Paoline Chi siamo logo_sp Sostenitori
51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

50 anni dell’ordine: Giornalisti per vocazione

febbraio 13, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments
Articolo dell’08/02/2013 
“I giornalisti italiani sono convinti che occorra difendere e promuovere l’etica della professione, ma ritengono che i media dove lavorano, la politica e le istituzioni non facciano abbastanza in questa direzione”: lo ha detto al convegno per il 50° d’istituzione dell’Ordine nazionale il ricercatore Enrico Finzi, che ha presentato i risultati di un’indagine su “I giornalisti italiani, l’etica professionale e l’informazione on-line”, condotta intervistando 1.681 operatori della comunicazione. “Oltre a esprimere un forte disagio rispetto a quei colleghi che non rispettano il Codice deontologico di categoria – ha spiegato – i giornalisti sono severi nei confronti delle testate ‘non etiche’, chiedendo che vengono sospese le sovvenzioni pubbliche loro riservate come forma di ‘punizione’”. Secondo Finzi, inoltre, la categoria esprime la convinzione che “nei prossimi 5 anni, a seguito della diffusione di internet, molte testate chiuderanno, le redazioni saranno sempre più multimediali e si affaccerà una nuova leva di giovani comunicatori, col risultato che internet diverrà ‘prevalente’”. La neo-direttrice di Rai News, Monica Maggioni, ha sostenuto che “il giornalista dovrà essere riconoscibile, in tutti i media compreso internet, per la veridicità e verificabilità di quanto trasmette, l’eticità della sua posizione, l’accuratezza del lavoro di raccolta dati svolto e la chiarezza di presentazione”.
La penalista Caterina Malavenda, esperta di diritto dell’informazione e difensore in numerosi casi di querele per diffamazione a carico di giornalisti, è poi intervenuta sul tema della privacy. “Le norme sulla privacy, – ha detto – che appaiono molto confuse, hanno rappresentato una ‘pietra tombale’ sulla cronaca”. “Attaccare un giornalista sul piano civile e penale per violazione della privacy – ha proseguito – è oggi molto facile, più facile che con la querela per diffamazione, perché le norme relative sono imprecise e variamente interpretabili da parte dei giudici. Si parla infatti della possibilità di pubblicare ‘dati essenziali per l’informazione’, ma poi in caso di causa legale questi stessi dati vengono variamente intesi. Una volta c’erano i punti fermi di ‘chi-dove-come-quando-perché’, come ingredienti di una notizia. Oggi i criteri sono variamente interpretabili. Urge quindi che il legislatore intervenga per cambiare le norme sulla privacy”, ha concluso. Dal canto suo, il presidente dell’Ordine nazionale, Enzo Iacopino, ha informato che il nuovo presidente dell’Autorità garante della privacy, Antonello Soru, ha annunciato che presto si dovrebbe affrontare questo argomento della normativa, per dare criteri più precisi di giudizio e valutazione nei contenziosi legali in corso.
E’ poi intervenuto anche p. Francesco Occhetta, gesuita, scrittore de “La Civiltà Cattolica” e consulente ecclesiastico dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana). “C’è poco tempo per decidere come sostenere la categoria dei giornalisti – ha affermato Occhetta -. Tra 10 anni, se non si farà qualcosa, si rischia che non ci saranno quasi più giornalisti professionisti e verrà meno quello che una volta era detto il ‘quarto potere’, per la vigilanza e il controllo sulla democrazia”: “Per fare un buon giornalista – ha poi spiegato – non solo serve un adeguato livello di studio, molta pratica, un esame serio e approfondito, ma bisogna anche riscontrare una qualità ‘motivazionale’ che faccia dire di essere di fronte a una vera ‘vocazione giornalistica’”. Del resto, “questa è una professione che ha bisogno di essere rigenerata nell’accesso, senza dare illusioni ai giovani che ancora la mettono al secondo posto nei loro ‘sogni’ dopo quella del medico. Un giornalista deve essere accompagnato come in un’antica ‘bottega artigiana’”. P. Occhetta ha anche denunciato “la scelta di alcuni editori di sfruttare i giovani”, ricordando che nel frattempo “l’Ordine è chiamato a riflettere su tutte le possibili risposte da dare perché questa professione rimanga al servizio dell’opinione pubblica e a tutela del corretto svolgimento della vita democratica”.