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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

L’animatore della comunicazione e della cultura: un nuovo ministero della comunita’

novembre 10, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

Domenico Pompili, Direttore dell’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali, ha aperto il ciclo di incontri “L’arte del comunicare”, organizzato dall’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma. Col suo intervento ha delineato  l’identità e la missione dell’animatore.

L’intervento di mons. Pompili

Premessa 

Sarebbe interessante effettuare un sondaggio per sapere quale significato le persone di diverse età ed estrazione associano immediatamente  al temine “animatore”. Con ogni probabilità, nell’odierna società dei consumi, gran parte delle risposte indicherebbe l’animatore del villaggio turistico, che intrattiene i vacanzieri proponendo attività antinoia, prevalentemente fisiche (giochi, balli, gare di abilità etc.), da eseguire in gruppo.

In realtà “animare” viene da “anima”, e suggerisce l’idea di infondere lo spirito, vivificare, e successivamente incoraggiare. E’ a questa accezione originaria che esplicitamente si richiama il Direttorio sulle Comunicazioni Sociali nella missione della Chiesa della CEI, “Comunicazione e missione”, del 2004, quando identificando l’urgenza di una figura come questa a proposito dell’ambito della comunicazione e della cultura, afferma che

«In questo campo servono operai che, con il genio della fede, sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli»

Operai innanzitutto: l’animatore non e’ un specialista, un esperto; non ha una conoscenza settoriale e tecnica, ne’ tanto meno astratta. Il suo compito ha piuttosto a che fare con le opere, la concretezza, l’azione, l’impegno nella realtà, il servizio alla comunità.

L’azione non e’ pero’ cieca, ne’ regolata dalle urgenze o semplicemente dalla volontà personale, e nemmeno puramente orientata  alla dimensione materiale, ma scaturisce dal “genio”: da una scintilla vivificatrice, da una capacità di sguardo originale che non si genera dall’interno, ma dalla fede che ci apre una prospettiva nuova e che ci “anima”.

Come scrive Antonio Spadaro, “il genio è mosso da un’idea luminosa e ribollente  che muove e illumina tutta la sua attività” (Svolta di respiro, p. 31). “E’ come un uomo che attinge acqua alla sorgente e non al rubinetto: l’acqua sgorga senza canali ma con la forza e la purezza dell’inizio” (www.generativita.it).

Il genio della fede tiene viva questa sorgente e questo sguardo attento e libero su un presente difficile da  comprendere, senza lasciarsene sedurre o scoraggiare.

L’animatore della comunicazione e della cultura non è quindi un idraulico che, disponendo di un  sapere, predispone un impianto di erogazione con comodi rubinetti per consentire il prelievo delle quantità desiderate, ma è una sentinella (ruolo che indica colui che ascolta – da sentire – e che è mandato a vigilare proprio vicino al pericolo) che continuamente richiama l’attenzione sulla fonte alla quale attingere la vita, e sul fatto che tutte le “meravigliose opere dell’ingegno umano” ci mettono prima di tutto in contatto, per usare un’immagine potente e condivisa, “con il  dito creatore di Dio” (ivi, 35).

Da qui discendono i compiti: l’animatore della comunicazione collabora in spirito di servizio alla triplice azione di

1)  interpretazione e discernimento rispetto al tempo presente

2)  incorporazione dei media nell’azione pastorale, cercando forme nuove per abitare questo ambiente, nella comune ricerca della verità

3) valorizzazione delle risorse umane, soprattutto dei giovani, e ridefinizione dell’autorevolezza come capacita’ di ascolto e amore per l’umano nella sua integrità.

Sono passati alcuni anni dalla pubblicazione di questo documento, anche se pochi anni possono significare vere rivoluzioni nel nostro mondo accelerato: nel 2004, per esempio, nasceva Facebook negli USA, ma solo dal 2006 si è diffuso in tutto il mondo, e il boom in Italia è del 2008, con le profonde trasformazioni nei modi della relazione che si sono accompagnati al trionfo dei Social Network.

