interpretate in parte da un cast di danzatrici provenienti dagli States), giacchè la loro empatia si allarga ad un orizzonte più vasto, sente il pianto universale degli uomini sulla sorte del loro benefattore. Nel replicare al Coro che lo invita a non disperare, Prometeo sostiene che:”l’arte è di gran lunga più debole della necessità”. L’arte e, in questo caso, la bellezza struggente del Prometeo confermano invece quanto Platone nel Fedro aveva intuito. E’ come “una scossa salutare che strappa l’individuo a se stesso, che lo ‘rapisce’ (…): il dardo della nostalgia colpisce l’uomo, lo ferisce, mettendogli così le ali”[1]. Per questo l’arte, comunque si appalesi, suscita una emozione che non lascia uguali. Come confermano innumerevoli citazioni[2] di provenienze culturali e religiose diverse, esiste un tratto comune dell’arte e della bellezza, cioè il collocarsi al centro di quanto sta maggiormente a cuore all’essere umano: il senso della vita, le scelte che ci qualificano, l’apertura alla trascendenza. Che è poi ciò che traspare e si comunica nella bellezza dell’autentica opera d’arte, spesso a partire da quell’inquietudine che così bene esprime Giacomo Leopardi:

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l’aria infinita, e quel profondo

Infinito Seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Per affrontare la questione del rapporto tra arte e comunicazione si costruirà un percorso articolato attorno a tre domande:

1) Chi e che cosa (si) comunica nell’arte?

2) A chi e in che modo l’arte comunica?

3) Perché comunicare attraverso l’arte oggi? 

1.      Chi, e che cosa, si comunica nell’arte

È luogo comune che l’arte sia opera del genio dell’artista: ma questa è una visione un po’ parziale, che assolutizza, in modo romantico, solo un aspetto della questione. Infatti:

– a. nell’opera d’arte si esprime qualcosa di “altro” rispetto alla genialità dell’artista

– b. senza questa dimensione spirituale l’arte si impoverisce

– c. l’artista non è un eroe solitario, tuttavia ha la capacità di vedere prima degIi altri il mutamento e di indicare una strada

– d. questo è possibile perché l’artista è insieme recettivo e attivo

– a. Nell’opera d’arte non è solo l’artista che si esprime, che comunica se stesso e il suo modo peculiare di vedere le cose. C’è qualcosa che si comunica attraverso l’arte, che l’artista stesso riconosce come in qualche modo “necessitante”, e che fa dell’arte una finestra verso qualcosa di “altro” e non semplicemente un “prodotto”, per quanto di eccellenza, dell’artista. Ciò che si mostra nell’arte è una totalità.

“Un’autentica opera d’arte non è, come qualsiasi fenomeno immediatamente percepito, una semplice porzione di ciò che esiste, ma è una totalità”[3].

Un esempio eloquente è la famosa sedia di Van Gogh: un oggetto semplice, di uso quotidiano, che tuttavia possiede la forza di evocare un intero mondo, che attorno ad essa simbolicamente si dispone: “La sedia di Van Gogh, sul misero pavimento di mattoni, possiede la forza capace di rendere presente. Attorno a essa risuona la totalità del tutto”[4]. Per questo, anche ambiti artistici molto diversi come la pittura, l’architettura, la musica, la poesia, convergono verso uno stesso scopo: “Conferire all’unità di mondo ed essere umano un’espressione che nella realtà non ha, e nella quale risuoni la totalità dell’esistenza”[5].

– b. – Un’arte che si allontana dallo spirito si impoverisce, e diventa una sorta di celebrazione del non-senso, come mostra tanta parte dell’arte contemporanea.

Lo diceva bene Paolo VI, parlando agli artisti nel lontano 1964:

“Qualche volta dimenticate il canone fondamentale della vostra consacrazione all’espressione; non si sa cosa dite, non lo sapete tante volte neanche voi; ne segue un linguaggio di Babele, di confusione. E allora dove è l’arte?”[6].

