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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Il ruolo del presbitero e dell’animatore della cultura e della comunicazione

dicembre 28, 2012 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Mons. Domenico Pompili

  1. 1.     Il Vangelo è ‘capace’ di tutte le culture

Nel DNA del Vangelo si nasconde la capacità di trovarsi a proprio agio entro tutti i contesti, perché nulla di ciò che è genuinamente umano gli risulta estraneo. Ciò non significa però che il ‘transito’ da una cultura all’altra sia scontato o semplice. Ad esempio, il passaggio del cristianesimo al mondo moderno si è rivelato più complicato di quelli precedenti. Si è andata lentamente affermandosi una sensazione  per la quale la modernità è stata piuttosto una perdita che una opportunità e il processo di autonomia dell’uomo un colpo mortale alla pretesa cristiana. E così la Chiesa non è transitata nel mondo moderno con la stessa leggerezza con cui aveva attraversato altri periodi storici come il mondo barbaro o il medioevo.

Benedetto XVI lo ha sinteticamente richiamato anni or sono, con la sua consueta lucidità: “Questo rapporto (tra la Chiesa e l’epoca moderna) aveva avuto un inizio molto problematico con il processo di Galileo. Si era poi spezzato totalmente, quando Kant definì la ‘religione entro la sola ragione’ e quando, nella fase radicale della Rivoluzione francese, venne diffusa un’immagine dello stato e dell’uomo che alla Chiesa e alla fede praticamente non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale e anche con scienze naturali che pretendevano di abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua “l’ipotesi Dio”, aveva provocato nell’Ottocento, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età moderna. Quindi, apparentemente, non c’era più nessun ambito aperto per un’intesa positiva e fruttuosa, e drastici erano pure i rifiuti da parte di coloro che si sentivano i rappresentanti dell’età moderna” (Benedetto XVI, Discorso alla Curia romana, 22 dicembre 2005).

A partire da queste considerazioni il bilancio per la Chiesa è apparso sempre più rilevante sul piano delle perdite che su quello delle risorse, anche se nel frattempo il Concilio Vaticano II – come dice sempre il Papa nel citato discorso – “doveva determinare in modo nuovo il rapporto tra Chiesa ed età moderna”, facendo riferimento sia all’impianto dialogico della Dei Verbum, che descrive in termini di un ‘colloquio’ la rivelazione di Dio all’uomo, sia a quello più sapienziale della Gaudium et Spes, che abbandona i toni catastrofistici ed apocalittici auspicando un discernimento dei segni dei tempi. Ciò nonostante è necessario riconoscere che la nostalgia generata dalla perdita del mondo passato continua a pervaderci perché abbiamo interiorizzato il rifiuto del nuovo stato del mondo e si è generato un automatismo per cui siamo sempre in guardia rispetto al ‘nuovo’ percepito come minaccioso, ma anche perché obiettivamente l’ex-culturazione del cristianesimo è un processo reale, visto che ad esempio nella nostra Europa cultura, pensiero e leggi si elaborano senza richiamo alle radici cristiane, anzi spesso in aperta polemica con esse (vedi l’omofamiglia in Francia di questi ultimi mesi!).

L’ascolto alle realtà nuove è diventato tuttavia – strada facendo – da Leone XIII in poi, un modo per farsi carico delle evoluzioni del tempo e ciò ha portato la Chiesa a sviluppare la propria posizione. Siamo ormai pronti a comprendere che rifiutare la modernità sia un modo per impedirsi di vivere la missione cui siamo destinati anche oggi e che consiste nel permettere al Vangelo di abitare tutte le culture, compresa la nostra, quali che siano i suoi limiti e le sue grandezze. Ciò non comporta alcuna ingenua fusione o conformismo perché la condizione per integrarsi è precisamente quella di preservare l’integrità cristiana. Come annota Gaudium et Spes: ”Fin dagli inizi della sua storia (la Chiesa) imparò a esprimere il messaggio di Cristo ricorrendo ai concetti e alle lingue dei diversi popoli; inoltre si sforzò di illustrarlo con la sapienza dei filosofi: e ciò allo scopo di adattare il Vangelo, nei limiti convenienti, sia alla comprensione di tutti, sia alle esigenze dei sapienti. E tale adattamento della predicazione della parola rivelata deve rimanere la legge di ogni evangelizzazione” (n. 44).

