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Se la tv “divorzia” dalla realta’…

settembre 14, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

La frase con la quale il presidente del Consiglio ha pregato almeno la Rai di non chiamare più «furbi» gli evasori è stata ampiamente ripresa da tutti gli organi di informazione. Peccato che nessuno ne abbia colto un ulteriore importante significato, che merita invece di essere approfondito: riguarda la rappresentazione del Paese da parte dei mass media. Se ci si preoccupa di come viene rappresentata nei tg una grave colpa sociale, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di quale interpretazione della realtà viene proposta dagli schermi, contribuendo a formare (o deformare) il modo di pensare dei teleutenti di ogni età.

Lasciamoci pure alle spalle il datato dibattito sui rischi della tv pedagogica, che illustri critici e maître-à-penser invocano ogni volta che si affrontano questi temi. Anche perché c’è ben poco da dibattere: qualsiasi forma di audiovisivo è sempre pedagogica, nel senso che influenza prima la retina, quindi la corteccia cerebrale, per poi arrivare a suscitare emozioni e formare ricordi. Né possiamo accettare il troppo comodo alibi che la tv non sia altro che lo specchio della realtà: da Rashomon in poi, abbiamo imparato che la stessa storia può essere raccontata in molte versioni diverse… tutte plausibili.

Nella stessa occasione, il presidente Monti ha fatto anche riferimento al delitto commesso da quanti dei suoi predecessori hanno contribuito a far crescere uno smisurato debito pubblico, che grava ora come un macigno sulle spalle delle giovani generazioni.

Forse è il caso di cominciare a preoccuparsi di un’altra grave tara che le riguarda, quella che Giuseppe De Rita ha definito «il più efficace piano di diseducazione di massa che sia stato portato avanti più o meno intenzionalmente». Sentire parlare ogni giorno di ‘crescita’ fa una certa impressione soprattutto a chi, lavorando in università a contatto con i giovani, si rende conto di avere di fronte una generazione con una troppo alta percentuale di studenti distratti, sfiduciati, incolti, poco motivati e abituati a non fare fatica. E con aspirazioni assai limitate. Chissà cosa sognavano di diventare da bambini… Quelli degli anni Cinquanta e Sessanta avevano miti spesso irraggiungibili, ma si trattava comunque di aspirazioni ‘alte': sognavano di fare l’esploratore, il pilota, il direttore d’orchestra, l’astronauta, persino il pirata. Per lo più si trattava di aspirazioni a ruoli di comando.

Oggi un preoccupante numero sogna di fare la velina, il tronista, la modella o il modello… tutte aspirazioni a ruoli gregari, ma che consentono visibilità a poco prezzo. È quindi lecito domandarsi quali modelli e quale narrazione del Paese siano stati loro proposti, quali ideali siano stati loro suggeriti. Se guardiamo ad altre nazioni, in particolare all’America, dove è nato, lo story­telling del cinema e della fiction è arrivato a proporre miti e anche a smontarli, ma sempre con grande sapienza autorale e grande cura della sceneggiatura, della recitazione, della scenografia, della fotografia, della regia. La coscienza di essere nazione, con i suoi valori e i suoi problemi, è emersa anche nelle produzioni più dichiaratamente spettacolari.

Il labor, lo studio, la ricerca delle perfezione e dell’eccellenza, poi, sono stati sempre gli obiettivi dichiarati, sia che si trattasse di cinema o di serie televisive. In Italia cosa è successo? Secondo Enzo Papetti, acuto studioso di cinema e tv, «quando negli anni Ottanta la committenza del cinema è stata assunta dalle tv, la qualità del prodotto è scesa al punto di non permettere più alle pellicole italiane di varcare i confini nazionali, mentre ad esempio il cinema francese e quello di altri Paesi dell’est e del sud del mondo sono diventati nello stesso periodo sempre più internazionali».

Nel frattempo la televisione, in particolare il servizio pubblico, ha buttato al vento una marea di occasioni, tradendo la sua missione per rispondere «all’editore di riferimento» costituito dal partito o dalla coalizione di volta in volta al potere. Di ipocrisia in ipocrisia, nonostante i contratti di servizio e le commissioni di vigilanza, si è giunti a dilapidare un immenso patrimonio sia finanziario che culturale costruendo un ircocervo ingovernabile in cui è difficile fare applicare una circolare, figuriamoci disegnare linee di story-telling… anche perché, da noi, questo termine è stato sempre più spesso tradotto in ‘agiografia’.

Ai nuovi amministratori della Rai è stato assegnato il compito di risanare i conti, incarico da far tremare le vene dei polsi. Ma che dovrebbe accompagnarsi all’incarico di risanare quella ferita, quell’errore così ben descritto da Papa Giovanni Paolo II nella sua lettera agli artisti in occasione della Pasqua del 1999, nella quale affermava che uno dei principali errori degli artisti moderni è quello di separare il problema del bello dal problema dell’uomo in senso generale.

Sottolineando che il vero artista sa che il bello non è solo prodotto delle sue mani, ma qualcosa cui ha attinto e obbedito, così come hanno insegnato Dante, Eliot e Baudelaire. Mentre in questo trentennio si è pervicacemente perseguito un modello di tv che ha fatto della scissione del vero dal giusto e dal bello una prassi quasi costante. I reality show, di cui i moderni manager televisivi sembrano non poter fare a meno, sono l’esempio lampante di come un’estetica deviata abbia troncato deliberatamente il proprio rapporto con la realtà e con la verità, condannandosi a produrre sensazioni ed emozioni a prescindere da ogni implicazione riguardante ciò che è giusto e vero. I nuovi amministratori della Rai hanno quindi un compito davvero epocale: quello di riuscire a far sentire i manager che ci hanno allestito questo genere di tv (così come l’imperatore Adriano di Marguerite Yourcenar) anch’essi «responsabili della bellezza del mondo».

Alberto Contri, da Avvenire 7 settembre 2012