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Dire Dio ai tempi di Instagram

dicembre 13, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Con l’esplosione delle Reti sociali, sono cresciute a dismisura le possibilità di connettersi e di condividere  idee, immagini, foto rendendo così sempre più vasto il campo comunicativo. È il caso di  Instagram, l’app per iPhone che consente di scattare foto e di condividerle negli account di Facebook, Tumbir e Flickr. Con i suoi 11 filtri fotografici, Instagram è in grado di rendere spettacolari le immagini catturate con la fotocamera dell’iPhone. Ecco dunque che, con un poco di fantasia e di creatività, uno scatto convenzionale e modesto, può essere trasformato in una splendida foto.

Le immagini  comunicano con incisività molti messaggi. La comunicazione oggi, andando oltre le immagini propinate dai vecchi media come la TV, “ritorna” a valorizzare l’immagine per trasmettere i messaggi.

E’ di questi giorni il caso di Instagram che ha divorziato da Twitter (vedi: (http://www.settimanadellacomunicazione.it/2012/12/11/scatta-una-foto-e-condividila-gia-invii-un-tuo-messaggio/).

Antonio Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, nella sua rubrica su Jesus di dicembre 2012, lancia una provocazione: “dire Dio al tempo di Instagram”.  Scrive, infatti Spadaro: «Tutti gli smartphone, che siano iPhone, Android o Windows Phone, sono dotati di un obiettivo di una certa qualità. Avere uno smartphone in tasca significa dunque anche avere sempre a portata di mano una macchina fotografica. Questa evoluzione tecnologica sta dando vita a una vera e propria rivoluzione della esperienza umana della fotografia, che consiste nel fatto che oggi si può fotografare in qualunque istante della vita. La “macchina fotografica” è obsoleta come oggetto, o meglio è riservata a cultori del click. Si vanno moltiplicando, anzi, i professionisti, e specialmente i reporter, che praticano la cosiddetta «phonografia». La caratteristica di questa pratica fotografica consiste nel fatto che lo scatto ne è solamente il primo momento. A questo, infatti fa seguito la post-produzione, cioè l’elaborazione della foto grazie a numerose applicazioni che ne permettono la modifica anche applicando filtri: è un gesto che permette di elaborare un’immagine per adeguarla alla propria visione. Il terzo momento consiste nella condivisione: ogni scatto elaborato può sempre essere condiviso sui social network quali Facebook e Twitter. Dunque: scatto, elaborazione e condivisione.

Negli ultimi due anni sono nati anche dei social network specifici di condivisione di foto. Il più noto di essi è Instagram che ha avuto un tale successo da essere stato acquistato da Facebook per 1 miliardo di dollari. Ma ne sono nati anche altri, ciascuno con qualche peculiarità quali Hipster, PicPlz, PicYou. Ogni foto può essere contraddistinta da un «hashtag», cioè da una parola che ne identifica il contenuto.

Dunque la fotografia è diventata un gesto “democratico” e aperto alla condivisione. La logica del social network, sposandosi con quella dello scatto, ha così trasformato la fotografia da «memoria» a «esperienza». Si scattano foto per «vedere» meglio ciò che si vede e per condividere l’esperienza che si sta facendo sul momento con gli amici. Le «istantanee» diventano i pezzi di una narrazione lifestreaming. La condivisione in diretta delle fotografie sviluppa un flusso di immagini che non è pensato per essere archiviato, indicizzato, memorizzato.

Le foto si accavallano, si sostituiscono, man mano che vengono postate in successione. Più che creazione di memoria, dunque, si tratta di plasmare l’esperienza e di condividerla.

Come cambierà il modo di dire la fede al tempo delle istantanee simboliche e condivise? Non ci sarà, rintracciabile in questo flusso di immagini, un «desiderium naturale videndi Deum»? Ci sono vari esperimenti a questo proposito dai nomi interessanti quali Framing God in all things (http://www.jesuitscaliforniaorg/framing-god) o Picturing God (http://picturinggod.ignatianspiritualitycom). Theology è diventato  anche un hashtag abbastanza usato su Instagram.

Il potenziamento dell’espressione simbolica certamente avrà un impatto anche sulla nostra capacità di dire la fede nella cultura della foto digitale. È una strada interessante da percorrere anche per gruppi e comunità: quali le immagini per dire la fede? Quali gli hashtag, cioè le parole-chiave, da usare? La Chiesa ha una lunga tradizione di catechesi visiva in tempi in cui l’alfabetizzazione era limitata.

E questa tradizione può dire molto all’uomo d’oggi alla ricerca di immagini per esprimere il proprio desiderio di una vita piena, oltre che di trascendenza».