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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Quanto contano?

giugno 10, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Qual è il peso dei social network nelle dinamiche di mobilitazione sociale e politica, e di cambiamento? La risposta non può essere ovviamente univoca e non si può isolare il ruolo dei social media dal resto dei sistemi tradizionali e dalla società nel suo complesso.

I social network sono diventati oggetto di crescente attenzione, soprattutto in relazione alla loro capacità di mobilitazione politica, sociale, culturale e alla loro attitudine ad affermarsi come strumento di comunicazione alternativo, se non sostitutivo, dei media tradizionali. Si tratta di un destino che accomuna spesso i cosiddetti “nuovi media”, man mano che ciascuno di essi (anche la radio è stata un “nuovo medium”, negli anni Venti e Trenta…) ha fatto la sua comparsa sulla scena pubblica. Si tratta, altresì, di un destino curioso, che tende a fare oscillare il discorso fra i poli di un entusiasmo acritico, da un lato, e di un altrettanto acritico allarmismo, dall’altro lato.

Alcuni casi recenti. Possiamo ricordare almeno tre casi nei quali i social network hanno suscitato un’attenzione particolare da parte degli stessi media tradizionali e dell’opinione pubblica. 1) Il primo caso ha coinciso con l’elezione del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, nel 2008. Sulla scia di quanto già sperimentato, quattro anni prima, nel corso delle primarie del Partito democratico americano, dal candidato Howard Dean, Obama ha fatto ampio uso del Web 2.0 per costruire la propria campagna elettorale, e risultare alfine vincitore nelle elezioni contro il candidato repubblicano John McCain. 2) Il secondo caso è senz’altro rappresentato dalle rivoluzioni che hanno caratterizzato la cosiddetta “primavera araba” del 2011. Anche in questo caso il ruolo dei “nuovi media”, di Facebook, di Twitter, di YouTube e, in generale, del Web è stato particolarmente enfatizzato. Senza questi nuovi strumenti di comunicazione, che hanno consentito di mobilitare e organizzare le masse di giovani antigovernative in Tunisia e in Egitto (e poi negli altri Paesi islamici), il “regimechange” non sarebbe avvenuto. 3) Il terzo caso ci riporta in Italia, ed è recentissimo. La mobilitazione politica e il successo elettorale del Movimento 5 Stelle, capitanato da Beppe Grillo, nelle elezioni del febbraio 2013, si legherebbe strettamente all’opportuno e tattico uso che del Web hanno saputo fare i “grillini”. Naturalmente, questi tre casi sono estremamente differenti: stiamo infatti parlando dell’uso, soprattutto elettorale, del Web in un Paese a democrazia avanzata da parte di un outsider, che finisce però per imporsi al proprio partito (e poi al Paese), ridefinendone la leadership; della mobilitazione di massa in un quadro di rivolta nei confronti di regimi più o meno autoritari, più o meno in grado di controllare (e censurare) i media tradizionali; e, infine, del coagularsi di un moto di protesta nei confronti di partiti tradizionali da parte di un movimento che si propone di usare i nuovi media come strumenti di “democrazia diretta”, generata “dal basso”. In tutti questi casi, pur così differenti, ritroviamo, fra gli altri, almeno due elementi comuni. 1 Il primo, più banale, legato alla generazione di un “metadiscorso” sui media: in altre parole, i media tradizionali, i media mainstream (come i giornali o la televisione) si accorgono del “potere trasformativo” dei nuovi media, ne danno notizia e tendono a enfatizzarlo, a volte con qualche eccesso (di entusiasmo, appunto, o di allarmismo). 2 Il secondo elemento comune è rappresentato ovviamente dal ruolo stesso che il Web e i social network hanno effettivamente giocato in momenti importanti di cambiamento politico-sociale in differenti Paesi.

