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La Tv nell’era di Facebook e Twitter

gennaio 27, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Intervista a Giampaolo Colletti, esperto di media digitali. La televisione si evolve verso scenari più partecipativi grazie all’interconnessione con i social network.

Nell’era in cui imperano i social network, come viene percepita e vissuta, quella che nel secolo passato era considerata uno dei mezzi social per eccellenza, ovvero la televisione? Per aiutare telespettatori e naviganti a trovare risposte a questo ed altri quesiti, nasce ‘Social tv. Guida alla nuova tv nell’era di Facebook e Twitter’, scritto da Giampaolo Colletti e Andrea Materia, esperti di media digitali, ed edito dal Gruppo Sole24ore.

Noi abbiamo rivolto alcune domande ad uno degli autori, per capire natura e sviluppo di questi mutamenti sociali.

- Giampaolo Colletti, quanto social sta diventando la televisione di oggi?

“La tv italiana sta diventando social sulla scia di quella americana e di quella dei grandi network mondiali. In realtà più che social sta cannibalizzando bene i social network e le conversazioni che ci sono su twitter o facebook, che ricalcano quelle che sono le dinamiche della televisione generalista. Sicuramente siamo ancora lontani dall’inserimento nel ciclo produttivo di quello che sono espressioni del social media e dell’influenzare l’andamento di una scaletta di un programma, come avviene per esempio con alcuni programmi di AllJazeera. In Italia siamo ancora in posizioni  di ‘osservazione del fenomeno’, però diciamo che già dal prossimo palinsesto alcune dinamiche di social tv entreranno ancora di più nella televisione che conosciamo”.

- Facciamo un esempio.

“La televisione satellitare. Accanto alla programmazione per esempio c’è uno spacchettamento dei games e dei reality e un rimando alla pagina su Facebook. Inoltre l’offerta su mobile, per alcuni canali come La7 nell’informazione.  Sui device, sugli smarthphone e sui tablet, puoi seguire tutte le edizioni del tg e restare aggiornato sulle evoluzioni, quindi è come se avessi un canale all news, ma in realtà si è su un canale generalista, fruibile anche sul proprio telefonino”.

- La tv si sta traghettando sui social network, portando inevitabili riflessi sugli spettatori?

“Certo, e in questo la tv generalista ha un vantaggio, viene molto commentata e partecipata sui social network, con twitter in testa. Quindi questo connubio c’è già, la televisione generalista parte da una posizione di forze, potrebbe fare molto, potrebbe innovare, ma ancora non lo sta facendo del tutto”.

- Ma quanto resisterà ancora questa televisione generalista a discapito di una tv sempre più vissuta sul web?

“Il problema del web è il processo produttivo e business model e anche i piccoli attori che si stavano iniziando ad imporre piano piano implodono. Alcune esperienze web centriche tou –court non ci sono ancora, quindi a mio avviso la televisione generalista in Italia, resisterà e ancora per molto tempo. Lo scorso anno, in un incontro a Trento, Fedele Confalonieri mi disse: “…tanto ancora per 40anni l’azienda preferirà lo spot su Mediaset o sulla Rai, quindi resisteremo ancora per molti anni”; io dico sì anche se qualche fetta di pubblico la rete la sta erodendo, anche se lentamente”.

- Nel libro voi profetizzate un cambiamento anche dello spettatore, sempre più user e sempre più social.

“Noi partiamo da quello che profetizza Sisco, ovvero che entro il 2014, il 90% del traffico IP, ovvero traffico rete, sarà video, per cui anche lo spettatore sta vivendo questa trasformazione. Non ha più il telecomando che resta la ‘killer application’, l’oggetto del desiderio, ma accanto al quello ha uno smartphone, che viene considerato un secondo schermo. Mentre in America si parla già di terzo schermo, ovvero tv, smartphone e pc. La fruizione quindi è più frammentata, ma anche più partecipata ”.
- Cosa blocca qui in Italia tutto questo sviluppo?

“Problemi strutturali, di banda, di diffusione della rete. Problemi culturali, nonostante ci sia una maturità di certo pubblico sull’uso di social network e in particolare di facebook. In  definitiva manca uno sviluppo, che magari nel tempo sarà destinato a diminuire delle cossi dette nicchie, delle community, delle vertical tv. Nei paesi dove c’è la televisione matura, ci sono pubblici precisi per fasce ben definite, questo in Italia ancora manca. Il satellite sta determinando cluster di pubblici però è ancora una evoluzione in divenire”.

- Qual è l’obbiettivo di questa guida?

“Quello di dare 10 strumenti pratici agli operatori, non soltanto grandi network, ma anche piccoli player. In Italia abbiamo ben 800 web tv che potenzialmente potrebbero fare social tv e rimbalzare sul piccolo schermo, insomma gli attori sono tanti. Oltre la filiera digitale che per esempio con Altra tv abbiamo stimato in 10mila operatori per 10milioni di fatturato. Dall’altra parte obbiettivo della guida è quello di fornire le 10 azioni dell’utente telespettatore, oggi ‘user’ multipiattaforma”.

- Tu sei  anche il presidente del consorzio l’Altra tv, che riunisce tutte le web tv d’Italia, che cosa emerge da questi ‘occhi sul territorio’?

“Questo progetto è nato nel 2004, su ispirazione di Carlo Freccero e voleva raccontare proprio le televisioni che nascevano nei territori, oggi queste tv stanno diventando anche impresa digitale. In realtà non è tutto rose e fiori, perché il mercato della rete a volte è molto sfuggente, mancano dinamiche a medio e lungo termine, ovvero progetti sostenibili nel tempo. Mentre il punto di forza è una sperimentazione nei contenuti e nell’estetica. Alcuni linguaggi e stilemi della rete, hanno permeato anche l’utilizzo di essa, come lo stacco in asse, l’utilizzo del video sporco o del video realizzato con il telefonino. Una volta non appartenevano al linguaggio del telegiornale nazionale, il Tg1 non avrebbe mai mandato in onda video simili, ora sono anche lì. La rete oggi in Italia ha consentito questo, lo spostamento di un linguaggio dalla rete alla tv generalista e dei grandi network, il problema però rimane sempre la sostenibilità, di progetti che non riescono a rendersi competitivi nel modello di business”.

Intervista di Francesca Baldini, tratta da Famiglia Cristiana online del 24/01/2013