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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Capire la rete per renderla piu’ umana e relazionale

aprile 25, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Intervista alla Proff.ssa Chiara Giaccardi, docente dell’Università Cattolica di Milano, sul rapporto con i social network.

Non basta guardare alla Rete come luogo di incontro, di scambio, di condivisione e anche di testimonianza. La Rete è molto più. Secondo la Professoressa Chiara Giaccardi, essa può addirittura «aiutare, ben più di quanto non possa ostacolare, l’apertura di una “porta” verso l’Alto in questo nostro presente così miope».

Una chiacchierata con lei su Vatican Insider, in vista della 47° Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, domenica 12 maggio, tenta di affrontare le normali difficoltà che oggi nascono dall’utilizzo del web da parte dei ragazzi, non sempre seguiti ed educati alla navigazione, anche perché le agenzie educative, per diversi motivi, non sono ancora del tutto pronte per questa missione. Anche se – ci rassicura la Professoressa Giaccardi – molti genitori iniziano a capire qualcosa in più dell’universo della Rete, il lavoro di formazione che li aspetta va oltre la semplice capacità di “loggarsi” in Facebook o rimuovere utenti insidiosi dalla propria lista di amicizie. Del resto, «essere genitore è difficile in ogni tempo, anzi è impegnativo, e richiede pazienza, fiducia, speranza».

Com’è essere genitori al tempo della rete?

Essere genitore richiede la capacità di capire che i figli non sono ‘nostri’, che sono comunque ‘altri’ e che dobbiamo lasciarci stupire, interpellare e anche liberare dalla loro alterità. Per un genitore che sente la rete come lontana e minacciosa il compito oggi può essere ancora più difficile, perché la complessità dell’ambiente digitale può accentuare le distanze. Ma può anche consentire nuove forme di ‘alleanza intergenerazionale’ e di utile scambio di ruolo tra chi insegna e chi impara.

Quali sfide sono chiamati ad affrontare, mamma e papà?

La sfida di trasmettere ciò che hanno imparato, ciò che per loro ha valore, la verità che hanno conosciuto in un modo che sia capace di rispondere alle domande del presente. Che sono anche un’occasione, per noi genitori, di rimettere in movimento e rigenerare ciò che abbiamo conosciuto e a nostra volta ricevuto. Trasmettere l’eredità ricevuta e il sapere costruito nel tempo, mostrandone il valore anche per il presente, ed essere capaci di vedere la realtà anche attraverso gli occhi dei nostri figli è una sfida da affrontare e vincere.

Cosa si aspettano i ragazzi dai loro genitori?

Le aspettative sono sempre contraddittorie, ma in fondo le relazioni umane sono sempre un po’ paradossali: i figli si aspettano di essere accettati per quello che sono ma anche di essere aiutati a crescere e migliorare; si aspettano e pretendono libertà ma vogliono anche essere guidati, e a volte provocano proprio per toccare con mano il limite, che li rassicura (mentre il vuoto, l’indifferenza, l’equivalenza li angoscia e li rende cinici). Ma soprattutto si aspettano di essere ascoltati, accompagnati e abbracciati.

Quali competenze vengono richieste a mamma e papà?

Nessuna che si impari sui libri, anche se i libri possono aiutare. Gli esseri umani non possono nemmeno contare sull’istinto per allevare nel modo migliore i loro ‘cuccioli’, come fanno gli animali. In compenso, possono imparare dall’esperienza, appoggiarsi all’esperienza degli altri, rileggere la tradizione, ascoltare l’unicità di ciascun figlio: non esistono ricette già pronte che vadano bene per tutti. Si impara facendo e in un certo senso si sbaglia sempre. Ma se il nostro desiderio è che i figli realizzino la loro umanità nella ‘quotidiana avventura della pienezza’, come la chiama Gallagher, troveremo la via.

Attualmente, in che rapporti sono mamma e papà con i media digitali, in Italia?

I rapporti stanno migliorando, e il numero di genitori sufficientemente alfabetizzati cresce. Ma saper utilizzare le tecnologie non significa comprenderne il significato. È su questo, soprattutto, che i genitori vanno aiutati.

Quale dovrebbe essere l’intervento della famiglia rispetto al cyber bullismo?

Io credo che il problema stia nel bullismo, e che la rete sia solo uno dei tanti palcoscenici in cui si manifesta sia l’incapacità di relazione con altri, specie se ‘diversi’ per qualche ragione, sia un malinteso senso di appartenenza, dove il ‘noi’ frammentato si ricompatta contro un capro espiatorio. Educare all’alterità e all’accoglienza sono la via più efficace per contrastare ogni forma di bullismo, compreso quello digitale. Che, lo ripeto, non è causato dalla rete, ma che si trova in quell’ambiente come in altri.

Quando i figli non manifestano e non dicono di essere molestati in rete, cosa si fa?

È difficile intervenire quando manca la comunicazione. Occorre innanzitutto saper leggere i segnali non verbali: cambiamenti di umore, silenzi prolungati, perdita di appetito e di sonno e tutto ciò che può denotare disagio. Poi i colloqui con gli insegnanti sono sempre una preziosa fonte di informazione sui nostri figli, perché ci aprono una finestra su un mondo – quello della scuola e dei compagni – cui non avremmo altrimenti accesso. Gli insegnanti – spesso ce lo dimentichiamo – sono alleati preziosi del nostro compito educativo.

Ma, onestamente, la colpa possiamo scaricarla sulla rete e i social network?

