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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Vangelo e nuovi media

giugno 03, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

Cosa significa definire i social network come porte di verità, e quindi come luoghi attraverso i quali proseguire il cammino di evangelizzazione? Come interpretare lo spazio digitale e come viverlo pienamente? L’interpretazione che il messaggio suggerisce è l’unità nella differenza.

Vorrei iniziare questa riflessione con un’immagine ancora fresca nella memoria: quella della prima apparizione, sulla loggia di San Pietro, del neoeletto Papa Francesco, la sera del 13 marzo 2013. I suoi primi istanti sono stati all’insegna del silenzio: il silenzio della postura, senza gesti né movimenti. E il silenzio della voce, che poi avrebbe invece, di lì a poco, salutato la folla con un semplice e caldo: «Fratelli e sorelle, buonasera!». Un’apparizione seguita a due giorni di silenzio, dopo un conclave che tanti hanno definito anacronistico nell’era del “diritto all’informazione”, ma che ha saputo generare, proprio grazie al raccoglimento e al nascondimento, una scelta così profetica. E un’apparizione preceduta e accompagnata dal silenzio della folla, raccolta in trepidante e composta attesa, nonostante la pioggia.

All’insegna del silenzio Siamo abituati, da una cultura dei frammenti coesistenti e dell’esaltazione dell’istante, a pensare solo al presente. Le vicende degli ultimi tempi invece, dalla scelta di Benedetto XVI di passare il testimone fino all’elezione di Francesco, mostrano che niente accade a caso: che le cose possono succedere perché sono preparate e sperate, e che il filo dello spirito e della grazia tiene unite le tante facce della Chiesa e i diversi momenti della sua storia. Per questo legame invisibilema potente acquistano nuovo significato, capace di illuminare il presente, le vicende e le parole che hanno preceduto i nuovi accadimenti. In questa luce, per esempio, si comprende ancor meglio il valore del messaggio che Benedetto XVI aveva scritto lo scorso anno per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, dal titolo “Silenzio e parola: cammino di evangelizzazione”. È solo quando la parola scaturisce dal silenzio che può essere vera e toccare il cuore: «Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora […]; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato». Il silenzio è «uno spazio di ascolto reciproco » in cui «diventa possibile una relazione umana più piena ». Papa Benedetto XVI ce lo ha annunciato con parole precise; Papa Francesco ce ne ha mostrato la verità fin dal primo momento. In un contesto sovraccarico di sollecitazioni, «il silenzio è prezioso per favorire il necessario discernimento tra i tanti stimoli e le tante risposte che riceviamo, proprio per riconoscere e focalizzare le domande veramente importanti. […] La contemplazione silenziosa ci fa immergere nella sorgente dell’amore, che ci conduce verso il nostro prossimo, per sentire il suo dolore e offrire la luce di Cristo, il suo messaggio di vita, il suo dono di amore totale che salva». Ecco allora che Papa Francesco, venuto dal silenzio e presentatosi in silenzio, ci aiuta a recuperare, come si è visto fin dall’inizio, la profondità di parole e gesti che diventano veramente capaci di comunicare la verità che li ispira. E con una sorta di “panoramica” vorrei ora spostare l’attenzione sulla piazza di quella sera: una piazza piena di piccoli e luminosi schermi, di smartphone e tablets puntati sul balcone per vivere in modo ancora più pieno la presenza: non tanto attraverso la documentazione, ma grazie alla condivisione. Oggi, a differenza di quanto era accaduto nel 2005, quando il Web era ancora un’altra cosa, essere presenti significa condividere, come hanno dimostrato le centinaia di migliaia di messaggi e post scambiati attraverso i social network in tutto il mondo. D’altra parte, come ha poi affermato lo stesso Papa Francesco nel primo Angelus: «È bello incontrarci e salutarci in una piazza che grazie ai media ha le dimensioni del mondo». E anche per leggere questo presente nella chiave più favorevole all’umano la Chiesa mette a disposizione parole e immagini che, come le parabole di Gesù, ci aiutano a vedere la presenza di Dio nella nostra vita quotidiana, nei gesti e nei luoghi che ci sono più familiari. Non c’è dubbio che oggi, per le giovani generazioni, i luoghi più frequentati e familiari siano i social network. E altrettanto indubbio è l’atteggiamento di sospetto e diffidenza che gli adulti, immigrati digitali spesso refrattari a familiarizzare con la tecnologia, nutrono nei confronti di questi spazi, considerati inautentici e densi di rischi. Nel messaggio per la 47ª Giornata delle comunicazioni sociali che Benedetto XVI ci ha consegnato, ci viene offerta un’immagine, quella della porta, che può fare da guida per comprendere il significato dei social media e dunque viverli come luogo umanizzante, anziché come fonte di alienazione.