Ma non sempre la colpa di questo è solo degli artisti: “E poi vi abbiamo abbandonato anche noi. Non vi abbiamo spiegato le nostre cose, non vi abbiamo introdotti nella cella segreta, dove i misteri di Dio fanno balzare il cuore dell’uomo di gioia, di speranza, di letizia, di ebbrezza (…).Noi dobbiamo ritornare alleati” [7].

L’arte come la comunicazione, del resto, è profondamente radicata nel silenzio, come avverte Benedetto XVI nel suo Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2012. In effetti, il silenzio mette in condizione la creatività di esprimersi e la fruizione di accadere perché è in questo spazio che è possibile risalire all’origine dei sacri ideali dell’umanità: verità, bellezza, giustizia, che è lo scopo ultimo di ogni relazione realmente artistica. Persino l’opera apparentemente più leggera nasce, si nutre e spinge a confrontarsi con le domande più profonde che abitano l’uomo. Ma il silenzio non è scontato ed esprime una tensione spirituale.  Come annota E. Mounier:”Ritirarsi dall’agitazione non è di tutto riposo. Chi, discendendo nelle profondità di se stesso, non si ferma alla calma dei primi rifugi ma vuole condurre fino in fondo la sua avventura, viene ben presto gettato lontano da qualsiasi rifugio. Artisti, mistici, filosofi hanno vissuto talvolta fino all’annientamento quest’esperienza integrale, che viene chiamata, in modo molto curioso, ‘interiore’, quando invece vengono gettati ai quattro venti dell’universo”.

– c. L’artista non trae unicamente da sé il proprio genio, tuttavia possiede certamente una dote particolare. Che è quella, scriveva McLuhan, di saper cogliere il cambiamento prima che avvenga, di anticipare i tempi. O, come scriveva Blake, di “aprire le porte della percezione”. In un certo senso, dunque, l’arte è sempre “avanguardia”: la prospettiva rinascimentale, per esempio, ha anticipato la cultura visiva gutenberghiana, e Picasso, con la sua simultaneità dei punti di vista, ha prefigurato la svolta “tattile” della cultura elettrica.

L’artista è chi non si accontenta dei modelli a disposizione, ma riflette e lavora sulla propria percezione, liberandola e aprendola a nuovi modi di guardare il mondo. In un certo senso, dovremmo imparare un po’ tutti a diventare artisti, se vogliamo allargare gli spazi della nostra libertà e la ricchezza della nostra esperienza. Ma su questo torneremo alla fine

– d. Chi è dunque l’artista?

Così lo definisce Romano Guardini[8]: “aperto e ricettivo, ma insieme anche vigile, teso e pronto all’azione”; uno stato che presenta allo stesso tempo “la duplice caratteristica della ricettività e dell’attività. È ciò che intende dire Goethe quando esorta l’artista “a fare di sé un organo, un organo per l’essenzialità delle cose e degli eventi quali si esprimono nelle loro forme. In questo stato l’artista si protende verso ciò che si trova al di fuori di lui, non per metterlo al servizio di uno scopo pratico, come farebbe un tecnico, bensì per ricrearlo di nuovo”.

Ma questo ri-creare non è un gesto prometeico. L’artista è, con una bella espressione di Paolo VI, non il creatore, ma il custode della bellezza: “Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani… Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo”[9].

Un’espressione ripresa recentemente anche da Benedetto XVI: “Voi siete custodi della bellezza; voi avete, grazie al vostro talento, la possibilità di parlare al cuore dell’umanità, di toccare la sensibilità individuale e collettiva, di suscitare sogni e speranze, di ampliare gli orizzonti della conoscenza e dell’impegno umano. Siate perciò grati dei doni ricevuti e pienamente consapevoli della grande responsabilità di comunicare la bellezza, di far comunicare nella bellezza e attraverso la bellezza! Siate anche voi, attraverso la vostra arte, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità! E non abbiate paura di confrontarvi con la sorgente prima e ultima della bellezza, di dialogare con i credenti, con chi, come voi, si sente pellegrino nel mondo e nella storia verso la Bellezzainfinita! La fede non toglie nulla al vostro genio, alla vostra arte, anzi li esalta e li nutre, li incoraggia avarcare la soglia e a contemplare con occhi affascinati e commossi la méta ultima e definitiva, il sole senza tramonto che illumina e fa bello il presente”[10].