L’impatto dei nuovi media E dunque, di qui, gli interrogativi: che impatto hanno i social network nei fenomeni di mobilitazione sociale e politica? Come sono stati usati, e come possono essere usati? È vero che, pur in contesti così diversi, sono stati essenziali per il successo elettorale di Barack Obama, per l’affermazione delle “primavere arabe”, per la grande crescita di consensi nei confronti di Grillo e del suo movimento politico? Naturalmente il ruolo dei nuovi media e dei social network non è negabile, in tutti questi casi, ma dovrebbe forse essere letto entro un quadro interpretativo un po’ più articolato e complesso di quello che gli stessi media sono propensi a presentarci. Il quadro interpretativo più utile in questo caso è quello che non “isola” il ruolo dei social network dal resto del sistema dei media, e dalla società nel suo complesso, pretendendo di vedere in essi una supposta “causa” di cambiamento. I social media, e la loro portata trasformativa, va sempre inquadrata sullo sfondo di un sistema mediale articolato, caratterizzato da flussi di comunicazione che attraversano un ambiente sempre più globalizzato, digitale, e soprattutto “convergente”. Si tratta di un “nuovo ambiente” nel quale sono disponibili e sono operativi mezzi di comunicazione e di relazione vecchi (la televisione, la stampa tradizionale, la radio…) e nuovi (i social network, la Rete) che si sovrappongono, si ibridano, si rilanciano a vicenda in modalità spesso inattese. È senz’altro vero, come ha sintetizzato Henry Jenkins, il più citato studioso di fenomeni di “convergenza dei media”, che l’ambiente mediale contemporaneo è attraversato, come mai prima, da flussi di comunicazione diversi, per la loro origine. Vi sono flussi di comunicazione istituzionale (dall’alto al basso), che utilizzano per lo più (ma non solamente) i media tradizionali, ma che possono ricorrere anche ai nuovi media. Vi sono poi flussi di comunicazione che potremmo chiamare “diffusa”, che emergono dal basso, da non professionisti, che hanno talvolta l’opportunità di “conquistare” l’attenzione dei media tradizionali, e generare una messe di rifrazioni, diventando “notiziabili”. Tradizionalmente, in una storia che ha ormai un secolo e mezzo di vita, i media si sono sviluppati “specializzandosi” e “compartimentandosi”; quello contemporaneo è invece un sistema sempre più “connesso”, nel quale i flussi di comunicazione non solo hanno origini diverse, ma si rincalzano e si “rifrangono” da un mezzo all’altro, entro un modello che resta comunque “gerarchizzato” (soprattutto nel nostro Paese, la televisione resta senz’altro centrale dal punto di vista sociale, simbolico ed economico). Questo nuovo ambiente mediale “convergente” trasforma i due concetti di fondo che caratterizzano la comunicazione, ovvero quelli di “trasmissione” e di “costruzione di comunità”. La comunicazione, infatti, ha in primo luogo un senso “spaziale”, è “trasmissione”. È un messaggio, un “pacco postale” (se vogliamo adottare una metafora) che passa da un punto all’altro. La comunicazione moderna, dall’Ottocento in avanti, ha abbreviato le distanze, avvicinato i luoghi. Cosa significa, dunque, oggi “trasmettere un messaggio”, in un contesto caratterizzato dalla convergenza, ovvero da flussi comunicativi molteplici e sovrapposti e da un sistema dei media sempre più connesso? Qualunque messaggio, inevitabilmente, va a inserirsi in un ambiente denso di flussi di comunicazione di ogni tipo, istituzionale ma anche, e soprattutto, di comunicazione “diffusa”. Comunicare, oggi, significa confrontarsi con questa cultura “densa di comunicazione”, sempre pronta a discutere, a ri-contestualizzare, a volte a valorizzare, ma talvolta anche a fraintendere il messaggio originario. In questo contesto discorsivamente saturo, la comunicazione richiede probabilmente maggiore fatica: sappiamo come il pacco “parte”, ma non sappiamo esattamente come arriverà a destinazione, e che percorsi di senso farà. La comunicazione ha, in un secondo senso, il potere di “costruire comunità”. I media hanno tradizionalmente contribuito a generare e rinforzare l’appartenenza e la permanenza di una comunità nel tempo, con la loro capacità di generare rituali (la lettura del giornale era la preghiera moderna dell’uomo laico, secondo Hegel). Ma anche questa funzione “comunitaria” dei media viene a trasformarsi nell’ambiente convergente, in un complesso gioco che chiama, di nuovo, in causa flussi di comunicazione istituzionale e diffusa, e costruisce costellazioni di media fra loro connesse. I media diventano strumenti di condivisione (di messaggi, di forme di mobilitazione…) in modalità inedite, negli ambiti della cultura popolare (un programma televisivo viene frammentato, caricato su YouTube e condiviso attraverso Twitter e Facebook) così come in quelli della mobilitazione politica, come si è detto dal principio.

Uno sguardo ampio I media diventano strumenti di commento in forme nuove: una notizia diffusa dai media tradizionali (stampa o televisione) diventa oggetto di ampia discussione sui social network, e quest’ampia discussione diventa di nuovo oggetto di notizia (in queste settimane, ad esempio, ogni scelta politica dei parlamentari “a 5 stelle” è scrutinata e analizzata su blog e social network). I media diventano, infine, strumenti di passaparola in modi spesso imprevisti e imprevedibili. E dunque, che risposta dare alla domanda di fondo: qual è il peso dei social network nelle dinamiche di mobilitazione sociale e politica, e di cambiamento? La risposta non può essere ovviamente univoca e deve tenere in considerazione il più ampio contesto entro cui questo cambiamento avviene, siano gli Stati Uniti che chiudono, con Obama, il periodo post 11 settembre e affrontano le nuove sfide della crisi economica, i Paesi arabi alla ricerca di nuove forme di democrazia o l’Italia nel difficile passaggio dalla “seconda” alla “terza repubblica”. In forme diverse, in modi differenti, i social network si sono dimostrati potenti strumenti capaci, se non di produrre, quanto meno d’incanalare spinte di cambiamento e di mobilitazione. Ma l’azione dei social media non può mai essere analizzata isolatamente dal resto del sistema più generale dei media. Nel caso delle ultime elezioni politiche italiane, il Movimento di Beppe Grillo ha sì utilizzato tatticamente il Web per darsi una forma e per trovare canali di comunicazione alternativi, ma lo stesso Grillo, come un convitato di pietra, è stato forse più “presente” di tutti gli altri leader politici anche sul medium che continua a funzionare da agorà condivisa, la televisione. La strategia della sottrazione, il proporre solo forme di comunicazione unidirezionali attraverso il proprio blog (o i comizi), rifiutando forme più consolidate di comunicazione politica (i confronti e i talk televisivi) gli hanno guadagnato l’attenzione costante dei mezzi tradizionali e della tv. Insomma, i social network e il Web 2.0 sono nuovi, importanti strumenti da non sottovalutare, ma la loro azione può essere compresa solo alla luce di uno sguardo ampio, che colga le caratteristiche e le specificità di un ambiente mediale sempre più pervasivo, sempre più convergente.

di Massimo Scaglioni Università cattolica di Milano

Tratto dal Dossier che il mensile Vita Pastorale di maggio 2013, ha dedicato al messaggio per la 47esima GMCS.