Tuttavia il testo del Direttorio rimane molto attuale e si rivela retrospettivamente quasi profetico nel riconoscere la necessità di figure di riferimento, motivate e competenti, capaci di  articolare, nella concretezza della relazione faccia a faccia, una comunicazione a più livelli, tra chiesa, territorio e media: “opinion leader” che siano espressioni della comunità ma esprimano anche sensibilità ecclesiali più sviluppate e una “familiarità riflessiva” rispetto ai media; capaci di produrre aggregazione, attivare risorse, mobilitare consapevolezza.

Come si legge infatti nel messaggio del Papa per la 45ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, “nel mondo digitale trasmettere informazioni vuol dire sempre più immetterle in una rete sociale, dove la conoscenza viene condivisa nell’ambito di scambi personali”.

Come si declina dunque questa figura nell’era del web? Che cosa ci chiede e ci insegna l’età digitale rispetto ai compiti cui  l’animatore per mandato, ma tutti noi in quanto cittadini del villaggio globale siamo chiamati?

1 – Ascoltare e vigilare

“L’impegno sui fronti della comunicazione e della cultura può favorire la maturazione di una Chiesa più attenta ai cambiamenti, capace di reale discernimento. Gli animatori offriranno a tutta la comunità spunti e occasioni per interpretare i fenomeni del nostro tempo offrendo chiavi di lettura ed educando al senso critico. Nel processo di globalizzazione e di massificazione, che caratterizza l’inizio del terzo millennio, la Chiesa può diventare un fondamentale punto di riferimento, essendo per sua natura realtà universale e nello stesso tempo comunità particolare. La sua universalità, cattolicità, nulla sottrae al vincolo con la dimensione particolare, anzi lo rafforza. Gli animatori coniugheranno, senza contrapposizioni, gli aspetti dell’universalità con il radicamento nel territorio e nella realtà locale” (Direttorio, VI, 135)

Sono tre i punti sollevati in particolare da questo denso passaggio: il ruolo dei laici nel contribuire alla comprensione dei processi in atto; la capacità della Chiesa di farsi punto di riferimento irrinunciabile in un mondo che rischia la perdita del senso; il carattere “cattolico”, cioè “totale”, oltre che universale e singolare-locale, della Chiesa.

 Paolo VI nella Evangeli Nuntiandi, descriveva il nostro tempo come segnato da una “rottura tra vangelo e cultura” (n. 20).

E’ questa frattura che oggi va sanata, perché impoverisce la cultura, separando e contrapponendo ciò che invece è unito: materia e spirito, finito e infinito, libertà e legame….Lo scriveva anche McLuhan: “esistono due aspetti in ogni cosa, l’uno concreto  e l’altro mistico, entrambi utili e fecondi” (La luce e il mezzo, p. 31).

Escludere lo spirito, negare l’infinito (o almeno l’infinito “verticale”), sottoporre ogni aspetto della realtà a uno sguardo oggettificante è, per usare le parole di Florenskij, “tentare di strappare il velo da ciò che è misterioso per illuminare tutto con una luce artificiale” (La concezione cristiana del mondo, p. 55).

E’ l’atteggiamento opposto a quello filosofico dello stupore, e a quello della vita spirituale grazie alla quale tutto continuamente si rinnova: qui invece “ogni processo complesso si frantuma in parti tali da non poter stupire: è la concezione del mondo più noiosa” (ivi). Mentre nella concezione religiosa del mondo l’intero precede le parti (basti ricordare gli esempi evangelici della vite e dei tralci, o quelli paolini del corpo e delle membra), la cultura razionalistica ha proceduto alla frantumazione dell’intero in parti, per dimostrare che scomponendo i processi in fasi infinitamente piccole è possibile ottenere l’essere: “L’intera scienza vuole dimostrare come dal nulla si ottenga qualcosa, e come da qualcosa si ottenga la pienezza dell’essere” (ivi, 61). E’ la teoria della continuità, delle piccole variazioni che porterebbero dal nulla al mondo. A questa si oppone “la cultura della conoscenza viva, secondo la quale tutto è legato al tutto” (ivi, 63). Che è anche la cultura della discontinuità, quella dell’atto creativo, dell’atto gratuito di amore, della scelta di libertà, dell’atto di fede: “giacchè l’intero può darsi soltanto tramite un atto creativo, in modo  improvviso e non graduale” (ivi).

