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Silenzio e Parola. Relazione di Fabio Colagrande di sabato 26 maggio 2012

giugno 20, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Edizione 2012 − No Comments

Sabato 26 maggio 2012 il giornalista di Radio Vaticana, Fabio Colagrande, e’ stato ospite di un incontro organizzato dall’Azione Cattolica della diocesi di Roma presso la  “Parrocchia Gesù Buon Pastore” alla Montagnola, a Roma, dedicato al messaggio di Benedetto XVI per la 46^ Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, celebrata domenica 20 maggio. Erano presenti Don Vincenzo Vitale, Segretario Generale della Società San Paolo e don Walter Insero, direttore dell’Uffcio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Di seguito l’intervento completo.

 “Il silenzio è parte integrante della comunicazione e senza di esso non esistono parole dense di contenuto” (BXVI Messaggio per la 46ma GMCS).

Questo semplice passaggio del discorso del Papa, nella sua efficace paradossalità, si presta a una serie di riflessioni che spaziano oltre l’universo mass-mediatico.

L’antitesi parola-silenzio richiama quelle luce-buio, pieno-vuoto, presenza-assenza e sottolinea più che l’opposizione tra i due termini la loro complementarietà, diremo che l’uno non esiste senza l’altro. Senza il silenzio non esistono vere parole, ci dice infatti il Papa. “Più buia è la notte, più vicina è l’alba” recita un detto attribuito al maestro buddista Daisaku Ikeda. Mentre i testi delle canzoni d’amore del ‘900 sono pieni di riferimenti alla circostanza che in assenza dell’amato aumenta la passione nei suoi confronti, come e più che fosse presente. “Inafferrabile, la tua assenza che mi appartiene” recita ‘Gocce di memoria’, incisa un decennio fa da Giorgia. “La lontananza sai è come il vento, spegne i fuochi piccoli accende quelli grandi” cantava molti anni prima Domenico Modugno. “Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!” recita, invece, una battuta di ‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett. E proprio nel vuoto, nell’attesa infinita di questo dramma, si avverte con singolare efficacia – più che in tanti altri testi – la presenza di Dio. Ed è proprio guardando il sepolcro vuoto che, nel Vangelo, i primi testimoni della Resurrezione di Gesù ne hanno la consapevolezza. E tornando al teatro, in questa forma di imitazione della vita, si utilizzano copioni che con specifiche didascalie inseriscono pause, silenzi. E ogni attore sa che un silenzio – al momento giusto- può essere più efficace di mille parole. Così è nella musica, dove una pausa tra una nota e l’altra dà il ritmo giusto. Ecco, è questione di ritmo, trovare l’integrazione giusta tra ‘pieno e vuoto’ che anche nelle arti visive crea bellezza. E se vogliamo aggiungere a queste coppie di concetti antitetici, ma complementari, anche quella maschile-femminile – coppia feconda per definizione – proprio nella Bibbia troviamo un esempio del femminile come capacità di fare silenzio, accogliere, ascoltare, nella figura di Maria che, dice Luca, “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore » (Lc 2,19). Anche se so che l’accostamento femmina- silenzio, può sembrare sotto altri aspetti un po’ forzato.

Quindi l’“ecosistema” – di cui parla il Papa in questo messaggio – dove si possono “equilibrare silenzio, parola, immagini e suoni” non è solo l’ambiente più adatto per una buona comunicazione, ma è anche, come abbiamo dedotto da questi esempi, il luogo della bellezza e probabilmente – anche dal punto di vista cristiano – del bene, della verità e dell’amore.

Ma, visto che – come ci spiega il Papa – silenzio e parola si integrano a vicenda e visto che vanno combinati in modo equilibrato, come trovare questa armonia tra silenzio e parola nel rapporto con la rete? In fondo è questo l’oggetto del suo messaggio. Anche perché è lui stesso a dirci che il web non è solo il luogo della parola ma esistono “siti, applicazioni e reti sociali che possono aiutare l’uomo di oggi a vivere momenti di riflessione e di autentica domanda, ma anche a trovare spazi di silenzio, occasioni di preghiera, meditazione o condivisione della Parola di Dio”.

