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Don Alberione e il Concilio Vaticano II. Dall’Inter Mirifica alle Reti Sociali

aprile 20, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

di Walter Lobina, ssp

Per la prima volta nella storia della Chiesa, un Concilio discute di comunicazione, intesa nel suo senso più ampio. È il 4 dicembre 1963: il Concilio Vaticano II approva il decreto Inter Mirifica. Una conferma dell’impegno missionario della Chiesa, aperto ora alla cultura della comunicazione.

«Fondata da Cristo Signore per portare la salvezza a tutti gli uomini, ed essendo perciò spinta dall’obbligo di diffondere il messaggio evangelico», la Chiesa riconosce tra le meravigliose tecniche, proprie dell’ingegno umano, quelle «che per loro natura sono in grado di raggiungere e influenzare non solo i singoli, ma le stesse masse e l’intera umanità». Per questo motivo, «ritiene suo dovere servirsi anche degli strumenti di comunicazione sociale per predicare l’annuncio di questa salvezza»  (IM, 1 e 3).

Il documento è una vera rivoluzione nella prassi della Chiesa. E alla stesura del testo vengono chiamati dei professionisti del settore, e non, come di solito, autorevoli e rinomati teologi. La comunicazione viene inserita nell’agenda della Chiesa, è cioè tra le cose da fare e di cui tener conto. E le conseguenze si vedono subito: la realizzazione di un quadro istituzionale stabile, dal Pontificio Consiglio agli Uffici nazionali di comunicazione, alle diverse iniziative e istituzioni ecclesiali in questo campo; la celebrazione, ogni anno, di una giornata mondiale dedicata alla comunicazione, con l’invio di un messaggio specifico da parte del Papa: i loro contributi costituiscono una sintesi del pensiero ufficiale della Chiesa sulla comunicazione; la serie di documenti che, di volta in volta, attualizzano pastoralmente il decreto Inter Mirifica.  È «l’inizio di una nuova era», come afferma la Communio et progressio (n. 186).

Don Giacomo Alberione, un testimone qualificato al Concilio, stava lì, puntuale, ogni giorno, nella seconda tribuna a destra dell’Aula Conciliare, riservata ai Superiori Generali di Istituti e Ordini religiosi. Sempre silenzioso, riservato. Costantemente in ascolto durante le discussioni in aula, seduto proprio sotto l’altoparlante. Non si faceva notare, né era il punto di riferimento dei Vescovi, quando si avvicinavano alla tribuna per parlare con qualche Superiore Generale: le loro preoccupazioni erano gli ospedali, le scuole, le missioni; non certo il mondo della comunicazione.

Quando in aula iniziò la discussione sull’Inter Mirifica, quello era il suo momento. Finalmente. Erano noti i suoi interventi nel passato. Ma soprattutto aveva l’esperienza, a livello mondiale, di Fondatore di vari Istituti religiosi che si dedicavano alla evangelizzazione con gli strumenti della comunicazione. Ora certamente don Alberione avrebbe detto la sua. Avrebbe illuminato, con la sua parola, il difficile percorso riguardante una nuova pastorale. I quasi 2500 tra cardinali, patriarchi e vescovi avrebbero guardato verso quella tribuna, a destra, nell’Aula Conciliare.

Niente di tutto questo. Don Alberione non prese la parola. Non disse nulla. Continuò ad ascoltare, a prendere appunti, a pregare. Silenzioso. Umile. Come sempre.

Don Alberione non era uomo dai tanti discorsi, cui spesso non segue niente. Preferiva agire. A servizio della Parola, pieno di zelo per il Signore e con un forte senso missionario, era sempre “proteso in avanti”. In ascolto, era pronto a realizzare iniziative concrete per far giungere la Parola di Dio a chiunque, specialmente a quanti ancora non avevano avuto ancora l’opportunità di ascoltarla. Quanto dicevano i Padri Conciliari gli andava bene. E il decreto Inter Mirifica non faceva altro che approvare quanto già da tempo faceva.

Per don Alberione quel decreto andava certamente studiato. Ma, soprattutto, messo in pratica. Attento all’evolversi delle società e del mondo della comunicazione, da subito previde l’ampliamento dell’allora “apostolato dell’edizione” a tutti gli strumenti più celeri ed efficaci che il progresso umano avrebbe messo a disposizione dell’uomo.

L’agire apostolico e pastorale di don Giacomo Alberione lo porterebbe oggi a essere un pioniere nella comunicazione crossmediale, e avrebbe un “suo” posto nelle reti sociali. Uomo di fede, si impegnerebbe nel testimoniare e annunciare questa fede alle genti e, guardando al futuro, ai nativi digitali. Perché tutti possano essere pienamente realizzati in Cristo.

I media continuano a svilupparsi velocemente sino a diventare l’ambiente in cui ora si vive. «I media non sono più uno schermo che si guarda, una radio che si ascolta. Sono un’atmosfera, un ambiente nel quale si è immersi, che ci avvolge e ci penetra da ogni lato… i media sono un nuovo modo di essere vivi» (card. Martini).

La Chiesa guarda con attenzione l’enorme progresso che avviene nel campo della comunicazione, dai mass media alla convergenza digitale, alla crossmedialità, sino alle reti sociali; ed è ben consapevole dell’importanza di questi mezzi e linguaggi, sino a considerarli porte di verità e di fede, nuovi spazi di evangelizzazione.

Per tutti è necessario avere una visione adeguata, la capacità di leggere il nostro tempo e i segni di Dio nel nostro tempo; e saper progettare il futuro perché il Vangelo possa essere ovunque annunciato.