2.      A chi, e in che modo, comunica l’arte

I destinatari dell’arte siamo tutti noi. E il motivo per il quale l’arte da sempre è uno straordinario medium comunicativo dipende dalla peculiare modalità con la quale l’opera artistica ci coinvolge in un processo partecipativo che non è mai di passiva ricezione, né di pura interpretazione alla ricerca di un significato verbalizzabile, né di coinvolgimento selettivo di un canale sensoriale (la vista per la pittura, l’udito per la musica…) ma è sinestesico (cioè coinvolge tutti i sensi)  e globale (cioè coinvolge tutta la persona). L’arte è vedere, ma pure sentire. E’ vedere il che rappresenta sempre la prima elementare forma di conoscenza, il primo livello del sapere. Potremmo accostare il vedere ad un coinvolgimento intellettuale, una comprensione tutta razionale della realtà. E tuttavia dopo il ‘vedere’ si giunge al ‘sentire’ e quindi all’estasi, cioè ad un’emozione che cattura e coinvolge. La comunicazione si rivela così non solo informativa, ma performativa. Ecco la ragione per cui l’arte non deve persuadere (le esigenze della propaganda, come tanti esempi testimoniano, snaturano l’arte), ma mettere in movimento, com-muovere, come ricordava Paolo VI agli artisti:

“Il Nostro ministero ha bisogno della vostra collaborazione. perché, come sapete, il Nostro ministero è quello di predicare e di rendere accessibile e comprensibile, anzi commovente, il mondo dello spirito, dell’invisibile, dell’ineffabile, di Dio. E in questa operazione, che travasa il mondo invisibile in formule accessibili, inintelligibili, voi siete maestri. È il vostro mestiere, la vostra missione; e la vostra arte è proprio quella di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori e rivestirli di parola, di colori, di forma, di accessibilità”[11].

 Il “mistero rivestito di accessibilità” è il modo in cui comunica l’arte. Attraverso Un processo inclusivo e partecipativo molto affine al tipo di sensibilità e di coinvolgimento che oggi l’era digitale promuove. Per questo oggi siamo in grado di gettare una luce nuova sulla capacità comunicativa dell’arte, che a sua volta può illuminare i caratteri del mondo ipertecnologico in cui viviamo.

Dunque, l’arte non comunica qualcosa in modo distaccato, ma coinvolgendoci, invitandoci a un movimento che produce un cambiamento; ci fa fare un’esperienza (ex-per-ire):

(- ex-) : ci fa uscire da noi stessi, dalle nostre abitudini percettive, dai nostri schemi interpretativi, da uno sguardo sulla realtà reso opaco dall’abitudine, dal senso di equivalenza e indifferenza emotiva che caratterizza le nostre routines ordinarie;

(- per -) : ci produce un senso di spaesamento, di attraversamento di un territorio ignoto, in uno stato d’animo sospeso e con risonanze interiori che non sappiamo nominare. Come scrive il Papa: “Una funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia” aprendogli nuovamente gli occhi del cuore e della mente, mettendogli le ali, sospingendolo verso l’alto”[12].

(- ire - ) : e infine, infatti, ci conduce a un nuovo sguardo, amplia la nostra capacita percettiva; e può condurci a un nuovo sentire, più pieno e profondo, benché aperto e non traducibile in concetti. Ci fa sentire la ricchezza e la complessità del mondo, ma anche una maggiore vicinanza all’essenza delle cose, alla nostra interiorità, alla verità:

“L’autentica bellezza, invece, schiude il cuore umano alla nostalgia, al desiderio profondo di conoscere, di amare, di andare verso l’Altro, verso l’Oltre da sé” [13].

Vorrei fornire qualche esempio, per rendere più chiaro questo “movimento”. E comincio dall’arte “laica”.

