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Redattore sociale, le parole giuste

aprile 27, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

“Parlare civile: il giornalismo e la manutenzione delle parole”: questo il tema del seminario organizzato dall’agenzia di stampa Redattore sociale. Extracomunitario, ad esempio…

«C’è l’albanese che ha messo su un’azienda edile e c’è l’albanese imbroglione; c’è il marocchino dedito alla famiglia e c’è quello dedito allo spaccio; c’è la prostituta coatta e c’è quella d’alto bordo, che spenna il malcapitato di turno». A dirlo è don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco e dell’agenzia di stampa Il redattore Sociale. Le parole hanno un senso e un peso. Le stesse, usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o, addirittura, offendere. Ma usare le parole corrette non significa essere buonisti, ma saper leggere la realtà, il che è necessario per “parlare civile“.

E proprio al Parlare civile. Il giornalismo e la manutenzione delle parole è stato dedicato il seminario dell’agenzia di stampa Il redattore Sociale, organizzato a Roma, in occasione della presentazione dell’omonimo libro, curato dalla stessa agenzia (scritto da Federica Dolente, Giorgia Serughetti e Raffaella Cosentino), dedicato ai principali temi a rischio discriminazione e al linguaggio per parlarne. «Non esistono parole sbagliate. Esiste un uso sbagliato delle parole». Questa frase di Enrico Pugliese, direttore dell’Istituto ricerche popolazione e politiche sociali del CNR, in quarta di copertina del libro, è stata il leit motiv dell’incontro. «Dire che abbiamo avvistato delle “navi di clandestini”, non è corretto, perché noi non possiamo sapere chi c’è su quelle navi fino a quando non glielo abbiamo chiesto – dice Pugliese -. Invece, la stampa tende a chiamare clandestino chiunque non sia in regola con il permesso di soggiorno. Ma clandestino è una parola che determina una porzione degli irregolari, che a loro volta sono una porzione degli immigrati».

E poi il linguaggio deve evolvere, per stare al passo con la vita. «Dire extracomunitario oggi, che la Comunità europea è stata sostituita dall’Unione Europea, non ha alcun senso», continua Pugliese. Non c’è sempre un doppio fine, a volte certe parole vengono scelte per eccesso di semplificazione, per superficialità, per ignoranza, per non ripetere, o per la fretta. Ma non sono scusanti. Soprattutto per i giornalisti, che con il lessico lavorano.

E oggi più che mai bisogna prestare attenzione, perché la rete moltiplica le parole, le amplifica, le estrapola, le reitera e le rende immortali. «Prendiamo la parola genocidio – spiega Daniela De Roberto, dell’Usigrai -. All’epoca dei fatti del Rwanda, l’Onu non la voleva usare, probabilmente perché prendere coscienza della situazione avrebbe voluto dire dover decidere se intervenire o meno. C’è voluto Giovanni Paolo II. Da quel momento si è cominciato a dare il giusto nome – genocidio, appunto – a ciò che stava succedendo. In Iraq i giornalisti americani non potevano parlare di guerra civile, finché, davanti a 48mila morti, la NBC ha deciso che non era più possibile stare zitti. David Grossmann, in un suo libro, parla di “lavanderia delle parole“, il cui compito è “sbiancare” le strutture. In particolare, lui fa riferimento al conflitto Israele-palestinese. Per cui i “Territori occupati”, oggi sono solo i “Territori”. Non si parla più da anni di “annessione di Gerusalemme est”, bensì di “unificazione della città”. E i civili non vengono mai uccisi, ma trovano la morte. Chiamare le cose con il loro nome, non è una banalità. Le parole hanno un peso. Usarle nel modo sbagliato, può alimentare l’odio».

Allora bisogna chiedersi se la parola che sto usando, serve a descrivere, o invece, giudica. Attenzione ai sinonimi, che non sempre hanno lo stesso significato. Attenzione ad edulcorare, attenzione ad omettere, attenzione anche all’uso corretto nel contesto sbagliato. «Noi stiamo producendo in continuazione carte deontologiche – dice Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti -. La mia paura è che continuiamo a produrre parole che poi sporchiamo con i nostri comportamenti, senza mai affrontare il problema vero di chi sono i destinatari. Ci soffermiamo sulle definizioni e i problemi delle persone vengono sottaciuti o spariscono del tutto». Un altro esempio. «Prendiamo la parola femminicidio – dice Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica -. Molta gente trova che sia esteticamente brutta. Forse. Però quella parola viene da un contesto preciso, dalla strage di Ciudad Juarez, in Messico: 500 ragazze rapite, violentate, torturate e uccise. Ecco perché la si usa per definire la lunga serie di omicidi di donne in Italia. Ma i giornali tendono a smorzare i toni. “Folle d’amore, uccide la compagna” – “L’ha uccisa perché non voleva perderla” – Folle per la gelosia…”. Tutti titoli che richiamano il raptus quando per lo più si tratta di omicidi pianificati e che magari prima hanno visto una violenza sistematica o la segregazione. Ma le parole sottendono una cultura. E l’Italia ha abolito il delitto d’onore nel 1981».

«Lo sviluppo delle società democratiche – afferma Luigi Manconi, sociologo – porta con sé la necessità di utilizzare parole non produttrici di disparità, sperequazioni, differenze, per chiamare tutti coloro che stanno all’interno del sistema di cittadinanza, che dev’essere inclusivo, non escludente». La ricetta è semplice, per don Vinicio Albanesi: «Se si conoscono le persone, allora le categorie non servono più. Se si ascoltano le loro storie, allora le parole per narrarle vengono naturali. Chi non riconosce nell’altro una creatura umana, è meglio che non scriva di sociale».

di Romina Gobbo 

Tratto da Famiglia Cristiana online del 22 aprile 2013