Aggiungo qui tra parentesi che rileggendo gli ultimi messaggi di Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali emerge un concetto realisticamente positivo della rete che secondo me non è ancora passato completamente in certi ambienti cattolici, ancora troppo preoccupati di demonizzarla.

Dunque come trovare questo equilibrio? Ci viene in aiuto il primo libro che è d’obbligo citare in questa sede “Cyberteologiapensare il Cristianesimo al tempo della rete”, ed. Vita e Pensiero2012 di Antonio Spadaro.

P. Antonio – per inciso – è convinto che la rete stia cambiando il nostro modo di vivere e pensare e che “noi credenti siamo chiamati a dare al mondo un contributo di lettura teologica del fenomeno della rete, far capire le vere potenzialità di questo ambiente”. E inoltre che “proprio nella rete Cristo chiama l’umanità ad essere più unita e connessa”. Dunque legge internet, dal punto di vista cristiano, come un’opportunità, un ambiente in cui ritrovare il Verbo che si è fatto carne, non un pericolo.

In una sezione del suo saggio in cui descrive i cambiamenti del modo di percepire la domanda religiosa Spadaro recupera quella che chiama “una vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. “Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione, la cosiddetta information overload” scrive. Come decodificare nel bombardamento di risposte che riceviamo le domande religiose vere? Appunto nel discernimento. Ed è – aggiungo io – un’attività che deve compiere anche il comunicatore per distinguere, selezionare, tra le notizie, quelle che lo sono davvero, e che possono avere un sostrato etico che le rende anche rilevanti dal punto di vista cristiano, e quindi scartare il resto.

Dunque per discernere bisogna però lasciarsi ‘bombardare’ dalle informazioni che si ricevono su web ed è questa la fase più difficile poiché una selezione a priori, senza conoscere i contenuti dei messaggi è impossibile.

Ora però, se il discernimento ci aiuta già a non morire sommersi dalle parole inutili, è anche naturale che per creare spazi di silenzio non possiamo vivere sempre connessi, on-line.

Ci aiuta a questo scopo un altro volume appena uscito “Facebook internet e i digital media, Una guida per genitori ed educatori, San Paolo, 2012” di don Paolo Padrini.

Scrive don Paolo: “Potremmo dire che la pasta sta all’alimentazione come internet sta alla vita. Fuori di metafora, ciò che fa male alla nostra vita non sono i media, internet o Facebook. Ciò che fa male alla nostra vita è l’utilizzo esclusivo dei media, e all’interno dei media l’utilizzo solo di internet, o – ancora – all’interno di internet l’utilizzo totalizzante di Facebook”. Secondo l’autore dunque “serve una buona dieta mediale bilanciata. (…) Il presupposto della “vincibile prepotenza” degli strumenti ci aprirà la strada alla possibilità di elaborare una sana dieta mediale”. Dunque la proposta di don Paolo è quella di “una dieta a zona anche per internt, (fatta di equilibrio e moderazione) ovvero “integrare questo strumento all’interno del bisogno di relazioni, collegandolo così agli altri ambienti nei quali tali relazioni si possono effettivamente coltivare”.

Detto in modo spiccio se la rete non è un mezzo ma un luogo – come ricordato da Spadaro – non può divenire per noi l’unico luogo di vita. Così come non può divenirlo la casa, l’ufficio, la strada o perfino la Chiesa. Guai al sacerdote che vivesse sempre solo in Chiesa!

Dunque, riassumendo, discernimento dei messaggi e dieta bilanciata possono essere due mosse per non lasciarsi travolgere dalle parole inutili. In un mondo dove – come ha detto qualcuno – aumentano continuamente le opportunità di comunicazione mentre nessuno sembra sapere più cosa comunicare di davvero importante.