The Cloud Gate[14]: è ormai diventato il simbolo della città di Chicago, ed è meglio noto come The Bean, il fagiolo, per la sua forma particolare. Si tratta di una grande struttura in acciaio inossidabile, di20 metri x 10 x13 in altezza, opera del famoso scultore contemporaneo Anish Kapoor. Collocato in posizione strategica nel Millennium Park, il “fagiolo” ha un grande impatto visivo: la sua superficie curva e liscia riflette il cielo e gli imponenti grattacieli circostanti, e nello stesso tempo anche le persone che si affollano intorno con le loro macchine fotografiche, e si fanno immortalare accanto, o sotto, questa scenografica “porta” che congiunge la città e il parco, la tecnica e la natura. È interessante osservare come le persone si specchiano, toccano la superficie, fotografano la loro immagine riflessa. Sono insieme dentro l’opera e fuori da essa, e così i grattacieli.

Il confine tra la realtà e la sua immagine sulle pareti a specchio è molto labile, così come quella tra interno ed esterno, dato che le superfici curve e continue riflettono contemporaneamente il dentro e i fuori, i grattacieli  e le persone: che cosa è reale, che cosa è rappresentazione, che cosa è “iperreale”, o “realtà aumentata”? Che cosa congiunge e insieme separa questa “porta”? E noi in che rapporto stiamo con questa rappresentazione? Sono tutte domande che l’opera suscita, accompagnandoci in un movimento che ci fa prendere consapevolezza della complessità della nostra percezione e dell’impossibilità di fermarsi all’apparenza.

Come ha dichiarato l’artista, “gli  spazi pubblici contemporanei sono un problema molto complesso, che non è stato ancora pienamente compreso e affrontato. L’idea era quella di realizzare un’opera che includesse il cielo, lo skyline e tutto il resto, nello stesso tempo consentendo di entrarvi dentro come in un’opera architettonica capace di attirare l’immagine delle persone nel proprio fulcro, generando una sorta di esperienza partecipativa”.

Infatti, l’elemento forse più notevole di questa esperienza è la percezione dall’interno dell’opera: la superficie curva riflette e distorce persone e oggetti, accompagnando lo sguardo verso l’alto; nella sommità circolare cava (che l’artista chiama omphalos, ombelico) si può contemplare la propria immagine riflessa, incapsulata nel “ventre” dell’opera.

Questa esperienza percettiva funziona anche come una metafora efficace della vita ipermediale di oggi, o  almeno di quello che essa rischia di essere: una superficie liscia e continua, senza delimitazioni tra dentro e fuori, tra reale e virtuale, che ci restituisce un’immagine del mondo e di noi che possiamo non solo guardare, ma anche toccare, ma che alla fine rischia anche di chiuderci in un cerchio autoreferenziale, in cui non vediamo altro che noi stessi. Tutto intorno a te, come recitava un celebre slogan pubblicitarioUno specchio di Narciso che rischia di risucchiarci in un annullamento di noi stessi. Oppure se c’è una persona criticamente matura si può arrivare a cogliere il legame che c’è tra cielo e terra che è radicale così come la continguità tra l’uomo e Dio, pur rimanendo una distanza che sussiste.

E ora invece un’esempio di quello che può l’arte quando si pone al servizio dello spirito, creando una sintesi tra techne e fede capace di illuminare la nostra esperienza di una luce del tutto nuova e di metterci in comunicazione non solo con la complessità e il mondo, ma con l’infinito e il mistero (quella che Simone Weil chiama “arte di prim’ordine”).

– L’esempio scelto è quello della basilica di S. Apollinare in Classe (in provincia di Ravenna) famosa per i suoi mosaici; ma in generale moltissime delle chiese di cui sono ricche le nostre città comunicano attraverso l’arte: all’esterno, con il campanile che congiunge il cielo e la terra, funziona da criterio di orientamento spaziale e contiene la campana, che sacralizza con regolarità il territorio, scandisce il ritmi della vita sociale, definisce i confini della comunità. All’interno, creando un’esperienza immersiva e dinamica, che ha il suo culmine nella liturgia.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero considerare: dalla cappella Palatina di Palermo, vera Bibbia illustrata, alla cripta della cattedrale di Anagni, che immerge in una densità simbolica ricchissima, capace di creare la giusta disposizione prima ascendere alla parte superiore della basilica perla liturgia. Magli esempi, in Italia, sono infiniti. Dunque, uno per tutti.