Da una parte, dunque, continuità, frammentazione, accumulo, piccole variazioni quantitative, equivalenza; ma anche banalizzazione del desiderio, rifiuto del legame…; dall’altra discontinuità, integrità, unicità, insostuibilità, responsabilità e libertà.

E’ alla scelta tra queste due cornici, e tra le opzioni antropologiche che ciascuna di esse porta con sè, che il nostro tempo ci sollecita, mentre tenta di far passare la prima come un dato di fatto. Così il “pensiero meditante” viene cancellato da quello “calcolante”, che perde il senso della gratuità e della bellezza e resta schiacciato sull’utile immediato (Pompili, Il nuovo nell’antico, 49).

La buona notizia del vangelo non riguarda solo un aspetto della nostra esistenza, ma l’intero. “Cattolico” significa per tutti, ma anche “relativo al tutto”. La cultura contemporanea è settoriale, frammentata e promuove la segmentazione dell’esperienza e persino del corpo, che non è più considerato come un tutto ma come una somma di parti (smontabili, sostituibili, ritoccabili). Ascoltare questo tempo significa anche cogliere la deriva disumanizzante di una concezione materialistica e meccanicistica della vita e del corpo, e proporre invece il messaggio dell’integrità della persona e della sacralità della vita.

- In questo senso la Chiesa può offrire oggi un punto di vista profondamente alternativo a quello di una cultura sempre più arida e disumanizzante. Una prospettiva liberante e anche profondamente rasserenante, oltre che vigile e critica.

Il prezzo di questa lacerazione infatti, oltre al materialismo che ci rende un'”epoca delle passioni tristi”, è l’incapacità critica, la banalizzazione, il senso di rassegnazione che si respirano in tanti ambienti.

McLuhan scriveva che “Il banale è rappresentato invariabilmente dal falso mostrarsi delle cose alle intelligenze stanche e agli spiriti esangui” (La luce e il mezzo, 31), e pessimisticamente  affermava anche: “c’è una ripugnanza radicale nel cuore dell’uomo verso la comprensione dei processi in cui siamo coinvolti. Tale comprensione implica troppa responsabilità per le proprie azioni” (89). E ancora: “Quando un nuovo problema diventa troppo grande per essere affrontato su scala umana, la mente si ritira istintivamente e si addormenta” (107).

Il progresso della tecnica può produrre meraviglia e farci interrogare sulla fonte di questa nostra capacità creatrice, oppure può produrre una sorta di rassegnazione al dato di fatto e alla legge della fattibilità, rinunciando alla domanda sul senso.

Come sosteneva McLuhan, “Uno degli effetti dell’innovazione è il sonnambulismo. Quando le persone sono in preda a una forte pressione psicologica, tendono a diventare ‘zombie’. Lo ‘zombismo’ e’ attualmente un modo normale per resistere all’innovazione tecnologica” (La luce e il mezzo, 81).

Il contesto culturale in cui siamo immersi ci invita costantemente a sognare a occhi  aperti, piuttosto che  fare appello alla nostra capacità di ascoltare e riconoscere la realtà circostante.

Qualità della vigilanza sono invece  l’attenzione, la sensibilità, la capacità di perforare il velo delle apparenze. Vigilare significa “guardare con attenzione”, un guardare che non è solo degli occhi.

Vigilare significa anche prendersi cura, custodire, ciò che abbiamo conosciuto come importante, prezioso e bello. Solo ciò che viene custodito può durare, perché l’oblio della nostra cultura basata sull’istantaneità tende a cancellare ogni cosa.

Il cristiano oggi sa vigilare e sa anche essere originale: non nel senso che è ossessionato dalla distinzione e dalla novità fine a se stessa, bensì perché non si dimentica dell’origine, di quella fonte dalla quale ha avuto e costantemente riceve la vita, e questo rende il suo sguardo più acuto e la sua prospettiva “eccentrica” rispetto alla dittatura del dato di fatto che domina nei discorsi di oggi.

Nell’opera di discernimento dei tempi i laici, se stanno dentro al mondo con atteggiamento vigile, possono svolgere un ruolo cruciale, e la cultura digitale pone oggi nuove sfide e nuove opportunità in questa direzione.

