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Derrick De Kerckhove: «Non trasformiamo la Rete in una prigione»

giugno 22, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Il sociologo ed esperto di nuovi media parla dell’etica elettronica. Ancora da costruire. E avverte: «Il pericolo è che il web diventi un riflesso di noi stessi».

Il digitale ha cambiato la società. Ha cambiato l’uomo, o per lo meno – in parte – il suo modo di vedersi e di relazionarsi. Interagire ed essere sempre connessi con gli altri, prendere parte a discussioni in Rete sono ormai diventati atteggiamenti diffusi e consolidati.

Nella vita reale sono i fatti e le parole a influenzare le persone. Sul web, invece, questo ruolo spetta anche alle informazione. E, soprattutto al modo in cui vengono veicolate. Per questo il linguaggio è fondamentale e il modo in cui si comunica in Rete va osservato. Analizzato. E migliorato. Secondo parametri sociali, ma anche morali.

L’esistenza e l’applicazione dell’etica al web è diventata così uno dei principali terreni di scontro nell’acceso dibattito tra chi colpevolizza gli strumenti e chi addita gli utenti. In realtà non sono stati ancora individuati i principi e i criteri per gestire comportamenti e interazioni online e, in assenza di regole, l’uso delle nuove tecnologie è affidato al buonsenso e alla cultura delle singole persone.

L’IMPATTO DELLA TECNOLOGIA SUL LINGUAGGIO.

Derrick De Kerckhove, allievo di Marshall McLuhan, direttore del programma in Cultura e Tecnologia dell’Università di Toronto e docente di Sociologia della cultura digitale all’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha delle tesi precise sull’argomento.

Sostiene che l’etica «scaturisce dalle conseguenze dell’impatto della tecnologia sul linguaggio», e che sul piano etico «la vera sfida sia quella di una partecipazione al discorso globale su ciò che sia necessario fare, di un’assunzione di responsabilità».

Però si tratta di un’etica tutta nuova, che va cercata e – in alcuni casi – addirittura scoperta, come dice aLettera43.it De Kerchove, che spiega come le nuove tecnologie hanno cambiato l’uomo. Per sempre.

DOMANDA. L’impatto del digitale sull’etica è diventato ormai uno dei principali argomenti di dibattito.

RISPOSTA. Siamo in una situazione di profonda metamorfosi. Bisogna stabilire una nuova etica perché la società non può vivere senza. Le tecnologie digitali offrono l’occasione per creare una dimensione nuova e più democratica. Per questo, la reputazione in Rete è uno dei capitali più importanti da affrontare.

D. Ma anche uno dei più difficili.

R. Sì, perché si tratta di argomenti estremamente delicati. Addirittura fragili.

D. Gli strumenti a disposizione sono molteplici. E a volte non tutti uguali da gestire.

R.Twitter, per esempio, rappresenta il momento della maturazione attuale della Rete. Tra i social media, è quello che permette una connessione immediata con gli altri e uno scambio di opinioni senza filtri. La vera sfida, però, è sui motori di ricerca, perché in base al loro sviluppo si avranno grandi trasformazioni.

D. Che evoluzione prevede?

R. Il primo passo dei motori di ricerca è stato quello di dare un ordine e di categorizzare le informazioni. Il passo successivo sarà quello di trovare un tipo di aggregatore che possa unire il flusso di informazioni ma non si sa ancora quale sarà il modello di sviluppo.

D. Spesso gli utenti si fermano ai primi tre risultati della ricerca.

R. Un po’ come nella vita reale. Dipende da quanto affondo si vuole andare.

D. Cioè?

R. Io mi fermo sempre dopo le prime tre pagine. Il page ranking serve per una valutazione ma poi è compito delle persone approfondire le loro ricerche e questo sarà determinato dal loro interesse e dalla loro voglia di formarsi una cultura.

D. Quindi la formazione avrà ancora un compito rilevante nell’era digitale?

R. La cultura e l’arte sono fondamentali per comprendere le trasformazioni dell’uomo legate alla tecnologia. L’arte ha la funzione di educare la gente.

D. E cosa c’entra con Internet?

R. Anche il web ha la sua arte. I gioielli della cultura di internet sono le App i cui creatori sono come artisti.

D. Ognuno può dare spazio alla propria creatività.

R. Nella storia delle avanguardie, l’artista deve provocare uno choc per far reagire la gente e stimolare la società dalla pigrizia. Su Internet la funzione artistica è diversa: in Rete bisogna andare a trovare un proprio pubblico per avere risposte o semplicemente una zona di ispirazione per l’intelligenza umana.

D. Eppure l’istruzione non viene considerata una priorità.

R. L’università non ha dato spazio a questi temi ma è necessario comprendere come progredire. Senza studiare e analizzare questi cambiamenti, l’economia soffrirà. L’università è ancora troppo conservatrice, bisogna agire in modo più veloce.

D. Soprattutto in Italia.

R. L’Italia è paradossale. Non ha trovato il modo di interpretare il digitale, anche se poi tutti ne usufruiscono senza avere la consapevolezza e la preparazione necessarie. Il passaggio richiede impegno invece si continua a non investire le energie richieste per innovare.

D. Non pensa possa dipendere anche dall’approccio all’informazione?

R. L’interesse per la documentazione è rimasto invariato, così come l’attenzione per le informazioni di approfondimento. Ci sarà sempre spazio per il giornalismo di inchiesta insieme a forme di giornalismo partecipativo. Basti pensare a Wikipedia, nessuna enciclopedia cartacea può avere lo stesso grado di aggiornamento anche con link ipertestuali.

D. Avrà sempre più peso l’interazione degli individui con la Rete. Si prospetta una vita sempre connessa?

R. Quando inventarono il telegrafo, il contatto incominciò ad essere immediato anche se si trattava dei primi tentativi. Poi è stata la volta del telefono, fino ad arrivare ad Internet con la possibilità di una moltiplicazione di connessioni tra le persone. E, soprattutto, contenuti illimitati.

D. C’è qualcosa che bisogna evitare?

R. Come diceva McLuhan, più si sa su di te meno esisti. Secondo me, il pericolo è che la Rete diventi uno specchio di noi stessi. Può trasformarsi in una prigione, rinchiusi nell’immagine che ci siamo costruiti. Invece di essere uno strumento di apertura.

(di Maria Elena Viggiano), da Lettera43, del 15 Giugno 2013