Un’ultima  osservazione merita di essere qui richiamata. Se la porta attraverso la quale si entra dentro un problema decide della possibilità di una più o meno felice soluzione, nel caso della evangelizzazione oggi si richiede di sottoporre a critica una categoria che abbiamo troppo disinvoltamente metabolizzato. Mi riferisco alla parola ‘secolarizzazione’ che nel tempo è diventata una parola di moda che si condisce in tutte le salse. Se infatti il cattolicesimo vive questa situazione di estraneità sarebbe a causa della secolarizzazione quasi che la Chiesa sia semplicemente una vittima di questo spossessamento, la destinataria unica di una parabola negativa e fortemente connotata anche in senso emotivo. Questo tipo di lettura spinge in direzione di una interpretazione manichea che non rispetta la realtà. Ci si dovrebbe chiedere infatti: la secolarizzazione è la causa o l’effetto dell’arretramento religioso? E se fosse vero invece che quando il cristianesimo non è in grado di trovare una nuova ‘forma’ di espressione culturale dentro un nuovo contesto esistenziale resta imbrigliato e finisce per essere in-espressivo? Quel che sommessamente si vorrebbe insinuare è che la secolarizzazione non può essere promossa a causa scatenante la crisi religiosa e che – a pensarci – il processo secolarizzante ha luogo nella misura in cui la Chiesa non è capace di reagire all’emergenza di altre culture e di altri linguaggi.

La Chiesa dunque non può essere ridotta al ruolo della vittima passiva. Essa è attrice. Se hanno avuto luoghi certi processi secolarizzanti è perché forse non abbiamo fornito risposte adeguate all’emergere di nuove questioni, accreditando l’idea che il Vangelo non è necessario per affrontare le sfide del nuovo tempo storico. Vi sono infatti sempre almeno due protagonisti nel processo di incontro tra la fede cristiana e la cultura ed entrambi sono soggetti attivi. Quando la Chiesa reagisce in modo corrispondente ad una cultura che non c’è più, finisce essa stessa per contribuire alla secolarizzazione, ossia a creare uno scarto tra cristianesimo e cultura. Al contrario, se la Chiesa – senza piegarsi ai diktat della nuova cultura – cerca di reagire con un’opera di integrazione che discerne sapientemente e valorizza le opportunità, creando gli anticorpi per le ambiguità,  si produce una nuova sintesi armoniosa che avvantaggia la causa dell’uomo e di Dio.

Il ‘nuovo contesto esistenziale’ (OP, 51) della rete è oggi uno degli snodi che rappresentano obiettivamente una sfida di enormi proporzioni, ma che può ricondurre al centro del villaggio ormai globale la Chiesa stessa, se saprà interpretare la tecnica non come una nuova forma di idolatria (cfr. Caritas in veritate, VI), sotto mentite spoglie, ma come il luogo del dis-velamento di bisogni antichi che l’umanità non cessa di ricercare. La sfida sottesa appare quella di ristrutturare i rapporti tra il cristianesimo e la società perché quando in presenza di elementi nuovi si amplifica la contrapposizione piuttosto che l’integrazione, il cristianesimo entra in conflitto fino a produrre la ‘frattura’ tra Vangelo e cultura, già denunciata lucidamente da Paolo VI.