La pianta della basilica di S. Apollinare è quella classica. Procedere lungo la navata è già diventare consapevoli di un processo di cammino spirituale. Come scrive Guardini, infatti, la cattedrale non è un semplice spazio architettonico, ma “un’essenza spaziale che pulsa e respira”[15].

Perciò deve essere un procedere lento e attento al mistero che i mosaici tentano di svelare. Avanzando lungo la navata, con lo sguardo al mosaico absidale, ci si scopre “in coda” con due file di agnelli che convergono verso S. Apollinare, la cui raffigurazione sovrasta il sepolcro che contiene i suoi resti reali[16].

Il pellegrino che entra per venerare la sua tomba si trova così di fronte all’immagine “viva” di questo martire, che ci “invita” a entrare in comunione con lui, diventando a nostra volta “martiri”, cioè “testimoni”. Infatti, le sue braccia alzate richiamano l’immagine della croce che si trova sopra di lui.

Il movimento del nostro sguardo passa quindi dal gregge al martire, e dal martire a Cristo, compiendo un percorso che non è solo percettivo, ma anche spirituale.

La croce si trova nel catino dell’abside, dentro un cerchio che raffigura il cielo stellato: le stelle sono 99. Il numero  richiama quello delle pecore che il pastore lascia per cercare la centesima perduta: che siamo noi, e che veniamo così inclusi nell’opera, per completarla. Il cerchio richiama da un lato l’apertura verso l’esterno delle grotte precristiane (che a loro volta simboleggiavano l’utero materno, consentendo una “seconda nascita” dalle tenebre alla luce: un “venire alla luce”, appunto) e dall’altro caratterizza la struttura di molti templi, dove l’oculos è l’apertura che unisce il cielo alla terra, e che consente all’essere umano di ricevere la vera luce che illumina il mondo. Che è Cristo, qui raffigurato dalla croce.

E che con la sua presenza trasforma la terra (la parte inferiore del mosaico) in giardino, che in greco si dice paràdeisos, paradiso: tenere aperta la porta del cielo trasforma dunque la terra in un paradiso.

Tanti ancora sarebbero i simboli da richiamare, ma questi sono forse sufficienti per comprendere come l’opera d’arte possa costituire una vera e propria elaborazione teologica di grandissimo spessore, che non  parla al nostro intelletto, ma alla totalità di noi stessi. E che non è finalizzata alla pura contemplazione, ma all’inclusione dei fedeli in un ambiente propizio alla liturgia. E le figure dei martiri, dei santi, di Cristo raffigurate sulle pareti non sono semplici modelli da imitare, ma com-presenze che attraversano lo spazio e il tempo, partecipando alla celebrazione in comunione con i fedeli: “una comunione in un solo corpo che attraversa il tempo e lo spazio” (ivi).

Questo percorso però non è immediato. È un invito che richiede la nostra libera risposta.

E il percorso spirituale che può scaturire “sorge solo quando un uomo sensibile entra nella cattedrale e, rimanendovi, camminando in essa o guardando e respirando, intende attorno a sé con gli occhi, la testa e il petto, con la sensibilità di tutta la sua figura il continuo, silenzioso crescere, ergersi e gravare, formarsi e inarcarsi, racchiudersi e rivelare, celebrare e tripudiare”[17].

L’arte dalle Avanguardie in poi diventerà performativa,ì, l’immagine non funzionerà più come luogo, come spazio chiuso, ma come interfaccia. L’arte trascenderà se stessa, non si identificherà in un oggetto, ma diventerà meccanismo che eccede la vista. Tutto questo comporterà la fine della mediazione tra artista e fruitore. Si porrà l’accento non sul prodotto ma sul fare artistico. L’estetica mirerà a coinvolgere sempre più tutti i sensi dei fruitori: tatto, olfatto, udito.