Una riflessione riassuntiva di questa prima parte del mio ragionamento è contenuta, in modo molto più sofisticato rispetto al mio, in un terzo volume che vado a citarvi, e che chiude questa trilogia dedicata a fede, comunicazione e web. Si tratta del libro “Il silenzio e la parola. La luce. Ascolto, comunicazione e mass media” di Michele Zanzucchi, appena pubblicato da Città Nuova editrice. “Penso che ognuno di noi, anche nel turbinio del lavoro giornalistico, possa e debba ritagliarsi degli spazi di silenzio. Ne va del futuro della comunicazione mass-mediatica stessa” mi ha detto l’autore – che è direttore del quindicinale CittàNuova – in un’intervista alla Radio Vaticana. “Il silenzio dà vita alla comunicazione e ha una valenza non solo nel rapporto interpersonale ma anche nel nostro rapporto con il mondo mass-mediatico”. “I mezzi di comunicazione hanno dimenticato completamente la fecondità del binomio ‘parola-silenzio’ nella loro attività, e se non parlano sono convinti di non esistere. Eppure dovrebbero riscoprirlo se non vogliono rischiare di ridursi in cacofonia o Babele”. Ma l’osservazione più profonda di Zanzucchi, che introduce una vera novità in questo discorso, e che io vi riassumo sbrigativamente, è la seguente. “Il cristianesimo ha un Dio trinità che è in sé comunicazione”. “Se in qualche modo possiamo dire che il Padre è il silenzio, il Figlio la parola e lo Spirito la luce, proprio da queste relazioni intertrinitarie viene fuori il vero modello della comunicazione che è silenzio e parola allo stesso tempo”. Dunque silenzio e parola come due realtà che entrando in relazione attraverso la luce, generano quella buona comunicazione cristiana che – nel modello di Zanzucchi – dovrebbe avere oggi le caratteristiche di condivisione, creatività e comunione.

Passo ora alla seconda parte del mio intervento proponendovi alcune riflessioni sparse sulle prospettive che – secondo la mia esperienza di lavoro – sta assumendo la comunicazione e quella cattolica in particolare, nell’era del web.

Cominciamo col citare un quarto libro che però c’entra poco con gli altri tre, ed è anche più vecchio. Si tratta “I barbari. Saggio sulla mutazione”, di Alessandro Baricco, Feltrinelli, 2008.

Se Zanzucchi nel libro appena citato sostiene che “la tecnica non può mettere la museruola alla riflessione”, e difende così la necessità di far precedere l’azione dallo studio, dall’approfondimento, Baricco lancia una provocazione contraria. “L’idea che capire e sapere significhino entrare in profondità in ciò che studiamo, fino raggiungerne l’essenza, è una bella idea che sta morendo – scrive – la sostituisce l’istintiva convinzione che l’essenza delle cose non sia un punto ma una traiettoria, non sia nascosta in profondità ma dispersa in superficie, non dimori dentro le cose, ma si snodi fuori da esse, dove realmente incominciano, cioè ovunque. In un paesaggio del genere, il gesto di conoscere dev’essere qualcosa di affine al solcare velocemente lo scibile umano, ricomponendo le traiettorie sparse che chiamiamo idee, o fatti, o persone. Nel mondo della rete, a quel gesto hanno dato un nome preciso: surfing”.

“..i barbari si sono inventati l’uomo orizzontale. Gli dev’essere venuta in mente un’idea del genere: ma se io invece impiegassi tutto quel tempo, quell’intelligenza, quell’applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse, e le pareti imbottite: l’hanno sostituito, istintivamente, con il surfer. Una specie di sensore che insegue il senso là dove è vivo in superficie, e lo segue ovunque nella geografia dell’esistente, temendo la profondità come un crepaccio che non porterebbe a nulla se non all’annientamento del movimento, e quindi della vita”.

Il modello di questo ‘barbaro’ di Baricco che ha sostituito il navigare, surfare, in superficie, orizzontalmente, al faticoso approfondimento speleologico, è certamente paradossale, ma illumina secondo me un altro binomio che accosterei a quello silenzio-parola e cioè ‘lentezza-velocità’. Sono due qualità che all’epoca del web vanno riscoperte in contemporanea, rispolverando la saggezza concentrata nel motto latino ‘festina lente’. Ne aveva già parlato – come ricorderete – Italo Calvino nella sua ultima opera, pubblicata postuma nel 1988, quelle ‘Lezioni americane’ nelle quali inserisce proprio la ‘rapidità’ nei sei valori della letteratura che considerava importanti e alla base della letteratura per il nuovo millennio.

Sul rapporto tra rapidità e lentezza, Calvino chiude con una leggenda cinese.