Credo proprio di no. È una soluzione ‘pilatesca’, che ci esime dal fare autocritica su quanto di sbagliato la cultura dominante – che è quella che abbiamo contribuito a costruire come adulti – propone (e impone): individualismo esasperato, rivendicazione altrettanto esasperata di diritti individuali dimenticandosi dei doveri (che ne sono sempre l’altra faccia), rivendicazione di ‘tempo per sé’ (come se quello per sé fosse contrapposto a quello per gli altri) e conseguente ‘diritto all’evasione’ e al consumo… In rete portiamo ciò che siamo. Cerchiamo di essere migliori e anche la rete lo sarà. E nessuno, o nessuna cosa, può imporci di essere ciò che non vogliamo. Ammesso che sappiamo cosa vogliamo, o almeno in che direzione ci vogliamo muovere!

La rete – molti pensano – ha trasformato le persone, le ha determinate negativamente. Verità o illusione?

Il determinismo tecnologico è inaccettabile in generale, e tanto più per un credente, che ha fiducia nella propria somiglianza con Dio, che ci ha creati liberi. Da un lato, se la rete è un ambiente non possiamo non adattarci e quindi i cambiamento si producono, così come si sono prodotti grandi trasformazioni nel passaggio dalla vita rurale a quella urbana, o dal lavoro artigianale a quello industriale, o nel lavoro domestico con l’introduzione degli elettrodomestici… Ma si tratta di un mutamento sistemico, ‘ecologico’, di reciproco riaggiustamento di tutti gli elementi in gioco; certamente non di una causa lineare che produce un effetto meccanico. E questo cambiamento possiamo indirizzarlo e governarlo, oppure subirlo, se non ne siamo consapevoli. Ma la responsabilità è comunque nostra.

«Educare, non reprimere» è un principio pedagogico di don Bosco. I genitori che vietano l’utilizzo di Internet ai figli, quanto educano, realmente?

Poco. Credo che sia importante educare i figli non tanto a stare disconnessi, quanto a essere ‘diversamente connessi’: sapendo che la rete è un preziosissimo spazio di transito, ma non di destinazione; che ci si trovano tutte le domande ma non tutte le risposte; che consente una straordinaria manutenzione delle relazioni, che però sono fatte anche di incontro e vicinanza fisica; che i social network sono ‘porte’ e non ‘case’.

Cosa pensa della scelta della blogger, giornalista dell’Huffington Post, Janell Burley Hofmann, di regalare un iPhone a suo figlio di tredici anni?

Veramente non mi scandalizzo. Amici sacerdoti ed educatori mi dicono che il regalo più frequente per la prima comunione (nove anni?) è lo smartphone. Forse sono i genitori e i parenti che andrebbero educati. Soprattutto a non fare del mimetismo sociale il criterio delle proprie scelte, tanto più se riguardano i minori.

Regalerebbe un cellulare a suo figlio di tredici anni?

In realtà la mia figlia più piccola fa la seconda superiore, e possiede un cellulare, anche se per nulla ‘smart’. Va detto che la complessità dell’organizzazione sociale oggi, con entrambi i genitori che lavorano in tanti casi, rende necessari strumenti di micro-coordinamento, e il cellulare serve. Molto spesso, però, serve più che altro a placare l’ansia del genitore, che si sente rassicurato da questa sorta di estensione del cordone ombelicale, paradossalmente preoccupandosi meno di quello che i figli effettivamente fanno: basta sapere che sono raggiungibili. Quindi sì al cellulare (meglio se non si connette a Internet per i più piccoli) ma presenza educativa il più possibile significativa.

Quali sono, attualmente, le agenzie educative che educano meglio i ragazzi all’utilizzo dei nuovi media?

La scuola fatica, prima di tutto per mancanza di risorse e poi perché gli stessi insegnanti sono spesso poco familiari con le nuove tecnologie. Le famiglie regalano i dispositivi ma in pochissimi casi li rendono occasione di discussione, dialogo e accompagnamento educativo. La principale agenzia di socializzazione è certamente il gruppo dei pari, che può svolgere un’azione di tutoraggio ma difficilmente riesce a essere ‘educativo’. Forse gli oratori, le parrocchie, le associazioni sono al momento i luoghi più attivi sul versante della formazione e dell’educazione al digitale.

Quale ruolo educativo svolge la Chiesa nel Continente Digitale?

Non esito a dire che gioca un ruolo molto importante. Non dimentichiamo che il primo documento del Concilio Vaticano II fu la Inter Mirifica, sui mezzi di comunicazione sociale. Ho personalmente partecipato, nel 2010, al convegno Testimoni Digitali, organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della CEI e dal Progetto Culturale, dove furono identificate, analizzate e interpretate una serie di caratteristiche della rete che ora sono diventate (quasi) di senso comune, ma che lì furono largamente anticipate: per esempio, l’idea che il web non è uno strumento, ma un luogo da abitare, e che abitare vuol dire iscrivere i priori significati nell’ambiente. La Chiesa continua a essere all’avanguardia nella sua interpretazione antidualista del web, che non è contrapposto alla vita reale ma ne fa parte, e la stessa decisione di Benedetto XVI di aprire un account Twitter, che ha fatto tanto discutere, sarà certamente compresa solo più avanti. D’altra parte, la Chiesa o è profetica o non è…

E nell’evangelizzazione? Quante possibilità ci sono che i ragazzi si aprano ad una prima prospettiva di fede in rete?

Questo molto dipende dagli educatori, da chi li saprà ascoltare e accompagnare. In rete le domande ci sono. Nello stesso spot per il primo miliardo di utenti di Facebook, che riflette molto bene il punto di vista dei nativi, affiora la domanda sul senso dell’universo. L’educatore, scriveva Michel de Certeau, non è colui che immette contenuti, ma è “l’ermeneuta della poesia del senso nascosto”: una sorta di “maieuta” del senso, a partire dal desiderio di infinito che ciascuno ha in sé, e che va liberato e accompagnato.

Tratto da VaticanInsider del 22 aprile 2013