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Verso un Internet degli oggetti

giugno 17, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Il passaggio dal Web 1.0 al Web 3.0 espande la comunicazione tra persone e la compartecipazione delle tecnologie. Le tecniche consentono di realizzare la contemporaneità dell’interazione tra individui senza la prossimità fisica. Si va verso un’espansione delle potenzialità umane.

Quando, non molto tempo fa, per accedere al World Wide Web si doveva collegare il proprio computer a un modem analogico, attendere il segnale (amplificato anche sul piano acustico) e poi navigare (a bassissima velocità), era possibile cogliere, con una certa precisione, il significato di “connessione”. Il “salto” tra un livello di realtà (quello off-line) e l’altro (quello online) era segnalato proprio da una certa “macchinosità” procedurale, che accresceva la “separatezza” tra quei livelli; una volta “connessi”, il modo in cui si navigava in Internet appare, con gli occhi di oggi, piuttosto primitivo e limitato. Una prima ragione risiede nel fatto che i costi economici della connessione erano allora piuttosto elevati, tanto da “imporre” un utilizzo di Internet finalizzato e circoscritto nel tempo; ma la seconda, assai più rilevante, riguarda l’architettura stessa del Web e la natura dell’interazione uomo-macchina: le persone potevano leggere i contenuti, interpretarli, eventualmente scaricarli, mentre i personal computer decodificavano, sia in forma hardware che software, gli “input” e i comandi (ad esempio, il “click” sul “link”), senza alcuna possibilità d’interpretarne i significati. Sono questi, sebbene semplificati all’essenziale, i caratteri del Web 1.0: una ridotta interazione uomomacchina e possibilità assai limitate nell’interazione tra persone (ad esempio, tramite e-mail o tramite alcuni strumenti di team-working). Ma l’introduzione dell’ipertesto, cioè della consultazione non lineare delle informazioni presenti su Internet, e la possibilità di visualizzare contenuti multimediali, hanno già allora costituito una vera e propria rivoluzione nel modo di accedere alle risorse informative e di comunicare, modificando di conseguenza le forme e le dinamiche dell’apprendimento, i processi della socializzazione secondaria (e oggi, anche di quella primaria), e la natura delle relazioni interpersonali.

Comunicazione e compartecipazione Il passaggio dal Web 1.0 al Web 3.0 – transitando per il Web 2.0, che costituisce la fase evolutiva attuale della Rete – consiste proprio nell’estensione e nel continuo potenziamento di due dimensioni: la comunicazione tra persone e la “compartecipazione” – in tale comunicazione – delle tecnologie. Diversamente da quello che accadeva solo pochi anni fa, oggi siamo continuamente e costantemente connessi e raggiungibili: il “salto” procedurale tipico del modem analogico è scomparso, e la Rete è in graduale espansione, garantendo così alle persone una condizione di connessione permanente (ferma restando la presenza di una certa diseguaglianza nelle opportunità di accesso alla Rete e nell’utilizzo delle tecnologie ancora oggi presente nel nostro Paese, e nel mondo, fenomeno che gli studiosi descrivono come digital divide). L’evoluzione del Web costituisce un classico esempio di coesistenza tra processi d’induzione e processi di soddisfazione dei bisogni; da una parte, infatti, le tecnologie hanno consentito l’espansione delle possibilità comunicative delle persone, rendendo possibili cambiamenti significativi: l’avvento dei social network ha indotto la costruzione di nuove forme di aggregazione, socializzazione e apprendimento che modificano il ruolo dei gruppi sociali di riferimento tradizionali. Dall’altra hanno risposto a tendenze e processi già in atto: i processi di individualizzazione, descritti dagli osservatori più acuti delle società occidentali, come Giddens, Beck e Baumann, hanno trovato ulteriore veicolo di potenziamento proprio attraverso le tecnologie. È questa circolarità la chiave di lettura che ci consente di comprendere l’evoluzione recente e quella prossima del Web: da un certo punto di vista si tratta di una circolarità e di un’evoluzione che tende a ridurre, fino quasi a rendere incerta e inafferrabile, la distinzione tra i due livelli di realtà citati all’inizio, off-line e on-line. Se il Web 1.0 consentiva un accesso a Internet limitato alla fruizione di informazioni e a uno scambio comunicativo circoscritto tra individui (comunque di tipo diacronico, proprio come l’e-mail), il Web 2.0 introduce l’interazione sincronica in un duplice senso: quella tra individui e quella tra individui e macchine (devices) che, proprio per favorire la sincronicità della connessione e della raggiungibilità, devono potersi spostare con loro, cioè diventare mobile devices.