La metafora è semplice, e tuttavia densa Nel suo saggio I santi segni, Romano Guardini parlava proprio del “portale” e della sua capacità di comunicare insieme un’unione e una differenza, una discontinuità nella continuità. Il portale è un segno che «intende a qualcosa di più che non sia il soddisfacimento di un mero scopo: esso parla». Così come oggi, attualizzando l’immagine, i social media non possono essere visti semplicemente come strumenti in funzione di uno scopo. Essi, piuttosto, “dicono” qualcosa di bisogni autentici: incontro, relazione, vicinanza, condivisione, comunione. Dalla consapevolezza di questo significato non puramente strumentale, la raccomandazione di Guardini rispetto al portale: «Presta attenzione, quando lo varchi». La porta non è uno «strumento per passare», ma un luogo liminale. Non un confine chiuso (un limes, da cui limite) ma una soglia, un punto di accesso (da limen). La metafora della “porta”, usata per definire le reti sociali da Benedetto XVI, ci indica insieme un modo d’intendere lo spazio digitale e un modo di abitarlo: perché il Web non è un semplice strumento che va “usato”, ma un luogo di relazioni che va “abitato” e reso sempre più abitabile. Questo mutamento di prospettiva, che la rete sollecita, era emerso come necessario già a partire da “Testimoni digitali”, il convegno organizzato nel 2010 dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Cei. A distanza di tre anni – un’eternità se si pensa alla velocità dello sviluppo tecnologico – si può dire che molte intuizioni, allora ancora germinali, si sono rivelate giuste e hanno anticipato molti degli sviluppi dei nuovi media e del loro significato sociale: segno che la Chiesa, che è il luogo dell’incontro con Dio attraverso Gesù, e dunque luogo per eccellenza della comunicazione, è capace di cogliere i segni dei tempi in un modo non accessibile da altre prospettive. Cosa significa dunque definire i social network come porte di verità, e quindi come luoghi attraverso i quali proseguire il cammino di evangelizzazione? Come interpretare lo spazio digitale e come viverlo? L’interpretazione che il messaggio suggerisce è l’unità nella differenza, sulla base di un orientamento volto a valorizzare ciò che è pienamente umano. In un mondo in cui tende a prevalere un regime di equivalenze generalizzate e in cui tutto, alla fine, diventa questione di opinione e gusti personali, è opportuno affermare che le differenze ci sono. La realtà è fatta di tante stanze, tante case, tante città, tutte diverse. Ognuna di esse non è un universo a sé, autoreferenziale, separato o in competizione con gli altri, ma fa parte di un unico mondo. La realtà è una, benché variegata al suo interno. E non è “uguale” essere in uno spazio piuttosto che in un altro. Ogni luogo ha le sue regole e i suoi comportamenti appropriati, legati al suo significato, che va ascoltato. Il digitale dunque non è contrapposto o in competizione con la realtà materiale, né rappresenta per vocazione uno spazio di inautenticità; non più di quanto non lo sia qualunque contesto sociale (dovremmo, a questo riguardo, rileggere Pirandello). Noi siamo gli stessi, on-line e off-line. Per questo Benedetto XVI può affermare che «non ci dovrebbe essere mancanza di coerenza o di unità nell’espressione della nostra fede e nella nostra testimonianza del Vangelo nella realtà in cui siamo chiamati a vivere, sia essa fisica, sia essa digitale». La porta dice anche di una discontinuità che richiama la nostra attenzione sulle differenze tra gli spazi che essa unisce mentre separa: potremmo dire che la porta, in una cultura di immersività e immediatezza, ci invita ad essere riflessivi. Introdurre una discontinuità è un modo per interrogarsi sul significato, e vivere con più consapevolezza e anche con maggior pienezza i diversi spazi della nostra vita. Pensiamo a quanta attenzione e cura le diverse culture dedicano ai “riti della soglia”, per capire il valore antropologico di questo spazio liminale. E pensiamo con quanto rispetto, fiducia e raccoglimento ci si è trovati, nel giro di pochi giorni, per ben tre volte in piazza San Pietro (per la nomina, il primo Angelus e la messa di insediamento di Papa Francesco), con atteggiamento ben diverso da quello abitualmente svagato dei turisti. E pensiamo ancora a come gli smartphones sono diventati porte e finestre per allargare i confini di quella piazza e far giungere le parole del Papa in tutti gli angoli della terra, e la luce della speranza a tutti coloro che non potevano essere fisicamente presenti. Tanti spazi, tutti diversi e ciascuno con il proprio significato, e una vita sola. Questo è uno dei nuclei del messaggio di Benedetto XVI. Una vita – e questo è l’altro nucleo – che deve lasciare le porte aperte, non solo verso il “fuori’, ma anche verso l’alto. Se la rete è il luogo dove emergono tutte le domande e le preoccupazioni dell’essere umano oggi, non è però il luogo di tutte le risposte. Per abitare, dobbiamo restare aperti: «Dobbiamo confidare nel fatto che i fondamentali desideri dell’uomo di amare e di essere amato, di trovare significato e verità – che Dio stesso ha messo nel cuore dell’essere umano – mantengono anche le donne e gli uomini del nostro tempo sempre e comunque aperti a ciò che il beato cardinale Newman chiamava la “luce gentile” della fede». Senza questa disponibilità, ha ragione Guardini a scrivere: «A che ti giova che i portali alti si incurvino e i pesanti battenti si schiudano, se in te non s’apre alcuna porta e il Re della gloria non può entrare?».

don Domenico Pompili

Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali Nazionale della CEI