3.      Perché comunicare attraverso l’arte oggi?

L’arte è da sempre un linguaggio capace di nutrire ed elevare la nostra umanità. Ma oggi ne sentiamo particolarmente l’urgenza, almeno per tre ragioni:

–  per la sintonia tra il linguaggio dell’arte e quello della rete:  il linguaggio artistico è un linguaggio multicodice e ipertestuale, che parla alla totalità di noi stessi e non solo al nostro intelletto, o a un canale sensoriale a scapito degli altri; che ci coinvolge e ci fa entrare in un mondo; che richiede la nostra partecipazione attiva, invitandoci e non forzandoci. Tutti caratteri che son ben presenti nell’odierna cultura digitale, rispetto alla quale l’arte può offrire un oculos, un’apertura verso la trascendenza che eviti alla rete il rischio di trasformarsi in una trappola autoreferenziale: la comunicazione artistica “assomiglia” a quella digitale, ma nello stesso tempo le offre qualcosa “di più”.

– perché la comunicazione artistica ci aiuta ad evitare il rischio di diventare i servitori dei dispositivi che noi stessi abbiamo costruito, dato che entrare nella logica del dispositivo (disporre/essere disposti, manipolare/essere manipolati) senza un punto di riferimento esterno  significa rischiare di venirne risucchiati. L’artista che, in un certo senso, si fa “dispositivo dell’essere” è in qualche modo, per tutti, un modello a cui ispirarsi (“Egli vede affiorare dalle forme l’essenza e si mette a sua disposizione affinché possa rivelarsi più pienamente”, Guardini, op. cit, p. 16). Come scrive Antonio Spadaro a proposito dell’etica hacker, la rete ci offre la possibilità di esercitarela creatività. Maè l’arte che ci indica la direzione in cui svilupparla.

– perché l’arte risponde al desiderio di pienezza che è in ciascuno di noi, con una promessa che la anticipa: “Essa promana dalla brama di quell’esistenza perfetta che non c’è ma che l’uomo, nonostante ogni delusione, pensa debba esistere (…). Dietro ogni opera d’arte si dischiude per così dire qualcosa. Qualcosa s’innalza. Non si sa né che cosa, né dove, ma nel più profondo si sente la promessa” [18].

Per questo comunicare l’arte significa oggi usare un linguaggio, che tutti possono  comprendere, per poter parlare della trascendenza. La gente infatti non è ostile alla verità posta nel cuore del vangelo, ma la sua immaginazione non è raggiunta dal normale linguaggio della Chiesa. Il senso religioso ha sempre trovato la sua più eloquente incarnazione nei simboli, ma oggi i nostri simboli di trascendenza sono isolati dalle esperienze che li hanno fatto nascere. Per comunicare la fede occorre fare appello ad un linguaggio simbolico che sappia toccare nel rpfondo. La necessità di un linguaggio poetico non nasce banalmente dal maggiore appeal che in esso potrebbe risiedere. Le ragioni della scelta di una comunicazione che faccia leva sull’ampatia, sull’emotività, sulle corde intim di ciascun uomo sono legate alla sostanza stessa di ciò che si vuol trasmettere. L’interiorità infatti non prende forma per l’uomo, né giunge a sapere di sé, senza la mediazione simbolica del sensibile.

La chiesa ha, e ha sempre avuto bisogno, dell’ausilio dell’arte:

Come scriveva Paolo VI nel citato Discorso agli artisti: “Se Noi mancassimo del vostro ausilio, il ministero diventerebbe balbettante ed incerto e avrebbe bisogno di fare uno sforzo, diremmo, di diventare esso stesso artistico, anzi di diventare profetico. Per assurgere alla forza della espressione lirica della bellezza intuitiva, avrebbe bisogno di far coincidere il sacerdozio con l’arte”.

Ma questo movimento è possibile solo se sia l’artista che il fruitore si pongono in una posizione di ascolto, e in un atteggiamento di sincera disponibilità. Così come sottolineava il Papa bresciano poco più avanti: “Occorre l’indispensabile caratteristica del momento religioso, e cioèla sincerità. Nonsi tratta più solo d’arte, ma di spiritualità. Bisogna entrare nella cella interiore di se stessi e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime: una personalità, una voce cavata proprio dal profondo dell’animo, una forma che si distingue da ogni travestimento di palcoscenico, di rappresentazione puramente esteriore; e l’io che si trova nella sua sintesi più piena e più faticosa, se volete, ma anche più gioiosa. Bisogna che qui la religione sia veramente spirituale”.