Dal Web 2.0 al Web 3.0 Il Web 2.0 costituisce l’amplificazione e l’espansione delle possibilità relazionali, rendendo possibile l’interazione di molti individui con molti altri qui ed ora. Le tecniche informatiche consentono di realizzare la contemporaneità dell’interazione tra individui, senza la prossimità fisica, che dunque diventa tout court prossimità relazionale. L’esplorazione degli altri, delle loro biografie e della loro vita quotidiana è sempre possibile (hic et nunc) e coincide con la possibilità, per gli altri, di esplorare le nostre. Il Web 2.0 è una immensa vetrina o un insieme di infiniti palcoscenici di reciprocazioni in cui vestire una maschera o giocare una parte – ma non da soli, ovviamente: abbiamo bisogno degli altri, da ascoltare e da osservare, per farci ascoltare e per farci osservare. L’introduzione dell’interazione, mediante l’evoluzione delle tecnologie informatiche, modifica anche i processi di produzione di conoscenza: se nel Web 1.0 la conoscenza archiviata in Rete era soltanto fruita (con processi di selezione ovviamente differenziati), nel Web 2.0 la conoscenza può essere finanche generata (e “validata”) collettivamente; la Rete non è più un contenitore, ma diviene essa stessa contenuto, possibilmente modificabile in un’impresa collettiva e libera – almeno sottratta il più possibile al dominio delle Internet companies. Le trasformazioni che il Web 2.0 ha indotto nelle nostre vite quotidiane sono di portata eccezionale, ma non tutte di segno positivo; Castells ha parlato di diffusione di una sorta di “autismo elettronico” e non di una vera e propria espansione di capacità comunicative, altri hanno sottolineato come l’utilizzo dei motori di ricerca riduca la profondità della riflessione, mentre la brutalizzazione del linguaggio (ad esempio quello usato nelle e-mail) segnalerebbe la sua perdita di ricchezza e il depotenziamento stesso dell’interazione. Non solo; l’interazione uomomacchina, per quanto favorita e promossa dalla portabilità, resterebbe pur sempre limitata dai limiti stessi della tecnologia, che si esprimono soprattutto nell’incapacità dei devices di “interpretare” quella stessa interazione. È proprio qui che si inserisce il dibattito attuale sui destini futuri del Web, già definito “Web 3.0”; sebbene ancora nessuno si sia esposto con una definizione anche soltanto genericamente condivisibile, gli osservatori, gli studiosi (e gli investitori) concordano sul fatto che l’evoluzione della Rete vada in direzione di un’ulteriore modificazione dei processi d’interazione tra persone, ma soprattutto tra persone e macchine, mediante la progettazione di devices e di meccanismi in grado di “interpretare” – cioè di dare un “senso” – all’interazione con le persone stesse. Come si capisce, il Web 3.0 costituisce la proiezione dell’intelligenza artificiale nella vita quotidiana, anzi la loro integrazione – raggiungibile in forme, modalità e tempi ovviamente variabili; ed è per questo che, secondo alcuni, il Web 3.0 rappresenta ancora una prospettiva assai remota. Ma l’aspetto forse più interessante in tutta questa vicenda è quello relativo alla coesistenza, nel Web attuale, di tutte e tre le sue forme evolutive, 1.0, 2.0 e 3.0, quest’ultima ovviamente ancora in nuce.

Verso il futuro In che cosa è possibile cogliere la presenza del Web 3.0? Innanzitutto, nelle tendenze della Rete a trasformarsi in un grande database d’informazioni, ma soprattutto di meta-informazioni interconnesse, cioè di “dati che descrivono dati” – metadati. Si tratta d’informazioni sull’uso delle informazioni, collegamenti semantici contenuti in vocabolari in costante espansione, che assegnano ai devices una capacità di ragionamento sempre più raffinata, proprio in virtù dell’autonoma capacità di “connettere significati”. Se poi in quei vocabolari si descrivono persone, le loro relazioni con altre persone, le loro caratteristiche e finanche “sensazioni”, “inclinazioni” e “abitudini”, allora è possibile immaginare e praticare gradualmente una connessione integrata tra realtà “fisica” e realtà virtuale, entrambe componenti di una realtà sociale dai contorni nuovi. Nel Web 3.0 l’interazione uomomacchina, in altri termini, non è circoscritta al personal computing, ma diviene integrata in un contesto di “oggetti” che elaborano costantemente informazioni, creando reti di significato e, mentre scambiano informazioni, producono nuovi dati, apprendono e praticano nuove connessioni, incrementando così il volume di contenuti disponibili. La domotica, solo per fare un esempio concreto, costituisce per un verso un progetto che risiede, per la gran parte delle persone, nell’ambito delle possibilità remote di gestione di alcuni aspetti della propria esistenza quotidiana, per l’altro solo una configurazione – e nemmeno la più avanzata – del ruolo delle tecnologie nelle dimensioni del vivere sociale. Quello che è chiaro fin da adesso è che il Web è e sarà sempre più immanente nella vita sociale, economica, culturale di ogni giorno, in quanto il proprio potenziamento (la capacità d’interpretare significati e finanche di esperire emozioni…) costituisce la condizione per l’espansione delle potenzialità umane, e viceversa; proprio in questa circolarità risiede il motore del cambiamento sociale e tecnologico del futuro ormai prossimo.

di Andrea Salvini docente di metodologia e tecniche della ricerca sociale presso il Dipartimento di scienze politiche, Università di Pisa.

Tratto dal mensile Vita Pastorale di maggio 2013