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Adulti in svantaggio

giugno 11, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Non si tratta di scegliere tra i nuovi mezzi e la vecchia educazione. Se mai il problema è d’integrare i primi nella formazione che svolgono le comunità educative tradizionali. Ci vuole un impegno specifico, da parte degli educatori, che colleghi le due dimensioni comunicative.

È stata spesso denunziata l’incapacità delle grandi agenzie educative tradizionali – la famiglia, la scuola, la Chiesa – di assolvere, come un tempo, il loro delicato compito nei confronti dei giovani. Non c’è dubbio che questa crisi sia in gran parte dovuta alla perdita di credibilità degli adulti che, all’interno di tali agenzie, dovrebbero svolgere il ruolo di educatori. Ma non bisogna dimenticare un altro aspetto della questione, e cioè che oggi la formazione dei giovani dipende in larghissima misura da altre fonti, del tutto indipendenti da quelle ufficialmente abilitate e che, a differenza di esse, non rispondono a nessuno dei loro messaggi e degli effetti che questi producono.

Nuova dimensione educativa È stato l’avvento delle nuove tecnologie comunicative a creare questa nuova dimensione educativa, e ciò non è senza conseguenze. La prima è che non ci si può illudere di contrastarla. Ogni volta che nella storia si è tentato di bloccare un fenomeno determinato dal progresso tecnico, si è andati incontro a un sonoro fallimento. Si può regolarlo, non tornare indietro. Perciò è vano demonizzare i nuovi stili comunicativi, criticare i figli o gli alunni che stanno davanti al computer, sottolineare unilateralmente i pericoli di Internet. È attraverso questi mezzi, non contro di essi, che famiglia, scuola e Chiesa devono cercare di vincere l’odierna sfida educativa. Qui però viene fuori una seconda conseguenza dello stretto legame tra odierni stili educativi e nuovi mezzi tecnologici, ed è che gli adulti, cioè coloro che dovrebbero svolgere il ruolo di educatori, sono spesso in svantaggio, rispetto alle giovani generazioni, nella capacità di usare questi mezzi. Rispetto ai “nativi digitali”, che sembrano dotati di un’istintiva abilità, padri e madri, insegnanti, sacerdoti e catechisti, stentano quasi sempre a muoversi su Facebook, su Twitter o su YouTube. Molti ne restano del tutto tagliati fuori, magari ostentando, quasi con compiacimento, la propria estraneità nei loro confronti. Questo produce, dal punto di vista educativo, una situazione del tutto inedita. Fino a ieri, gli educatori, oltre ad essere i portatori di messaggi culturali, etici, spirituali, erano anche esperti nelle tecniche comunicative che servivano a trasmetterli. Sapevano usare la parola e la scrittura meglio dei loro figli e alunni, e il loro impegno era volto in pari misura a educare ai contenuti e alle forme. Oggi, in moltissimi casi, non è più così. La maggior parte degli adulti percepisce il mondo della Rete, con il suo linguaggio, come una terra straniera. Ciò comporta che, di fatto, ad accompagnare ed “educare” un ragazzo, una ragazza, in questo ambito, sono ormai i suoi coetanei, padroni degli strumenti e delle forme comunicative, ma carenti quanto ai contenuti. Si è creata, così, tra le generazioni, una nuova forma di estraniazione. Nel Sessantotto essa si esprimeva come contestazione. Oggi non più. Ma c’è da chiedersi se ciò sia davvero un vantaggio. Il conflitto è comunque un modo per restare in contatto. Quello che è subentrato, nel tempo di Internet, è piuttosto un distacco radicale. La Rete consente ai giovani di vivere un’altra vita, parallela a quella che si svolge nel mondo non virtuale, una vita protetta da «codici cifrati inaccessibili al mondo degli adulti» (M. Lombardo Pijola, Ho12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa, Bompiani 2007, Milano, p. 9). Mentre in famiglia i genitori devono, quando hanno il tempo e la voglia, strappare a fatica al figlio o alla figlia qualche laconica informazione sull’andamento della sua vita scolastica, affettiva, in genere relazionale, mentre a scuola vige spesso una comunicazione “ingessata” dai rispettivi ruoli di alunno e professore, così come del resto in Chiesa, dove il dialogo autentico non è meno carente (non a caso il primo distacco dalla pratica religiosa riguarda la confessione), questi ragazzi «nella piazza virtuale, su Internet, dove si espongono ogni giorno senza lo schermo del pudore […], rivelano la propria doppia vita, oltre lo schermo di omertà che oppongono agli adulti, così da restituirci personalità, abitudini, linguaggi quasi completamente sconosciuti ai genitori, agli insegnanti» (ivi, pp. 9-10). È questo dualismo che rende incontrollabile l’influenza educativa dei nuovi mezzi di comunicazione. Se si vuole seguire nei loro confronti la sola strategia ragionevole – che, come dicevamo prima, non è di demonizzarli, rimpiangendo i tempi andati, ma di valorizzare ciò che hanno di positivo –, bisogna accompagnare i giovani anche su questo terreno, diventandone esperti quel tanto che può bastare per individuarne sia le risorse che i pericoli e aiutando i propri figli e i propri alunni a saper utilizzare al meglio le prime e a smascherare i secondi.