La sfida descritta fin qui interpella gli animatori della comunicazione e della cultura, come primi interlocutori sul territorio vivo, ‘minoranza creativa’ in grado di mobilitare le risorse più impensate per ricondurre la ‘conversazione’ tra la Chiesa e la cultura entro i confini di un dialogo esigente e paziente. ‘Abitare’ evangelicamente i diversi mondi vitali attraverso persone in carne ed ossa, testimoni anche ‘digitali’, è la strada per riscoprire che ‘la Galilea delle genti’, dove siamo attesi dal Maestro è proprio il tempo nel quale ci è dato di vivere. Ciò richiede tre cose. La prima è un’idea del mondo e della secolarità non come territorio su cui esportare un modello prefabbricato di cristianesimo, ma come luogo di apprendimento ove sviluppare una figura originale della fede anche oggi. La seconda è una conoscenza del mondo non per sentito dire, ma di persona e sulla propria pelle. Ancora una volta la domanda è quella che fa emergere il Vaticano II quando ricorda ai cristiani che devono conoscere e comprendere questo mondo nel quale vivono (GS, 4), anche se questo dovesse comportare qualche trauma culturale. La terza è una teologia dell’incarnazione che aiuti a cogliere come dentro la missione della Chiesa ci sia sempre insieme un contenuto e una relazione da esprimere, esattamente come nel mondo della rete dove l’incontro e l’espressione di cose da condividere suscitano tanta partecipazione. I cristiani restano “ospiti” di passaggio di ogni cultura, ma proprio questa dimensione di transitorietà fa sì che ogni tempo sia buono per incarnare il Vangelo. Come in modo irripetibile è scritto nella “Lettera a Diogneto”, infatti, ogni cultura può essere una ‘patria’ per chi crede, anche se nessuna può pretendere di esserlo per sempre.

Sta a noi rendere concreta questa possibilità, facendo della cultura attuale, così segnata dalla infosfera, la dimora del Vangelo di Gesù Cristo.

 

  1. 2.     @Pontifex: un account-ponte tra due culture che si integrano 

 

Gesù parlava in parabole per far comprendere il senso – paradossale e quindi rivoluzionario – della buona notizia. Forse, dopo anni di linguaggio troppo intellettualizzato, è tempo di tornare a mettersi in relazione, per comunicare la buona notizia parlando con un linguaggio più iconico, insieme più vicino alla vita quotidiana, ma anche più capace di allargare i nostri orizzonti di comprensione proprio a partire da ciò che ci è più familiare.

Come scriveva Guardini, “le parabole congiungono il pensiero con la fantasia: in tal modo rendono la cognizione plastica a attraente” (Parabole, p. 11).

Va in questa direzione la ‘parabola digitale’ con la quale Padre Lombardi ha illustrato il significato dello ‘sbarco’ del Papa su Twitter: una ‘rimediazione’ della parabola del seminatore, che vede al posto di un ambiente fatto di sassi, rovi e terreno fertile un luogo popolato di scettici, ostili, irriverenti ma anche curiosi, attenti, disponibili a lasciarsi interpellare e far fruttificare il seme di 140 caratteri diffondendolo e moltiplicandolo. L’uso delle immagini richiede a sua volta un po’ di cautela. Bisogna stare attenti, perché quando l’immagine non coincide con la verità annunciata “ne distrae piuttosto che condurvi”. Oppure si fa indipendente, prolifera troppo, e “allora diventa più interessante della verità e la ricopre”. Assolve al suo ruolo, invece, quando “è totalmente accordata alla verità che deve illustrare”. Allora, “quando la si ripercorre, si vede con gioia come ogni tratto dischiuda un nuovo aspetto di essa” (ivi).

Non è certo casuale che Benedetto XVI abbia scelto come suo account Twitter ‘Pontifex': anche la rete è un luogo nel quale e a partire dal quale costruire ponti, che uniscano le persone tra loro e a Cristo. E proprio da questo movimento ‘verticale’ si può trarre la forza e l’intensità  per il ‘lavoro’ orizzontale.

Non sono mancate, in occasione del primo tweet del Papa e in particolare in  riferimento alla possibilità di formulare domande attraverso l’hashtag ‘chiedilo al papa’, anche alcune perplessità e persino polemiche. Ci si è interrogati su opposte posizioni circa l’utilità, l’opportunità e ancor prima il senso di una presenza così innovativa, e per taluni incomprensibile se non inopportuna. Rispondere alle domande che si sono via via infuocate può essere un esercizio utile per mettere a fuoco il valore di una presenza che non è priva di rischi, ma insieme di opportunità.