“Tra le molte virtù di Chang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno d’un granchio. Chang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni il disegno non era ancora cominciato. «Ho bisogno di altri cinque anni», disse Chang-Tzu. Il re glieli accordò. Allo scadere dei dieci anni, Chang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto”.

Dunque il giornalismo al tempo del web 2.0 non può, a mio parere, fare a meno di questo alternarsi di navigazione veloce e universale con la sosta per scavare in profondità in un sol punto.

Ma c’è da aggiungere che il web 2.0 sta totalmente rivoluzionando il modo di fare informazione, in un modo così radicale che – come è stato scritto –  il giornalismo non sarà più lo stesso. Ha scritto Marco Bardazzi, caporedattore de La Stampa, nel volume “Cambiati dalla rete, vivere le relazioni al tempo dei social network”, curato da don Giacomo Ruggeri edito dalle Edizioni Messaggero di Padova: “Il cambiamento in corso è assai più profondo di una semplice riorganizzazione delle modalità di lavoro. Il futuro è certamente multimediale e richiederà la capacità di saltare da una piattaforma digitale a un’altra”. Insomma non esistono più prodotti televisivi, radiofonici o cartacei, esistono ‘prodotti’ sul web che sono tutto questo contemporaneamente. E al contempo, la rivoluzione dei social network e degli smart-phone, che trasforma i cittadini di tutto il mondo – se non in giornalisti – in testimoni diretti capaci di entrare in connessione con la rete mondiale, le possibilità’ dell’utente di costruirsi un’informazione su misura, i nuovi device e la figura del giornalista multimediale; il fatto che sempre più gli italiani leggano le notizie sui siti web portali, condividendo gli articoli più interessanti sui diversi social network, crea una rivoluzione inarrestabile nel mondo dell’editoria, del giornalismo e non solo. E – come ha detto Luca Sofri recentemente al Festival del Giornalismo di Perugia – “è la prima volta da tanto che fare i giornalisti significa una cosa completamente diversa dal replicare i modi in cui lo facevano quelli prima di noi, la prima volta in cui c’è tanto spazio per inventarsi delle cose. Chissà quante falliranno, forse persino tutte, e magari il nuovo giornalismo di successo non esisterà: ma come si sa, la parte bella della caccia al tesoro è la caccia, non il tesoro”.

Chiudo con un’ultima riflessione su un’altra mutazione avviata dal web, ancora più importante per noi credenti. Me l’ha suggerita il card. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in un’intervista che mi rilasciò nell’autunno del 2010. Con un’intuizione simile a quella sulla quale Antonio Spadaro ha costruito la sua ‘Cyberteologia’, Ravasi sottolineava che “strumenti e dispositivi non sono infatti soltanto mezzi, ma plasmano anche la cultura, influiscono sulla comprensione e condizionano la recezione”. Usare quindiFacebookTwitter o You Tube con le parole di cinquant’anni fa – aggiungo io – non serve. Per «inculturare» la fede nella modernità, attraverso nuove forme, è necessario cercare anche nuovi contenuti. Operazione quanto necessaria quanto delicata, che potrebbe apparire irrispettosa, quasi a rischio di eresia. Ma qui non si tratta di mettere in discussione i dogmi della fede cristiana o ridisegnare i principi della morale o della dottrina sociale. Piuttosto di compiere un’operazione simile a quella di San Paolo che passando da una cultura semitica a quella dell’ellenismo, alla cultura romana, non si limitò a tradurre gli insegnamenti di Gesù in un’altra lingua, ma creò una dottrina comprensibile ai «gentili».

Noi – diceva il cardinale in quell’intervista – abbiamo un linguaggio che tante volte è autoreferenziale. Diremmo noi «ci parliamo addosso». «Per questo motivo è necessario, senza perdere i propri contenuti, cercare di fare quell’operazione di cui parlava il sociologo canadese Marshall McLuhan. Far entrare il mezzo nel messaggio che comunica. E, certo, questo vuol dire anche qualche mutamento nel messaggio». Non per svalutare, annacquare la purezza dell’annuncio cristiano, ma anzi per ridargli il fascino primigenio, incarnandolo nel mondo del duemila. E qui stiamo parlando di Nuova Evangelizzazione.

Fabio Colagrande