Essa rappresenta certamente una sfida per la Chiesa, dato che la rete, come scrive la Turkle (Alone together, 2011), si presenta come una “bottomless abundance“, una abbondanza senza fine che tutto può contenere, dove tutto si puo trovare.

Una sfida che deve essere colta con attenzione, con responsabilità ma anche con umiltà, perché solo “ascoltando” il nuovo contesto che va prendendo forma si può  esprimere una parola capace di intercettare i bisogni,  destare l’attenzione, accendere la speranza.  E i laici possono contribuire molto non solo condividendo esperienze, significati e competenze, ma persino offendo spunti per vedere la rete non come un sostituto, ma come un luogo che consenta una nuova intelligenza (intus-legere) della fede, a fronte di una generalizzata “negligenza”, indifferenza (nec-legere); per esplorare a fondo “la pensabilità della fede alla luce della logica della rete” (Spadaro “Verso una ‘cyberteologia’? L’intelligenza della fede al tempo della rete”, La Civiltà Cattolica, I, 2011: 25).

Se il medium è il messaggio e la techne è anche epistéme, e se niente è veramente profano per l’uomo che si sa a immagine del suo creatore, allora oggi, anche grazie al digitale, si aprono inedite possibilità di penetrare ancora più profondamente il mistero dell’umano nella sua relazione con Dio.

E, d’altra parte, esplorare le potenzialità della rete alla luce dell’esperienza di fede consente di coglierne le opportunità di umanizzazione e di sottrarsi alle logiche orchestranti della tecnica come dispositivo; sviluppando la nostra capacità di vivere la nostra integrità di esseri senzienti, pensanti, desideranti, in relazione tra noi e aperti all’infinito che ci costituisce e continuamente ci libera.

E infine, anche se gli aspetti da richiamare potrebbero essere ancora tanti, la Chiesa può pronunciare a questo tempo così ricco di opportunità ma anche così “malato” un’autentica parola di libertà, l’unica che siamo veramente in grado ci capire.

“Uno dei compiti della Chiesa è scuotere le persone”, scriveva McLuhan (La luce e il mezzo, p 81), sostenendo che solo il cristiano ha la capacità di distacco da questo mondo; una capacità che gli consente, come all’artista e in massima  misura al santo, di esserne libero e smascherarne gli inganni (ivi, 107-108).

E come l’opera d’arte scaturisce dalla paziente osservazione della realtà, così la capacita di essere liberi origina dalla disponibilità all’ascolto:

“Come nel Vangelo di San Giovanni, <chi ha orecchie per intendere, intenda>, si regoli sulla giusta frequenza. Oggi la maggior parte della gente non ha orecchie per intendere, ma solo per udire (…). Cristo dice invece <le pecore conoscono la mia  voce. Io conosco le pecore ed esse riconoscono la mia voce. Ma se voi non riuscite a capirmi non fate parte del mio gregge>. (…). Se intendono la voce, è perché il Padre li ha messi sulla giusta  frequenza. Li ha programmati dal di dentro, perché potessero capire il Cristo” (ivi 114-115).

2 – L’epoca della comunicazione tra smarrimento e verità

Come ha scritto Benedetto XVI nella CV,  viviamo in un’epoca di ipersviluppo tecnologico, ma anche di sottosviluppo morale (29, 73). Da una parte, infatti, assistiamo a un’accelerazione senza precedenti dello sviluppo della tecnica, che dilata in modo solo fino a qualche anno fa impensabile, quasi magico, le nostre possibilità di comunicazione.

Come si legge anche nel Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali,

“Le nuove tecnologie non stanno cambiando solo il modo di comunicare, ma ma la comunicazione in se stessa, per cui si può affermare che si è di fronte a una vasta trasformazione culturale. Con tale modo di diffondere informazioni, e conoscenze, sta nascendo un nuovo modo di apprendere e di pensare, con inedite opportunità  di stabilire relazioni e costruire comunione”.

Innanzitutto va ormai acquisito il fatto che i media non sono strumenti in qualche modo estrinseci e neutri rispetto alle nostre attività, ma fanno parte dell’ambiente in cui ci muoviamo e abbiamo relazioni, e che quindi la comunicazione non può essere considerata un settore a sé stante, quasi un optional di cui solo  pochi si devono  occupare.