Twitter espone il Papa al pubblico ludibrio? Il Papa, che come capo della Chiesa continua l’abbraccio di Gesù al mondo, non può certo stare riparato per salvaguardare la propria immagine. Sceglie invece di entrare nelle piazze, anche quelle digitali, perché proprio questo esporsi è segno dell’autenticità delle sue intenzioni, e diventa quindi testimonianza. In un mondo in cui vige la regola della spirale del silenzio (si dice solo ciò che è conforme all’opinione dominante e si tace il dissenso per non essere emarginati) che rischia di trasformare ogni ambiente, compreso quello digitale, in una ‘stanza degli echi’ in cui ciascuno ascolta solo i messaggi che gli assomigliano, il Papa coraggiosamente rompe le invisibili barriere tra le cerchie, e questo non può non gettare scompiglio. Cerchiamo continuamente di ricreare – anche attraverso l’insulto se occorre – i confini che ci proteggono lasciando le cose come stanno; ma la buona notizia spariglia il dato di fatto e abbatte i confini, proprio perché la si porta anche laddove non ci si aspetta l’applauso.

Per questo Gesù non ha avuto paura – o se l’ha avuta non se ne è lasciato paralizzare – di esporsi agli insulti, agli sputi, a coloro che gli strappavano la barba e persino alla morte destinata ai peggiori malfattori. La verità la si comunica prima di tutto con la presenza, la vicinanza e l’amore. Dovunque l’uomo si trovi. E anche al prezzo di umiliare se stessi. Perché solo chi è disposto all’umiltà (da humus, vicino alla terra) sarà esaltato. Solo passando dall’umiltà e dalla testimonianza oggi l’autorità può risultare autorevole, credibile, in mezzo a tante voci disordinate.

È poi legittimo chiedersi, come hanno fatto in molti, se la forma breve di un tweet, che apparentemente suggerisce una parentela più stretta con lo slogan pubblicitario che con il versetto evangelico, sia un ‘medium’ adeguato al ‘messaggio’, o, viceversa, una riduzione che lo tradisce e lo mortifica. Su questa e altre critiche  molte voci autorevoli si sono già espresse, come quella del direttore di Civiltà Cattolica  p. Spadaro ( http://t.co/sI5mgLeP) e quella del Segretario del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, Mons. Tighe, il quale ha ricordato che ‘l’essenza dell’insegnamento biblico è breve’ (http://buswk.co/VACe8d), e che il linguaggio biblico è conciso, stringato, e per questo più incisivo.

E va comunque ricordato che i tweet del Papa non sono ‘oracoli’, bensì inviti. Non sono slogan, che pretendono di ridurre in pillole la dottrina cristiana, ma parole-soglia, per avvicinare i lontani e aprire loro una prospettiva diversa. Non sono ‘idoli’, termini che contengono già in sé tutto il significato, ma ‘simboli’, che mentre costituiscono di per sé una forma di vicinanza sollecita, rinviano a un’unità di comunicazione molto più ampia e ‘crossmediale’, di altro respiro (dall’Angelus ai messaggi come quello per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali alle encicliche). Resta il fatto che lo sforzo di chiarezza e semplicità è perfettamente conforme al linguaggio evangelico e ne costituisce un’attualizzazione capace di cogliere i segni dei tempi.

Molte obiezioni che in questi giorni sono state rivolte sono dunque in realtà preziose occasioni per riflettere – rendendola ancora più efficace – sul significato di questa scelta. Per esempio, l’obiezione che il Papa è su Twitter ma non “segue” nessuno e dunque non rispetta le regole e lo spirito dei social network.

Non è compito del Papa ‘stare al gioco': casomai entrare nel gioco per sovvertirne la logica, come ha fatto Gesù nei contesti inusuali – e per molti inappropriati – che ha visitato (Tutti mormoravano: “È entrato in casa di un peccatore!”, Lc 19,7: e non è stato certo per unirsi alla compagnia!)

Se nell’era del ‘sé quantificato’, delle metriche della popolarità, della tirannia del klout l’obiettivo è moltiplicare i follower del proprio account (che si possono  anche ‘acquistare’, o incrementare con ‘trucchi’ ampiamente disponibili in rete), il Papa sceglie di entrare in questo ambiente in modo inusuale: per esempio con una distanza tra la presenza (3/12) e la comunicazione (12/12), per valorizzare il significato dell’attesa, con una relazione che passa dall’essere-con prima ancora che dalle parole. Un milione di follower prima del primo tweet è forse un segnale che questo messaggio silenzioso, anche solo per curiosità, è stato ricevuto. Come ancora ha sostenuto Mons. Tighe ‘il vero gioco non riguarda i followers del Papa. Riguarda piuttosto il modo di raggiungere persone che possono essere toccate, sostenute, incoraggiate dalle parole del Vangelo. Se ci sono follower, sono follower di Cristo’.

