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nel nostro tempo

Quando la penna incontra il touchscreen

gennaio 20, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments
di Giuseppe Desideri*
tratto dal Copercom (Cordinamento delle Associazioni per la Comunicazione)
Penna e matita, quaderni e libri contro bit, tweet e touchscreen. Entrando oggi in un’aula di una qualsiasi scuola del nostro Paese sembrerebbe proprio che si contrappongano due mondi: quello della “cultura” e quello della contemporaneità. Da una parte, l’insegnante a rappresentare il mondo gutemberghiano e i saperi tradizionali, dall’altro gli alunni abituati a vivere immersi, durante tutta la loro giornata, nella realtà digitale che, per il “tempo” scolastico, sono “invitati” a vivere offline.
In un articolo del 2001, lo statunitense Mark Prensky coniò l’espressione “digital native” (nativi digitali) per definire le generazioni dei nati a partire dall’ultimo decennio del XX secolo in contrapposizione alle generazioni precedenti di immigrati digitali (“digital immigrant”). L’elemento di netta separazione generazionale è costituito dal fatto che, mentre i secondi hanno vissuto la trasformazione via via sempre più rapida e pervadente operata dalle nuove tecnologie del “mondo analogico” tradizionale, sforzandosi di mantenere il passo con i tempi e trovando spesso difficoltà ad abbandonare l’uso di strumenti e di modalità note e consolidate per apprendere l’utilizzo delle novità digitali, i nativi digitali sono nati in un contesto in cui il digitale è l’ordinario e l’analogico ormai rappresenta il passato che, a volte, ostacola l’innovazione. La differenza, però, non è semplicisticamente di abilità e facilità nell’utilizzo, ma molto più profondamente di approccio complessivo alla realtà, all’interazione e alla conoscenza.
La cosiddetta “generazione touch” ha un rapporto con il mondo circostante che è mediato da mezzi tecnologici: tablet, computer, smartphone, consolle sono “mezzi” per essere online 7 giorni su 7 e 24 ore su 24. Essere “connessi” equivale a “esserci”, con un postin un socialnetwork, un tweet, un sms, l’invito a partecipare a una partita con la consolle lanciato in Rete, la condivisione di una foto, di un video, di un brano musicale. La copertura della Rete, del campo per il cellulare diviene quasi la copertina di Linus che dà sicurezza e tranquillità.
Sempre di più, inoltre, le tecnologie assumono un ruolo importante nella configurazione della qualità della vita e della relazione, tant’è vero che le politiche nazionali e dell’Unione Europea (come, per esempio, l’Agenda Digitale del Governo italiano 2012) considerano il superamento del “digital divide”, ovvero il gap fra chi ha accesso alle tecnologie e chi no, una delle priorità per favorire lo sviluppo della società futura.
Fino a pochi anni fa, le preoccupazioni per l’invadenza della Rete e del rapporto soggetto in crescita/nuove tecnologie sembrava interessare esclusivamente l’età della preadolescenza e dell’adolescenza. Oggi, l’esperienza ci dice che le problematiche connesse all’essere “digital native” si presentano con tutto il loro impatto già a partire dalla scuola primaria.
Sin dalla scuola dell’infanzia i bambini sembrano avere più dimestichezza e sintonia con tablet e videogiochi piuttosto che con plastilina e costruzioni. Recenti studi nel settore delle neuroscienze hanno confermato che le nuove generazioni, a causa o grazie all’immersione digitale, presentano un approccio alla conoscenza che segue schemi cognitivi differenti rispetto a quelli tradizionali che caratterizzano, per esempio, genitori e docenti.
La capacità di essere “multitasking”, di prestare attenzione, seppur “meccanica”, e di fare più “cose” contemporaneamente, di essere sottoposti a stimoli concomitanti di natura diversa (audio, video, testuale), di avere un approccio alla connessione delle informazioni non di tipo sequenziale/lineare, ma reticolare diviene, pertanto, caratteristica connotante l’apprendimento con cui ciascun educatore deve, inevitabilmente, confrontarsi.
La scuola ha il delicato compito di stare nella contemporaneità e di proiettarsi verso il futuro basandosi su valori e saperi. I bambini hanno la necessità di essere aiutati a vivere la realtà tecnologica come “digital wisdom”, cioè come saggi digitali e non sudditi o schiavi di bit e pixel, capaci di beneficiare criticamente di tecnologie al servizio del progresso e del benessere dell’uomo.
Al centro dell’era digitale c’è e deve continuare a esserci più umanità e umanizzazione. Non si può ignorare il rapporto inscindibile dei giovani con la tecnologia fuori dall’aula, né si deve subirla, ma si può far leva su ciò che di positivo essa permette in termini di risorse per la formazione, per rendere il rapporto insegnamento-apprendimento maggiormente motivante, significativo, interessante.
*Presidente nazionale Aimc (Associazione italiana maestri cattolici)
Direttore della Scuola di Alta formazione in didattica multimediale