Nella  Evangeli Nuntiandi si legge: ” La Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al Signore se non usasse questi potenti mezzi” (N. 45) e nel Direttorio si ribadisce:

“Non è un settore tra gli altri della vita della comunità, ma un modo nuovo di pensare e realizzare l’azione pastorale. Per questo motivo il progetto culturale non ha tanto bisogno di specialisti della cultura, ma di animatori, che nella pastorale ordinaria, intesa in senso ampio, sappiano conferire spessore culturale alle iniziative della comunità ecclesiale” (n. 122).

In secondo luogo, se i media  sono ambienti, tanto più invisibili e  influenti quanto  meno ne  siamo consapevoli (e normalmente  non lo siamo, perché, come scrive McLuhan, l’ambiente satura l’intero campo dell’attenzione, come l’acqua per il pesce), l’unico modo a nostra disposizione per non venirne plasmati è “disimmergerci”, osservarli da una prospettiva diversa, a partire da un “controambiente”.

Come scrive McLuhan, “Quando guardiamo una situazione attraverso un’altra situazione, stiamo usando una metafora” (La luce e il mezzo, 164). E la metafora (da meta-ferein, trasportare) è un “medium” che traducendo l’esperienza da un ambito a un altro ne coglie con maggior lucidità le caratteristiche più invisibili perché più pervasive. E non è un caso che McLuhan abbia scritto pagine così profetiche sullo sviluppo dei media non essendo un “mediologo”, ma prima di tutto uno studioso di letteratura inglese, appassionato di Joyce e Shakespeare.

Inoltre, la conversione al cattolicesimo di McLuhan non è stato un evento privato, collocato su un piano diverso da quello della sua comprensione del mondo. Al contrario, lui stesso dichiara che l’idea dell’equazione tra medium e messaggio gli è venuta proprio pensando a Gesù, il comunicatore  perfetto, colui nel quale parola e vita coincidono: il messaggio di salvezza incarnato in una persona da incontrare e dalla quale lasciarsi incontrare.

Nessun intellettualismo, nessuno specialismo che traccia confini artificiali  tra campi del sapere, che costituiscono al contrario una feconda unità; e, soprattutto, integralità dell’essere umano, che costruisce la sua prospettiva sul mondo a partire dall’integrazione tra sapere, fede e vita. Lo specialista, scriveva McLuhan, “è colui che non fa mai piccoli sbagli mentre avanza verso un grande errore”. Il grande errore è quello di separare ciò che è unito, e di concentrarsi su un frammento senza vedere nè gli altri, nè il legame che li unisce in un tutto.

Incorrendo così nel rischio che Chesterton aveva identificato chiaramente ed espresso in termini poetici: “Abbiamo mani che seducono e mani che sanno. Ma abbiamo smarrito i cuori – da così tanto tempo!” (in La Luce e il mezzo, p,  37)

Solo da questa prospettiva olistica, e pienamente “cattolica”, che ha a cuore l’intera realtà e l’intero genere umano, e che è aperta a ogni sguardo e a ogni contributo che possa andare in questa direzione, è possibile promuovere quella nuova sintesi umanistica di cui  parla Benedetto XVI nella CV, richiamato anche dagli Orientamenti Pastorali: “un sapere che sia sapienza capace di orientare l’uomo  alla luce dei principi primi e dei suoi fini ultimi, un sapere illuminato dalla fede” (OP 49).

3 – Sviluppare la comunione: sale e lievito

La chiesa deve essere sempre più estroversa, si legge al n. 123. Ed estroverso, nel senso psicanalitico e secondo la tipologia di Jung (Tipi psicologici, 1921), è chi sa essere aperto all’esterno, generoso nelle relazioni, capace di suscitarle. Certamente l’animatore deve essere estroverso, capace di empatia, curioso dell’umano. Ma che cosa significa tutto ciò nell’era “social” per definizione?

Nel rispondere si può tracciare, in conclusione di questo intervento, una sorta di identikit – di profilo, diciamo oggi, – di questa figura, riprendendo e attualizzando alcune delle indicazioni del Direttorio.

