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Digitale in pressing. Addio carta stampata?

dicembre 14, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

di Domenico Delle Foglie

IL RAPPORTO CENSIS DELINEA IL TREND, MA NON RASSICURA SULLA TENUTA ECONOMICA.

Certamente non trasmette grande ottimismo, almeno agli operatori della comunicazione, l’analisi dei consumi mediatici degli italiani offerta dal Censis nel suo prezioso Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese. Basta leggere il titolo della sezione “Meno teledipendenti, più digitali, ma senza stampa” per cogliere la portata epocale del cambiamento prodottosi in un arco di tempo brevissimo (gli ultimi cinque anni) nei consumi mediatici degli italiani. Consumi, è bene ricordarlo, che di per sé producono mutazioni profonde nella fruizione e autentici sconvolgimenti nell’industria vera e propria della comunicazione.

In sintesi, la televisione e la radio restano preponderanti e a larghissima diffusione di massa. Traballa vistosamente tutto ciò che è stampato, in particolare quotidiani e libri. I lettori di quotidiani crollano al 45,5% dal 67% di soli cinque anni fa, mentre crescono i lettori dei quotidiani online (utenza del 20,3%). Ancor più preoccupanti i dati riferiti all’editoria libraria: per la prima volta nella storia, chi legge almeno un libro all’anno scende sotto la soglia del 50% della popolazione (per la precisione il 49,7%). Un dato che è ulteriormente aggravato dal dimezzamento dei cosiddetti lettori forti (dal 25,6% al 13,5%). Dati, questi ultimi, che non vengono neppure temperati dall’espansione degli e-book, la cui percentuale di lettura resta bassissima.

Ora, non è il caso di gridare allo scandalo, quanto piuttosto di analizzare la situazione con lucida razionalità. A partire dalle conseguenze inevitabili sull’industria culturale italiana. La crisi della carta stampata sembra irreversibile, in barba ad un principio che sino a qualche anno fa sembrava fungere da placebo anche per tanti addetti ai lavori. Una delle analisi più in voga era quella in base alla quale l’esplosione di Internet sarebbe stata assorbita così come era accaduto in passato: i nuovi media non avrebbero sostituito i precedenti, anzi ne avrebbero favorito l’ulteriore sviluppo. Quasi che la domanda di comunicazione dovesse essere sempre in espansione. Questa dottrina, fondata sul presupposto della crescita infinita (tipica dell’età illuministica), sembra essere entrata profondamente in crisi. Il passaggio al digitale e l’esplosione di Internet (e in particolare dei social network) per la prima volta sembrano condannare i vecchi media. La carta stampata appare un prodotto maturo e costoso, destinato prima o poi alla “rottamazione”, mentre l’informazione e la comunicazione sembrano destinati a diventare sempre più accessibili e liberi, ma privi di costi. Almeno così li vorrebbero gli utenti e consumatori. È emblematico che persino la free press sia in calo, dovuto alla pesante contrazione del mercato pubblicitario che ne sorreggeva i costi di produzione e distribuzione. La carta stampata costa e il lavoro intellettuale ad esso collegato ancor più. Temere per il futuro dei lavoratori di questo settore, purtroppo, è altamente realistico.

Ma il tema della mediazione culturale, propria delle professioni legate alla comunicazione, si ripropone in Internet. Il caso dell’Huffington Post (soprattutto nella sua versione americana) dovrebbe far riflettere tutti. Il successo dei blogger è il segnale di un mondo in trasformazione, ma anche di una comunicazione senza garanzie, se non quella legata alla lealtà, alla trasparenza e all’onestà del singolo comunicatore che (per onore della verità) non si guadagna da vivere col mestiere di comunicare. Così come la grande espansione, anche in Italia, del “self publishing” (cioè l’auto pubblicazione di libri), saltando la catena professionale e produttiva classica, inevitabilmente rimodellerà il mercato, sia nel suo assetto produttivo sia in quello occupazionale. Il tutto senza avere la possibilità per le funzioni spostate in Internet di garantire redditi adeguati o sostitutivi per tanti giovani comunicatori. Chi non ne conosce almeno uno/una, magari di talento, a cui venga offerto di scrivere dappertutto (anche su Internet), ma rigorosamente gratis?

In conclusione, forse per la prima volta nella storia della comunicazione e dell’industria ad essa collegata, si può affermare che i nuovi media non hanno aumentato i consumi di tutti i media (vecchi compresi). E che l’occupazione sia destinata ad un’ulteriore contrazione, in base al presupposto (falso) che non debba costare. Anche il mercato pubblicitario sconta la recessione globale e lo spostamento di risorse da un settore all’altro (vedi i new media) non è una garanzia assoluta di investimenti produttivi e di nuova occupazione intellettuale. A tale riguardo, un solo esempio italiano: Lucia Annunziata, neo direttore dell’edizione italiana dell’Huffington Post, ha dovuto lottare con l’editore per ottenere una piccola redazione giornalistica. Infatti la proprietà sperava di potersela cavare con un manipolo di tecnici informatici in grado di gestire semplicemente lo smistamento dei testi dei blogger (ovviamente non retribuiti).

Dinanzi a questi fenomeni, oggettivamente complessi, urgono un ripensamento pubblico e una rifondazione dell’industria culturale e della comunicazione, prima che il sistema imploda. Accartocciandosi su se stesso, con grandi costi umani e una perdita complessiva di competitività intellettuale.

Fonte: Copercom.it