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La bellezza ai tempi dell’Ipad

febbraio 26, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Riportiamo di seguito l’articolo scritto da Mons. Rino Fisichella sulla bellezza ai tempi dell’Ipad, apparso sull’osservatore romano il 22/02/2013 .

La strada della bellezza attraversa per intero la storia dell’umanità. Una semplice descrizione fenomenologica mostrerebbe con evidenza che oltre alla volontà di comunicare la propria esperienza di vita, i graffiti che si ritrovano nelle caverne dei nostri antichi progenitori mostrano un uomo intento a contemplare l’opera delle sue mani. Non poteva certo accontentarsi solo di quello. Ciò che egli creava, strofinando con intelligenza una pietra sulla parete di una roccia che aveva scelto come sua abitazione, era la manifestazione del desiderio di riprodurre quanto ogni giorno i suoi occhi percepivano nella sorpresa di contemplare la natura con la quale era a stretto contatto.

È difficile pensare che la meraviglia suscitata dal sorgere del sole e dal suo tramonto, dietro le alte cime delle montagne o cadendo all’orizzonte del mare, non lasciasse l’uomo sbigottito e colmo di interrogativi. Se queste emozioni si ritrovano ancora presenti nel nostro contemporaneo che, purtroppo, ha allontanato da sé, inspiegabilmente, il suo rapporto con la natura, perdendo in questo modo parte della comprensione di se stesso, ciò significa che la contemplazione della bellezza, dovunque si ritrovi, appartiene all’uomo ed è una caratteristica propria della sua natura.

Niente e nessuno potranno mai esaurire la carica di meraviglia che egli prova dinanzi alla bellezza. Una pagina di un maestro dei decenni passati, Hans Urs von Balthasar, «l’uomo più colto del XX secolo» per usare l’espressione di Henri-Marie de Lubac, permette di addentrarsi maggiormente in questa considerazione. Nella sua opera Herrlichkeit, che fin dal titolo identifica nella “gloria” il principio del rapimento che la bellezza offre, si attarda sulla condizione del mondo moderno privo della bellezza: «In un mondo senza bellezza — anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso — in un mondo che forse non ne è privo, ma che non è più in grado di vederla e di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione e l’uomo resta perplesso e si chiede perché non dovrebbe preferire piuttosto il male. Anche questo, infatti, costituisce una possibilità perfino più eccitante. In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti a favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica». Drammatico, ma purtroppo vero. Banalizzare la bellezza o renderla solo un effetto effimero porta con sé conseguenze deleterie. Viviamo in questi anni una condizione paradossale. Sembra che più si affina il gusto per la bellezza, maggiormente si constatano situazioni di degrado.

La bellezza consente di superare la frammentarietà che soprattutto oggi domina sovrana nella nostra cultura, incapace di cogliere l’unità e il fondamento del sapere. Per paradossale che possa sembrare, i nostri occhi hanno perso la loro forza e come ommatidi di insetti si coglie solo il quantitativo sufficiente per dare risposta alle domande immediate senza essere più capaci di porre l’interrogativo di fondo che chiede di dare all’esistenza una risposta carica di senso.

Allo sbriciolamento della realtà — e della stessa esistenza personale — la bellezza permette di cogliere l’unità perché esige la bontà e la verità come referenti insostituibili. Per paradossale che possa sembrare mentre cerchiamo l’intelligenza delle sculture antiche e con esse della civiltà che le ha prodotte, oggi per i nati negli ultimi due decenni che costituiscono la generazione digitale, la contemplazione sembra fermarsi alla bellezza dell’Ipad, dell’Ipod, dell’ultimo modello di cellulare o di pc. Le file che si vedono all’uscita di un nuovo strumento tecnico non sono più distinguibili dalle stesse file di turisti che vogliono entrare al Louvre, ai Musei Vaticani o al Prado. Il desiderio dell’attesa, per alcuni versi, è identico. L’ansia per la bellezza muove gli uni e gli altri con altrettanto desiderio di contemplazione dell’opera d’arte. Nessuno tra di noi si illuda di poter emarginare questa forma di bellezza come secondaria e del tutto irrilevante.

Rino Fisichella