Il movimento dell’arte è dunque quello dell’oculos e non dell’omphalos: guardando verso l’alto non vediamo semplicemente la nostra immagine riflessa, che ci lascia nella pura esteriorità, ma siamo raggiunti dalla luce di Cristo, che a sua volta illumina la nostra profondità: ritorniamo a noi, ma nella pienezza.

Nella liturgia, che è il linguaggio dello spirito che si  avvale di tutte le forme dell’arte e le attraversa, immagine e realtà non sono contrapposte, ma si richiamano e approfondiscono a vicenda in una sintesi che è comunione. Annota sempre Paolo VI: “Se ricerchiamo Cristo veramente dove è, in cielo, lo vediamo riflesso, lo troviamo palpitante nella nostra anima: il Dio trascendente e diventato, in certo modo, immanente, è diventato l’amico interiore, il maestro spirituale. E la comunione con Lui, che sembrava impossibile, come se dovesse varcare abissi infiniti, è già consumata; il Signore viene in comunione con noi nelle maniere, che voi ben sapete, che sono quelle della parola, che sono quelle della grazia, che sono quelle del sacramento, che sono quelle dei tesori chela Chiesadispensa alle anime fedeli”.

Solo a partire dalla pienezza che ciascuno di noi ritrova in questo movimento, è possibile poi una relazione che, liberandosi dai limiti della pura connessione tecnologica, diventa vera comunione: “Tutto l’uomo, e tutti gli uomini”[19]. Che è poi il significato profondo del cattolicesimo.

E come saluto, e augurio per queste giornate, chiudo con alcuni versi di padre Turoldo:

Tempo è di unire le voci,

di fonderle insieme

e lasciare che la grazia canti

e ci salvi la Bellezza.

        (D.M. Turoldo)

 

 



[1] J. RATZINGER, Messaggio per il Meeting 2002, in ID., In cammino verso Gesù Cristo, Milano, 2004, 31.

[2] Soltanto un artista può indovinare il senso della vita (Novalia)

 

Nelle manifestazioni sensibili della bellezza vanno ricercati i fondamenti della visione del mondo (P. Florenskij)

 

In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro ed autentico del bello, c’è realmente la presenza di Dio. C’è quasi una specie di incarnazione di Dio nel mondo, di cui la bellezza è il segno. Il bello è la prova sperimentale che l’incarnazione è possibile. Per questo ogni arte di prim’ordine è, per sua essenza, religiosa (S. Weil)

 

La via della bellezza ci conduce, dunque, a cogliere il Tutto nel frammento, l’Infinito nel finito, Dio nella storia dell’umanità (Von Balthasar)

 

[3] R. GUARDINI, L’opera d’arte, Brescia, 27.

[4] R. GUARDINI, ivi, 28.

[5] R. GUARDINI, ivi, 29.

[6] PAOLO VI, Agli artisti, Cappella Sistina, 7 maggio 1964.

[7] PAOLO VI, ivi.

[8] R. GUARDINI, L’opera d’arte, Brescia, 1998, 15.

[9] PAOLO VI, Enchiridion Vaticanum, 1, p 305, 1965.

[10] BENEDETTO XVI, Incontro con gli artisti, Cappella Sistina,

[11] PAOLO VI, Discorso agli artisti, Cappella Sistina, 7 maggio 1964.

[12] BENEDETTO XVI, Incontro con gli artisti, Cappella Sistina, 21 novembre 2009.

[13] BENEDETTO XVI, ivi.

[14] Cfr. C. GIACCARDI, Dall’ombelico all’occhio, i cattolici nella Rete, in Avvenire del 25 aprile 2012, 23.

[15] R. GUARDINI, L’opera d’arte, 43.

[16] J.P. HERNANDEZ. “Evangelizzare con l’arte“, in Rivista di Pastorale Liturgica, Brescia, Queriniana, 2/2012, 73-80.

 

[17] R. GUARDINI, op. cit, 43.

[18] R. GUARDINI, op. cit, 47-48.

[19] BENEDETTO XVI, Caritas in veritate, 55.