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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Network ok, social forse

gennaio 28, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

“Perché ci aspettiamo di più dalla tecnologia che dalla reciprocità?”. È questa la domanda da cui è partita la riflessione di mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, che è intervenuto al corso nazionale di formazione sui media “Impronte ‘digitali’ in famiglia, a scuola, nella società” svoltosi il 25 e il 26 gennaio a Macerata. L’appuntamento è stato promosso dall’Associazione italiana ascoltatori radio e televisione (Aiart) in collaborazione con l’Ufficio comunicazioni sociali della Cei e l’Ufficio scuola e comunicazioni sociali della diocesi di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia. “Il rischio – ha spiegato mons. Pompili – è che scambiamo la tecnologia per il tutto mentre la tecnologia è solo l’ambiente. Dentro l’ambiente ciò che fa la differenza è la nostra libertà, è la nostra responsabilità: se questo è vero, ci si può attendere di più dalla reciprocità, senza dimenticare la nostra condizione digitale”. In questo contesto, il compito degli educatori “non è inutile perché formare persone critiche significa creare gli anticorpi per vivere meglio in questo ambiente”.

“Social trascendenti”. Per mons. Claudio Giuliodori, vescovo di Macerata e presidente della Commissione episcopale cultura e comunicazioni sociali, la domanda da porsi è se i “social network, invece di essere ‘sociali’ siano asociali o dissociali”. Ma cosa determina la socialità di uno strumento di comunicazione? “La sua possibilità di configurare l’esperienza autentica della persona – ha sottolineato il vescovo –. Il fatto che ci siano dei network non vuol dire che automaticamente ci sia la relazione” e dato che dalla comunicazione sociale dipende la realtà umana, “dobbiamo domandarci se essa si sviluppi a servizio della persona”. Mons. Giuliodori, citando il messaggio del Papa per la Giornata delle comunicazioni sociali, ha ricordato che “i mezzi sociali sono potenziali porte alla verità e alla fede” e dentro questa sfida la Chiesa “deve spalancare le porte dei network facendoli diventare ‘social trascendenti’, capaci cioè non solo di mettere in relazione le persone ma di metterle in relazione con il mistero ultimo del loro destino”.

Ambiente del presente. “L’ambiente digitale è il luogo dove c’è tutto, duttile, creativo, dove utente e creante non sono più termini contrapposti ma due ruoli intercambiali”. È questo il quadro della Rete offerto da Massimiliano Padula, docente e direttore dell’ufficio stampa e comunicazione della Pontificia Università Lateranense, che ha paragonato la navigazione wireless al processo di urbanizzazione dell’Ottocento, “ma mentre il processo di adattamento in quel secolo ha richiesto decenni, oggi, con la cultura digitale, i tempi di assimilazione sono velocissimi, e scompare l’attesa, l’ignoto e l’insoluto”: in poche parole “l’ambiente digitale è l’ambiente del presente”. Tra le posizioni di chi pensa che l’ambiente digitale e reale siano “integrati” e chi ha una “visone diffidente e conoscente dei rischi”, c’è la possibilità di una terza via dei “giovani nativi che vivono in un bozzolo autoreferenziale in cui possono fare qualunque cosa, una via in cui primeggia l’uomo”.

Norme inadeguate. Il presidente nazionale dell’Aiart, Luca Borgomeo, ha spostato il discorso sulla tutela degli utenti dei media “che purtroppo oggi è meno efficace sia per l’aumento esponenziale dei messaggi sia perché le norme sono inadeguate e non vengono applicate le sanzioni”. Per quanto riguarda la situazione radiotelevisiva italiana il presidente ha ricordato che “da 20 anni manca il pluralismo dell’informazione nel nostro Paese e viviamo in un duopolio televisivo che raccoglie l’88% della pubblicità televisiva, uno stato di cose che ha determinato un abbassamento della qualità della programmazione e un aumento delle violazioni”.

Smontare il “giocattolo”. Di necessità di “colmare la distanza culturale tra il nostro modo di interagire e interpretare la realtà con il mondo dei ragazzi”, certamente “immersi nella multimedialità” ha parlato Giovanni Baggio, vice-presidente nazionale Aiart e membro del Comitato media e minori. Secondo quest’ultimo “i ragazzi non hanno tanto bisogno di essere istruiti sugli strumenti, dobbiamo invece recuperare la capacità di portare il senso umano” all’interno dell’ambiente digitale. La “media education”, dunque, negli ultimi anni, “ha assunto il compito di aiutare i ragazzi a entrare fino in fondo nel mondo della tecnologia attraverso dei percorsi che, ad esempio, smontano i giocattoli comunicativi”.

Opportunità, non prigione. Per Lorenzo Lattanzi, coordinatore dell’Aiart Marche “oggi è in gioco l’identità delle persone” e “l’educatore non deve limitarsi a osservare quale impronta lasciano i media su di noi ma quale impronta lasciamo noi sui media”. “I ragazzi devono imparare a porsi delle domande e a dare un senso a tutte le informazioni che ricevono dai vari media e social network”, devono essere aiutati a non “subire i messaggi multimediali ma anche a estrapolare il bene e il male della realtà reale e della realtà digitale: i media devono diventare un’opportunità non una prigione”.

a cura di Simona Mengascini