- Innanzitutto  come si è detto, un rifiuto dei tecnicismi, che è ribadito anche al n. 126, dove si dice che: L’animatore deve avere attitudini e competenze diversificate. 

Secondo la definizione che McLuhan dà del cristiano, l’animatore deve essere “l’uomo dalla consapevolezza integrale“, capace di entrare in risonanza col mondo e con le persone, perché in lui risuona la parola che è vita.

Non è quindi nemmeno un intellettuale, dato che il suo sapere è legato all’esperienza, e alla capacità di entrare in sintonia con le persone e le situazioni.

A differenza degli esperti, non ha un approccio settoriale e  interno alle tecnologie, bensì un approccio “cattolico” nel senso letterale, ovvero relativo all’intero. La cultura cattolica è cultura dell’intero, dell’unione dei diversi, del dialogo, del rapporto finito e infinito, ma soprattutto di una concezione integrale della persona e della vita.

- Grazie a questo approccio, l’animatore è portatore di uno sguardo diverso sui media. Non è un “tecnofan” ma nemmeno un “tecnoingenuo”. E’ consapevole del fatto che i media non sono strumenti da usare ma elementi del nostro ambiente che ci plasmano se non li conosciamo.

L’animatore aiuta a capire che i media sono o insieme di meno e di  più di quanto la metanarrazione della tecnologia ci racconta.

Di meno, perché  non sono di per sé ambiti  di libertà, ma dispositivi che disabilitano mentre abilitano e che dispongono di noi e ci dispongono, mentre noi disponiamo di loro.

Di più, perché sono ambienti che, quando abitati consapevolmente, relazionalmente, sulla base di un senso, sono in grado di indicarci un nuovo sguardo sul mondo, di risvegliare il nostro desiderio di conoscenza, di sollecitare una nuova intelligenza delle relazioni e della realtà.

L’animatore contribuisce così a costruire un “controambiente” che aiuta a rimanere vigili (difficilmente, soprattutto oggi, si può farlo da soli) e trasformare così i media da qualcosa di dato per scontato, e quindi potente, in un’occasione per una rigenerata capacità relazionale e una nuova  intelligenza del mondo e persino della fede.

Vigilare è la condizione della libertà, mentre lasciassi portare dalla corrente no.

La tecnologia non realizza i nostri sogni, come ci viene raccontato; i sogni si accompagnano al sonno, a una distanza dalla realtà. La realtà, invece, esiste e va ascoltata, riconosciuta. Ci è richiesta una buona passività, una umiltà senza la quale diventiamo sordi e duri di comprendonio, come quelli che hanno orecchie e non ascoltano. Ma la cultura razionalista prima e individualista poi ci ha insegnato che siamo noi all’origine di tutto, che tutto può essere spiegato anziché ascoltato, manipolato anziché accolto come un dono per il quale provare meraviglia. Florenskij scrive che questo è esattamente il meccanismo dell’illusione, quello che la nostra cultura promuove abbondantemente (La concezione Cristiana del mondo).

Ma possiamo fare in modo che la tecnologia ci aiuti a realizzare i nostri desideri, quelli più profondi che hanno a che fare con l’autenticità di noi stessi, con la realtà e con la nostra capacita di trasformarla.

L’animatore risponde così alla sfida della crisi simbolica della cultura contemporanea con la capacità simbolica di mettere in evidenza il legame e l’unità tra le persone e tra mondo e Dio.

- L’animatore è carismatico e autorevole, ma senza inutili protagonismi. Nell’era della comunicazione orizzontale, soprattutto tra i giovani, non si accetta un’autorità d’ufficio, ma si è disposti a riconoscere una autorevolezza che nasca dalla concretezza e dalla testimonianza, e soprattutto che non marchi in modo evidente una distanza: l’animatore è espressione della comunità, non di un’autorità esterna, ed è vicino e in qualche modo “omogeneo” alle persone che incontra, pur esprimendo una sensibilità e una competenza particolari. In altre parole è un opinion leader, secondo la celebre formulazione di Lazarsfeld (Personal Influence, 1955).

