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Spadaro: Internet ci porta a Dio

agosto 20, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Avviso ai naviganti − No Comments

Il gesuita, direttore di “La Civiltà Cattolica”, spiega quali enormi potenzialità e quali insidie presenti all’uomo e al cristianesimo la grande Rete. La chiave è il discernimento.

È gesuita ma ha il web come vocazione seconda al quale ha dedicato numerosi studi, un blog molto cliccato e svariati libri. L’ultimo s’intitola Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo ai tempi della Rete (Vita e Pensiero, pp. 150, € 14). Padre Antonio Spadaro, 45 anni, dall’ottobre scorso è anche direttore de La Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista che da 162 anni viene pubblicata con l’imprimatur della Segreteria di Stato vaticana. È su Facebook e su Twitter.

Il suo approccio al mondo della Rete rovescia molti luoghi comuni: «Si tratta di capire», dice, «non tanto come Internet può aiutare la Chiesa ma come la fede può aiutare e comprendere meglio il significato profondo della Rete, il suo ruolo nella storia dell’umanità».

In che modo la comunicazione tecnologica può incoraggiare il Cristianesimo a creare una coscienza comune?
«Le tecnologie digitali permettono alle persone, oggi più che mai, di rimanere connesse e comunicare, superando molte distanze. E con un sistema tecnologico per comunicare e pensare, si va formando di pari passo una sorta di intelligenza distribuita ovunque e in continuo accrescimento. Internet, infatti, comporta la condivisione di risorse, tempo, contenuti, idee. L’esempio ormai classico è Wikipedia che al di là di qualunque valutazione è il frutto della convergenza di tante persone, connesse tra loro nel pianeta, che pensano e scrivono. L’intelligenza è distribuita dovunque ci sia umanità, ed essa oggi può essere facilmente interconnessa. La rete di queste conoscenze dà vita a una forma di “intelligenza collettiva” o a una coscienza comune».

Nell’ambiente digitale non c’è il rischio che venga annullata la dimensione personale e comunitaria della fede?

«Gli “amici”, proprio perché sempre on line, cioè disponibili al contatto o immaginati come presenti a dare un’occhiata ai nostri aggiornamenti sui social network, sono immancabilmente presenti e dunque, proprio per questo, rischiano di svanire in una proiezione del nostro immaginario. Il concetto di “prossimo” è invece legato in radice alla vicinanza spaziale. La frattura nella prossimità è data dal fatto che la vicinanza è stabilita dalla mediazione tecnologica per cui mi è “vicino”, cioè prossimo, chi è “connesso” con me. Rischio dunque di essere “lontano” da un mio amico che abita vicino ma che non è su Facebook e usa poco l’e-mail, e invece di sentire “vicina” una persona che non ho mai incontrato, che è diventato mio “amico” perché è l’amico di un mio amico, e col quale ho uno scambio frequente in Rete. La Rete da luogo di “connessione” è chiamata a diventare luogo di “comunione”. Il rischio di questi tempi è di confondere i due termini. La connessione di per sé non basta a fare della Rete un luogo di condivisione pienamente umana. Lavorare in vista di tale obiettivo è compito specifico del cristiano».

Perché quello della Rete può essere considerato un ambiente divino? «Innanzitutto la rete è un ambiente. È uno spazio di esperienza che sempre di più sta diventando parte integrante, in maniera fluida, della vita quotidiana: un nuovo contesto esistenziale. Dunque non è affatto un semplice “strumento” di comunicazione, ma si è evoluto in un “ambiente” culturale, che determina uno stile di pensiero, crea nuove forme di educazione, contribuendo a definire anche un modo di abitare il mondo e di organizzarlo. L’intuizione teologica intravede e manifesta nella tensione dell’umanità a una connessione più radicale un’attrazione magnetica che parte dalla fine e dal di fuori della storia e che rende ragione e valorizza tutti gli sforzi dell’interazione fra le menti umane in reti sociali sempre più complesse. Così si comprende che la rete può essere considerata, in questo quadro, una importante tappa del cammino dell’umanità mosso, sollecitato e guidato da Dio. La rete dunque può essere intesa parte di quell’unico “ambiente divino” che è il nostro mondo. Questa visione non prescinde da tutti i problemi e i pericoli, ma cerca di capire quale sia la sua vocazione nella storia dell’umanità».

Quale dovrebbe essere la modalità di presenza della Chiesa nell’ambiente digitale?
«La Rete intesa soprattutto come network sociale che è costituita dallo scambio di contenuti dentro relazioni personali ci fa capire oggi più che mai come la fede non è fatta soltanto di informazioni, né la Chiesa è luogo di mera “trasmissione” del Vangelo. Essa è luogo di testimonianza vissuta del messaggio che si annuncia: non si tratta di trasmettere nozioni astratte, ma di offrire un’esperienza da condividere. La Chiesa in Rete è chiamata dunque non solo a una “emittenza” di contenuti, ma a una “testimonianza” in un contesto di relazioni ampie. Benedetto XVI ha scritto che quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo. Le tecnologie dell’informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, spingono gli uomini a farsi “testimoni” dei valori sui quali fondano la propria esistenza. Questo credo sia la migliore modalità di presenza della Chiesa nell’ambiente digitale».

In un contesto come quello di Internet, dove si susseguono vertiginosamente messaggi di ogni tipo, come è possibile distinguere la “buona notizia” tra le tante notizie?
«Se prima parlavo della testimonianza, che è un’esperienza radicata da sempre nel Cristianesimo, adesso posso parlare di discernimento, concetto altrettanto “cristiano”. L’uomo oggi si sta trasformando in un decoder, cioè in un sistema di decodificazione delle domande sulla base delle molteplici risposte che lo raggiungono senza che lui si preoccupi di andarle a cercare. Viviamo bombardati dai messaggi, subiamo una sovrainformazione. Il problema oggi non è reperire il messaggio di senso ma decodificarlo, riconoscerlo sulla base delle molteplici risposte che io ricevo. La domanda religiosa in realtà si sta trasformando in un confronto tra risposte plausibili e soggettivamente significative. La grande parola da riscoprire, allora, è proprio questa vecchia conoscenza del vocabolario cristiano: il discernimento. Le domande radicali non mancheranno mai, ma oggi sono mediate dalle risposte che si ricevono e che richiedono il filtro del riconoscimento. La risposta è il luogo di emersione della domanda. Bisogna imparare a dedurre e distinguere le domande religiose vere dalle risposte che lui si vede offrire continuamente».

Antonio Sanfrancesco

Famiglia Cristiana 19/08/2012