Le opportunità E di risorse Facebook, Twitter, YouTube ne hanno tante!

1 Basta pensare all’immediatezza e all’universalità, per la prima volta coniugate insieme. Fino a un recentissimo passato, la reazione istantanea a una situazione restava rigorosamente confinata nella cerchia delle persone più vicine. L’allargamento a una sfera più ampia era affidata alla scrittura, ma al prezzo di un “raffreddamento” della comunicazione, come inevitabilmente accade se si scrive una lettera, un articolo o un libro. Oggi si può trasmettere un proprio stato d’animo, un pensiero, una fotografia, in tempo reale, a milioni di persone e così, in qualche modo, incidere, contare, anche in un ambito vastissimo, mantenendo la propria autenticità, anzi grazie ad essa.

2 Strettamente collegata a questa è l’altra potenzialità che riguarda la sfera propriamente relazionale. In un mondo minacciato dallo spettro della solitudine, è importante poter stringere rapporti con gli interlocutori più disparati, anche di aree geografiche lontanissime, facendoseli “amici”.

3 Un terzo aspetto molto importante è quello dell’aumento quasi illimitato di informazione. Prima bisognava condurre faticose ricerche nelle biblioteche, con un’enorme perdita di tempo e di energie. Su Internet, invece, se si è appena capaci di navigare, si trova tutto e con estrema rapidità. È evidente quanto ciò possa giovare all’attività di studio, che è quella fondamentale per moltissimi giovani.

I lati negativi Purtroppo a ciascuna di queste opportunità corrispondono dei risvolti oscuri che stanno avendo, per ora, il sopravvento. L’immediatezza e l’illimitata apertura del network diventano una scuola di spontaneismo e di spudoratezza che condiziona la personalità dei ragazzi anche nella vita reale. Qui essi imparano una “sincerità” che è spesso esibizione narcisistica dei propri stati d’animo, senza la mediazione di un’adeguata riflessione, e che si può anche tradurre in comportamenti trasgressivi e irresponsabili. In questo modo, certo, si assapora un inebriante senso di libertà. Ma è la libertà del vuoto, che finisce per inghiottire, nel gusto dell’espressività, il senso stesso dei messaggi che ci si scambiano. Appare legittimo, di fronte ad essa, l’interrogativo posto da un osservatore non certo sospetto di moralismo come Umberto Galimberti: «Con questa libertà totale […] non rischiamo di approdare semplicemente al messaggio reso dall’assenza di messaggio, quindi all’anti-parola, all’anti-senso, all’anti-discorso, all’anti- natura, all’anti-uomo?» (U. Galimberti, I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli 2008, Milano, p. 28). In questa autoreferenzialità, anche il senso del termine “amicizia” si svuota. In realtà non ci si conosce a vicenda, e il grande rischio è di confezionare, più forse a uso e consumo proprio che degli altri, una maschera corrispondente all’immagine illusoria che si coltiva di sé stessi, diffondendola come se fosse la propria effettiva identità. In questo modo si possono avere molti “amici”, ma nessun vero amico. E si può eludere la fatica di doversi rimettere in discussione a contatto con persone in carne e ossa che, standoci accanto, possono farci notare i nostri limiti. Infine, l’aumento d’informazione è un vantaggio se non sostituisce il pensiero autonomo. Lo studente che si serve di Internet per fare un semplice copia-incolla sarà alla fine molto più ignorante di quello che, una volta, faticosamente recuperava qualche notizia sui pochi libri a sua disposizione. Non solo: l’informazione non è ancora piena conoscenza se non c’è una riflessione sui dati e una loro articolazione. Oggi molti giovani sanno più cose di quanto non ne sapessero i loro coetanei di cinquant’anni fa, ma sono sempre più disabituati a fare una sintesi che dia senso a questi flash. Comprendiamo meglio, alla luce di queste poche osservazioni, come sia stato possibile che da un arricchimento delle opportunità comunicative sia derivata una crisi educativa. Ma non si tratta – lo abbiamo già chiarito – di scegliere tra i nuovi mezzi e la vecchia educazione. Se mai il problema è d’integrare i primi nella formazione che le comunità educative tradizionali svolgono. Come fu per la scrittura, che rappresentava una rivoluzione rispetto alla comunicazione orale: non fu utilizzata per sostituirla, ma per arricchirla. Per questo, però, è necessario uno specifico impegno, da parte degli educatori di queste comunità, che miri a collegare le due dimensioni comunicative. È andando in questa direzione che le famiglie, la scuola, la Chiesa, potranno recuperare la centralità educativa che hanno perduto.

Giuseppe Savagnone, editorialista e pubblicista

Tratto dal Dossier che il mensile Vita Pastorale di maggio 2013, ha dedicato al 47esimo messaggio per la GMCS.

Bibliografia Per le idee di fondo di questo articolo rimando ai miei libri, editi da ElleDiCi, Leumann- Torino: Il coraggio di educare. Costruire il dialogo educativo con le nuove generazioni, 2009 (insieme ad A. Briguglia); Educare oggi alle virtù, 2001; Educare nel tempo della post-modernità, 2013.