Essere seguiti, ma non per se stessi, è un ‘altro’ modo di stare sulla rete, in forma paradossale. Le obiezioni sulla ‘non conformità’ della presenza del Papa non possono non fare i conti con l’eccentricità intrinseca della presenza cristiana, che Gesù ci ha insegnato: nel mondo ma non del mondo. In questo caso, nel web ma non del web. Presenza, ma libera dai condizionamenti della ‘netiquette‘ e dalle logiche, così facilmente strumentalizzabili, dei social network. E, magari, capace di ridefinirle, nel tempo, in una direzione più human-friendly.

I tweet del Papa sono il modo della sua presenza e della sua vicinanza, le porte alle quali ci si può anche solo affacciare per curiosità, come stanno facendo in tanti.

Ma lo spazio digitale è anche uno spazio di ascolto, e l’orecchio è l’hashtag ‘askpontifex’, che consente di seguire non le singole persone, ma le domande che nella piazza digitale risuonano, e raccogliere quelle sincere per poter orientare le ‘proposte’ attraverso i tweet. Lo scopo del Papa non è stare al gioco dei social network, ma essere presente con sollecitudine, in un ambiente sempre più importante per un numero sempre maggiore di persone.

E questa, a sua volta, è una delle ulteriori ragioni di critica. La rete è, secondo molti, un ambiente insidioso, a rischio inautenticità. Perché dunque il Papa non se ne astiene?

In realtà questa è un’obiezione che accompagna sin dall’inizio la riflessione sui social network, ma che rischia di restare vittima di una doppia ingenuità: non riconoscere che qualunque ambiente di relazione interumana è a rischio inautenticità (Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché divorate le case delle vedove e fate lunghe preghiere per mettervi in mostra, Mt 23,14); e attribuisce alla rete il potere di determinare la qualità del nostro ambiente relazionale (quello che si definisce ‘determinismo tecnologico’), senza considerare che siamo noi, con la nostra libertà e responsabilità, a dare forma all’ambiente, pur dovendo tener conto delle sue caratteristiche.

L’esperienza della Rete ci fa sperimentare oggi la compenetrazione tra materiale e digitale, tanto più quanto più il baricentro è sulla persona e le relazioni anziché sulla tecnologia: da questa prospettiva antropocentrica e relazionale il dualismo (che vede il digitale come il luogo dell’inautenticità, o della realtà impoverita che compete con quella ‘vera’) non ha più ragion d’essere.

E anche in questo ambiente oggi la voce dei cristiani è importante, perché in virtù della loro fede essi sanno insieme essere realisti (cogliere i segni dei tempi al di là delle apparenze più evidenti) e profetici (anticipare il cambiamento secondo quello che Flannery o’ Connor definisce un “realismo delle distanze”).

Lo sguardo della fede ci offre dunque una prospettiva critica (capace di discernimento), né tecnoentusiasta né tecnopessimista, e uno sguardo realista non appiattito sul dato di fatto. Il digitale è parte di un’unica realtà. E la realtà, i cristiani lo hanno sempre sostenuto contro ogni riduzionismo (non ultimo quello materialista, che la rete aiuta a mettere in discussione), è molteplice e complessa nella sua unità.

La riflessione di un teologo benedettino come Ghislain Lafont può essere un buon punto di partenza per attrezzarci ad affrontare con pieno realismo l’era digitale.

«Tra il dualismo di due cose e il monismo di una sola, c’è l’unità dell’essere distintamente composto». (G. Lafont, Che cosa possiamo sperare?, Edb 2011)

 

3.      Il presbitero: attributi analogici nell’era digitale

 

Come porsi dunque nei confronti del mondo da parte del prete? E come riconoscere, da parte del mondo, il presbitero che sta onorando il proprio ruolo? Perché oggi, nell’era digitale orizzontale, l’autorità d’ufficio ha ben poca presa, e l’autorevolezza non è scontata. Ma il Vangelo, che è in piena sintonia anche con l’era digitale, ci offre il criterio: ‘dai loro frutti li riconoscerete’ (Mt 7,16).