Oggi i giovani si fidano di chi dimostra di avere una competenza ed essere in sintonia con loro: per questo “accettano senza esitazione la scelta di 10 canzoni di successo fatta da un buon disk-jockey” (McLuhan, La luce e il mezzo, 113). O, diremmo pensando ai new media, accettano di diventare “followers” di qualcuno di cui si fidano e che ritengono un riferimento sotto qualche profilo di loro interesse.

E grazie alla rete queste figure autorevoli perché vicine e competenti si sono moltiplicate, e diventano dei veri punti di riferimento attraverso il passaparola.

Anche l’autorità della Chiesa, in un contesto dominato dalla comunicazione orizzontale e personale, va dunque ripensata. Come scriveva McLuhan, “deve assumere forme del tutto nuove. Deve agire per risonanza, per investimento. Non è l’autorità in sé a essere in causa, ma le sue forme” (ivi).

- L’animatore è dunque attivatore di riflessività e di relazione, lievito che tiene in movimento e che sa riconoscere e valorizzare le sinergie e i possibili contributi, specie dei giovani. Sa offrire loro una prospettiva diversa per mettere in gioco le loro competenze di nativi, e sa avvicinare anche quelli che si sentono lontani.

E’ promotore di una convivialità e di una quotidianità che consolidano il tessuto relazionale e danno spessore alla comunicazione, mentre offrono strumenti per capire il mondo.

Tra i suoi compiti in questo senso si possono annoverare:

° LA CAPACITÀ DI SCOPRIRE NUOVI DONI E CARISMI SOPRATTUTTO TRA I GIOVANI: oltre ad essere sensibili e competenti, i giovani sono spesso più duttili, intraprendenti e disponibili ad avviare esperienze nuove.  (125).

° SAPER LAVORARE IN ÉQUIPE E IN RETE PER PROGETTI: l’intera azione pastorale, nella prospettiva della comunicazione e della cultura, sarà significativa se saprà costruire una trama di relazioni ecclesiali e sociali vasta, articolata e qualificata  (130)

° SAPER ESSERE PROMOTORE E COSTRUTTORE DI DIALOGO: gli ambiti d’azione possono essere molteplici e diversificati. Innanzi tutto la promozione della comunicazione all’interno della comunità cristiana, e tra la comunità cristiana e la società civile. Occorre rompere il cerchio di autoreferenzialità che spesso rende il vissuto ecclesiale chiuso e restio al dialogo. (134)

° ESSERE CAPACE DI CONFRONTO CRITICO: l’annuncio del Vangelo pone oggi la Chiesa di fronte a situazioni culturali e sociali inedite, che esigono una rinnovata capacità di dialogo e di confronto critico. (135)

- Insomma, l’animatore è capace di un’opzione decisa per l’unità degli aspetti dell’esistenza, per il legame nella discontinuità e sa comprendere la distinzione profonda  tra i due modi possibili di rapporto coi media.

Il primo, in sintonia con la cultura contemporanea, consiste nel negare le differenze (per esempio tra reale e virtuale, o tra fatti e fiction): il confine può essere continuamente attraversato perché si tratta di due mondi indistinguibili, o che comunque non importa distinguere; due mondi equivalenti, dove non c’è differenza intrinseca tra apparenza e realtà e dove il punto di riferimento siamo esclusivamente noi.

Il secondo è quello che sembra prevalere tra i giovani: i confini tra i due mondi, territori contigui dell’esperienza quotidiana, vengono attraversati continuamente, ma con  consapevolezza  della loro differenza qualitativa profonda e del loro rapporto gerarchico,  che attribuisce una indubbia primazia  all’incontro faccia a faccia nelle situazioni concrete. E’ rispetto a questo incontro, illuminato da una parola che ci indica il fondamento e la meta dello stare insieme, che l’animatore si rende “facilitatore”.

 Il poeta inglese Yeats scriveva: “viviamo in un’epoca in cui ai buoni mancano tutti i convincimenti e i cattivi sono ricolmi di una appassionata intensità”. Riportando queste parole autorevoli, McLuhan però commentava. “Io non sono sicuro che le cose stiano veramente così” (La luce e il mezzo, 167).

Sta a noi dimostrare che anche su questa come su tante altre intuizioni, in fondo aveva ragione.

Roma, 23/10/2012