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settembre 10, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

Fanno bella pure la guerra

Nel tritacarne mediatico sembra quasi di assistere a un film, mentre…

Mentre i quotidiani nazionali continuano a dedicare pagine e pagine alle sorti politico-giudiziarie di Silvio Berlusconi e alle previsioni sulla durata del governo Letta e sulle possibili alternative, i telegiornali delle principali reti generaliste e le emittenti televisive “all news” guardano alla Siria e battono quotidianamente il ritmo di un tam-tam di guerra che risulta giorno per giorno sempre più battente. E l’accorato appello di Papa Francesco affinché si alzi forte il grido della pace nel tritacarne mediatico diventa una delle tante notizie del giorno.

A livello di relazioni internazionali, non è bastato l’intervento del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon che ha stigmatizzato un’eventuale “azione militare avventata, che potrebbe causare serie e tragiche conseguenze e portare a ulteriori violenze settarie”. Del resto, per i notiziari televisivi è di maggior impatto parlare delle navi militari russe o americane in movimento e delle divisioni fra oppositori e sostenitori di un intervento militare, secondo quella logica delle tifoserie contrapposte ormai diventata un cliché.

Puntualmente i media tornano a usare i soliti stereotipi narrativi e concettuali per inquadrare l’intervento armato nella cornice dell’immaginario popolare, prestando spesso il fianco alla retorica bellica che i comandi militari utilizzano secondo i propri interessi specifici. Uno dei capisaldi di qualsiasi intervento militare è l’identificazione di una “giusta causa” che lo renda inevitabile. Nel caso della Siria, sono tornate ancora una volta al centro dell’attenzione le armi chimiche. La Gran Bretagna e gli Stati Uniti sarebbero in possesso di prove “inoppugnabili” sul loro utilizzo e questo dovrebbe convincere il mondo intero che non si può restare a guardare.

La retorica di guerra pretende che il nemico abbia una precisa identità: in questo caso, l’indice della comunità puntato con sempre maggior decisione verso il presidente Assad, facilmente identificabile in carne e ossa rispetto al più generico “esercito” o ai gruppi di ribelli che seminano morte e dolore tanto quanto i soldati in divisa. Qualunque precedente relazione con il “cattivo” da attaccare – dalla vendita di armi agli accordi commerciali – viene accuratamente nascosta e accoratamente negata, mentre si insiste sulle insopportabili condizioni di vita a cui la popolazione è costretta dal regime. Si polarizza nettamente la distinzione fra giusto e sbagliato, ragione e torto, vittime e carnefici.

Nell’imminenza dell’attacco scatta inesorabile il rituale ultimatum, scaduto il quale è implicita l’autorizzazione morale a dare avvio all’attacco contro i bersagli prescelti. Poi si passa al racconto per fasi successive (Fase1, Fase2, ecc.) nel tentativo di utilizzare la tv e gli altri media per convincere l’opinione pubblica che l’azione si svolgerà con coerenza e con ordine e che il corso degli eventi sul campo sarà sempre sotto stretto controllo dei generali.

Quando l’azione militare parte, al termine di ogni attacco vengono puntualmente diffusi rapporti che certificano la “missione compiuta”, a conferma che gli obiettivi militari sono stati centrati e che i bombardamenti “chirurgici” dei missili “intelligenti” hanno ammazzato soltanto i cattivi (quando, in realtà, nella stragrande maggioranza dei casi le vittime sono civili, soprattutto bambini e anziani).

Dal punto di vista mediatico – purtroppo – la guerra è fonte di emozione e la spettacolarizzazione a cui è soggetta attraverso le immagini attrae l’attenzione del pubblico. Per come viene raccontata, finisce per sembrare un film o la rappresentazione di una partita di Risiko. Purtroppo è una tragica realtà, insopportabile.

di Marco Deriu