E i frutti non sono solo ‘fare delle cose’, o ‘far fare delle cose’,  – come una riduttiva e in fondo errata concezione del termine ‘animatore’ potrebbe suggerire.

L’animatore non induce e non seduce, ma educa. Prima di tutto risvegliando il desiderio di infinito, il soffio vitale e spirituale (anemos) che è in tutti e in ciascuno.

Il prete che vive la sua missione oggi dunque presenta un insieme di caratteristiche che simbolicamente riduciamo a sette.

 

È ostetrico, maieuta del senso a partire dalle ‘doglie’ e dal travaglio di questa epoca. Sa ascoltare e interpretare per trasformare il dolore e la fatica in vita anziché in angoscia. Non indottrina, non immette contenuti, ma fa uscire ed educa. Fa emerge il senso che in fondo ciascuno già possiede, per quanto  nascosto e ricoperto di strati di sovrastrutture e luoghi comuni. Un senso nascosto, che poi è sempre un senso di unione profonda.

Da ‘maieuta’, il presbitero ci fa rinascere come fratelli, facendo in modo che ci  riconosciamo come figli.

“In Gesù, maestro di verità e di vita che ci raggiunge nella forza dello Spirito, noi siamo coinvolti nell’opera educatrice del Padre e siamo generati come uomini nuovi, capaci di stabilire relazioni vere con ogni persona. E’ questo il punto di partenza e il cuore di ogni azione educativa” (Orientamenti Pastorali n. 25).

Ė orecchio prima che bocca: rigenera la comunicazione a partire dall’ascolto. E il rapporto con l’alterità ha una sua “ritmica”, fatta di parole ma anche di silenzi, e una sua “aptica”, fatta di avvicinamento e accoglienza, ma anche di “silenzio posturale”. Perchè, come scriveva Hõlderlin, “noi siamo colloquio”.  E, come chiosava Heidegger, “l’unità di un colloquio consiste nel fatto che di volta in volta nella parola essenziale è, manifesto quell’uno e medesimo su cui ci troviamo uniti, sul fondamento del quale siamo uniti e siamo quindi autenticamente noi stessi. Il colloquio, con la sua unità, sorregge il nostro esserci. (Heidegger, La poesia di Hölderlin)

Solo a partire dalla consapevolezza di questa unità originaria, che va ascoltata e accompagnata e non imposta, si può realizzare una “fraternità non sovvertita” (Theobald, Trasmettere un Vangelo di libertà, p. 85).

 

È sintonizzatore tra parole e vita (prima di tutto le sue) e dunque testimone e parresiasta. I giovani sanno quanto è importante sintonizzare toni e volumi per una buona ricezione musicale. Così i fedeli, ma anche i lontani, ascolteranno con piacere e interesse solo una parola che sia ‘sintonizzata’ con la vita. Questo è lo sforzo di stile (nel senso profondo di Theobald) che il sacerdote può fare volontariamente. Se poi riuscirà a essere testimone, saranno gli altro a dirlo. E gli effetti della sua testimonianza non saranno tanto nel significato persuasivo delle sue parole, ma nella trasformazione dei cuori che ne potrà seguire. Questa sintonia avrà particolare presa sui giovani che, come già scriveva McLuhan, hanno una sensibilità integrale, e orecchie per riconoscere un messaggio armonioso, che parla alla loro totalità.

 

È il custode dell’edificio della verità. Un custode sui generis, che svolge il suo compito non chiudendo a chiave i cancelli, ma curando che porte e finestre rimangano  sempre ben aperte. A beneficio della  verità stessa, che può respirare, e di tutti quelli che sono invitati (non obbligati) a entrare (né tantomeno imprigionati una volta entrati).

In questi senso è anche un custode della soglia: ha cura da un lato che la differenza tra gli spazi venga preservata, dall’altro che gli spazi (e i tempi) possano comunicare e ricevere significato dalla loro unità nella differenza: il sacro e il profano, il lavoro e la festa, il privato e il comune, il carnale e lo spirituale. Mantenere il contatto e la reciprocità tra le componenti dell’essere significa contrastare i dualismi paralizzanti o mortificanti.

Ma anche liberare il desiderio dalle trappole del bisogno: aprire (attraverso i simboli) vs riempire (con idoli).

