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“Parole parlanti” per i nativi digitali

novembre 30, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments
versione testuale
di Patrizio Ciotti
“Generazioni future: quale comunicazione della fede per i nativi digitali?”. Tema impegnativo quello affrontato ieri sera al laboratorio online “cultura e comunicazione” del Copercom su “Anno della fede e comunicazione”. È intervenuta suor Maria Antonia Chinello (nella foto), docente di Teoria e tecnica della comunicazione mediata dal computer alla Facoltà di Scienze dell’educazione “Auxilium” di Roma.
La generazione dei nativi digitali, ha esordito suor Chinello, “non è una generazione futura ma presente. È stato Prensky, nel 2001, a definiredigital natives la generazione nata alla fine degli anni Novanta, esposta fin dalla nascita a una cultura visiva e dell’immagine. Tutti gli altri sono detti digital immigrants, perché vi sono stati proiettati da adulti”.
Il nativo digitale è un giovane “integrato” nel sistema della comunicazione, come evidenzia il Rapporto Censis-Ucsi 2012.
Il mondo digitale, ha spiegato suor Chinello, “è davvero un ambiente, un luogo antropologico. È uno scenario sociale, perché i media sono ‘migrati’ dentro le nostre vite”. Li dobbiamo comprendere “non come strumenti”, ma come “un palcoscenico” in cui “ognuno di noi gioca un ruolo sociale”. Inoltre, contribuiscono a creare una dimensione di “realtà aumentata”, cioè intermedia tra la “vita reale” e la “vita virtuale”.
Con i nuovi media, ha proseguito la studiosa, “diventiamo produttori e protagonisti della comunicazione. Non siamo più dei semplici ricettori”. Favoriscono senz’altro “la socialità non solo quando pubblichiamo i nostri contenuti ma anche quando accediamo a quelli degli altri”. Però, “l’indebolirsi della capacità critica è dietro l’angolo”. Così come “la riflessione”. Un altro rischio è che si possa consolidare “l’idea che la vita è fatta di finestre, di profili da aprire e chiudere sui social network”. Far capire, invece, ai ragazzi che “le persone accanto a loro non sono solo ‘profili’, ma esseri umani in carne e ossa”. Quindi, “evitare di giocare con identità fittizie, che ci fanno indossare una maschera e uscire da noi stessi”.
Per suor Chinello vi è “una carenza tra dimensione pubblica e privata della comunicazione, dentro e fuori la Rete”. Vi è poi una preoccupante “pervasività dei nuovi media” che tendono “a riempire tutti gli spazi liberi”, creando, talvolta, “pericolose dipendenze”.
Anche il principio di autorità viene messo in discussione. È vero che Internet favorisce “l’emergere di una democrazia dal basso, il dare voce a chi non ha voce”. Ma è “l’opinione pubblica prevalente” a dettare la linea. Insomma, “sotto l’apparente democratizzazione della comunicazione e la deregulation”, che fanno pensare al pluralismo, si nasconde “in realtà un’operazione di omologazione e di controllo”. Infatti, non è un caso che “le gestioni delle reti siano affidate a mega alleanze” che orientano e plasmano usi e costumi. Occorre, allora,“educarci a comunicare. A darci delle regole. Ad autodisciplinarci”. Certo, non è facile “intercettare” i ragazzi. “La sapienza dell’educatore sta nell’affiancarli nel loro cammino, avendo però uno sguardo lungo”. Attraverso “il vissuto degli educatori, i ragazzi imparano a sviluppare il senso critico, a decodificare la realtà. A non subire gli eventi. Non più ‘naufraghi’ della Rete, ma attenti navigatori”.
Come interagire con i nativi digitali? Per suor Chinello occorrono “una maggiore qualità comunicativa” e “una grande capacità di ascolto”, come indica anche “il recente Sinodo dei vescovi”. Non vi sono segreti. Ma “saper dialogare e incrociare il linguaggio dei ragazzi”. Purché siano parole “parlanti” e non “parlate”. Che rispondano ai loro bisogni e alle loro domande.  
Infine, il tema dell’amicizia. “I social network offrono la possibilità di prolungare l’amicizia”. Ma è necessario “dare profondità alle relazioni” perché non siano “lateralizzate”. I SN, ha osservato la studiosa, contribuiscono ad ampliare “la rete di amicizie sul piano orizzontale”, ma “a scapito della profondità delle relazioni, della reale possibilità che molte delle amicizie online siano anche amicizie offline. Che maturano e riempiono la vita.
Dal sito internet del Copercom