 

È telaio e campanile: tesse i diversi fili e rinsalda gli strappi. La rete, connettiva per definizione, può aiutare in questo lavoro di ri-legatura. Che supera anche la sterile e ingannevole contrapposizione tra una dimensione digitale astratta e popolata da pochi nerd e una materiale che feticizza una realtà tanto spesso, purtroppo, povera e problematica.

Il lavoro del presbitero che vuole farsi animatore è “impastare” queste due dimensioni, il cui intreccio potenzia la nostra capacità di comprensione e di azione.  Ma è anche quello di cercare nuove sintesi tra silenzio e parola, ascolto ed enunciazione, per realizzare una polifonia che sia più della somma delle singole voci.

Questo movimento orizzontale, come quello della navetta – che portando pazientemente il filo della trama tra gli spazi dell’ordito consente di formare il tessuto- trae la sua energia e indica la sua direzione a partire dalla dimensione verticale.

Come il campanile rispetto alle case, così il sacerdote rispetto ai fedeli si fa ‘indice’ verso l’alto, segno e ponte tra la dimensione terrena e quella trascendente.

 

È fuochista dell’infinito, deve avere cura che la ‘scintilla di assoluto’ (von Balthasar) che ciascuno ha dentro di sé non solo non si spenga, ma possa diventare una fiamma che arde contagiosa.

La mancanza di nutrimento, di ossigeno, di speranza spengono questa scintilla. e lasciano al suo posto l’indifferenza, l’apatia, il cinismo. Come scriveva David Maria Turoldo: “il grande Male è Amore-del-nulla”.

La sua parola dunque non “schiaccia” (caricando gioghi che non si è nemmeno disposti a portare), ma “accende” (ciò che è già presente in noi): la parola che comunica è infatti insieme empatica e capace di significare, relazionale e aperta all’essere e alla verità (Pompili, Il nuovo nell’antico, p. 110)

È perciò anche poeta: rigenera il linguaggio e, perché capace di ascoltare, coglie l’unità profonda sotto la frammentazione, l’analogia dietro l’apparente estraneità. L’artista, scriveva Guardini, non è chi sa meglio parlare, ma chi sa meglio ascoltare.

Solo ascoltando si può poi ‘cantare’ ciò che è più grande di noi.

Come ha fatto, per esempio, San Bonaventura nel suo Itinerario, dove ci rivolge prima un monito e poi un invito che tutti possiamo accogliere: “Chi non si illumina davanti allo splendore delle creature è cieco; chi non si sveglia alle grida del creato è sordo; chi non loda Dio per tutti questi fatti è muto; chi non riconosce il primo principio da tutti questi fatti ė stolto. Apri gli occhi, porgi le orecchie dell’anima, sciogli le tue labbra e disponi il tuo cuore…”.

La poesia, che dunque ha a che fare con la meraviglia, lo stupore, la gratitudine, fiorisce sul terreno dell’umiltà, e ci consente anche di rileggere la virtù della temperanza (‘porre nella giusta misura’, come nell’analogia di Hopkins, nel ‘tutto nel frammento’ di Balthasar. E non tarpare e mortificare i desideri).

E in quanto poeta, e non principalmente in quanto prete, Celebra: non solo la messa, ma la vita, nelle sue forme variegate e anche strane. Con una gioia che può farsi contagiosa.

‘Celebrare’ non è un gesto elitario, o eccezionale: etimologicamente, ha a che fare con il ‘cantare la gloria di altro’, ma anche con il ‘frequentare’ e l”abitare’. È un modo di abitare il mondo che abbiamo ricevuto in dono.

 

Se, come scriveva T.S. Eliot ‘talvolta prende come una cattiva abitudine di essere infelici’, il prete-poeta può rispondere con Rilke:

 

Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?

- Io celebro.

Ma il Mostruoso e il Micidiale,

come l’accetti, come lo sopporti?

- Io celebro.

Ma il Senzanome, ma l’Anonimo,

come, Poeta, tuttavia lo nomini?

- Io celebro

Donde trai il tuo diritto d’esser vero

in ogni maschera, in ogni costume?

- Io celebro

E come può la quiete ed il furore

conoscerti, la stella e la tempesta?

- perché io celebro.

(R.M. Rilke)