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11esimo rapporto Censis sull’informazione in Italia

ottobre 12, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

IL RAPPORTO SI FOCALIZZA SUI PROCESSI DI COSTRUZIONE MULTIMEDIALE DELL’INFORMAZIONE PERSONALIZZATA, SULL’ARTICOLAZIONE DEI PROFILI DEGLI UTENTI DI INTERNET, SUI PRINCIPALI CAMBIAMENTI DELLA NOSTRA “DIGITAL LIFE” E SULLE NUOVE TENDENZE DELLA COMUNICAZIONE AZIENDALE

Gli under 30 protagonisti dell’evoluzione digitale, il 90% è online.

Il 90,4% dei giovani si connette a internet, l’84,4% tutti i giorni, il 73,9% per almeno un’ora al giorno, il 46,7% con il wifi. Per informarsi usano Facebook (il 71%), Google (65,2%) e YouTube (52,7%). Il 66,1% ha uno smartphone e il 60,9% scarica le app sul telefono o tablet. A dirlo è l’11° rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione presentato a Roma.

Il presidente dell’Ucsi, Andrea Melodia, in particolare ha sottolineato che “connessione si, ma occorre equlibrare il mito del palinsesto personale; imparare a valorizzare selezionate offerte lineari che propongono una gerarchia delle rilevanze, realizzata secondo criteri di professionalita’ in una logica orientata a servire il pubblico e non una idea. Una logica che non puo’ essere solo stratagemma comunicativo, deve diventare cultura aziendale.”

I consumi mediatici nel 2013: tv intramontabile, volano gli smartphone (li usano due terzi dei giovani). Quasi tutti gli italiani guardano la televisione (il 97,4%), con un rafforzamento però del pubblico delle nuove televisioni: +8,7% di utenza complessiva per le tv satellitari rispetto al 2012, +3,1% la web tv, +4,3% la mobile tv. E questi dati sono ancora più elevati tra i giovani: il 49,4% degli under 30 segue la web tv e l’8,3% la mobile tv.

Anche per la radio si conferma una larghissima diffusione di massa (l’utenza complessiva corrisponde all’82,9% degli italiani), nonostante la riduzione dell’uso dell’autoradio dipendente dalla diminuzione del traffico automobilistico (-1,5%), mentre l’ascolto per mezzo dei telefoni cellulari risulta in forte crescita (+5,4%). L’uso dei cellulari continua ad aumentare (+4,5%), soprattutto grazie agli smartphone sempre connessi in rete (+12,2% in un solo anno), la cui utenza è ormai arrivata al 39,9% degli italiani (e la percentuale sale al 66,1% tra gli under 30). Solo il 2,7% degli italiani utilizza l’e-reader, ma l’utenza del tablet è quasi raddoppiata in un anno, passando dal 7,8% al 13,9% della popolazione (e la percentuale arriva in questo caso al 20,6% tra i giovani). È quanto emerge dall’11° Rapporto del Censis sulla comunicazione.

Su Internet il 63,5% degli italiani, crescono ancora i social network. Gli utenti di internet, dopo il rapido incremento registrato negli ultimi anni, si assestano al 63,5% della popolazione (+1,4% rispetto a un anno fa). La percentuale sale nettamente nel caso dei giovani (90,4%), delle persone più istruite, diplomate o laureate (84,3%), e dei residenti nelle grandi città, con più di 500mila abitanti (83,5%). L’adsl è il tipo di connessione a internet al momento più diffuso: la utilizza il 62,9% degli internauti. Il wifi cresce notevolmente (40,9%, tra i giovani il 46,7%) e la connessione mobile ha ormai raggiunto una quota significativa (23,5%). Non si arresta l’espansione dei social network. È iscritto a Facebook il 69,8% delle persone che hanno accesso a internet (erano il 63,5% lo scorso anno), che corrispondono al 44,3% dell’intera popolazione e al 75,6% dei giovani. YouTube arriva al 61% di utilizzatori (pari al 38,7% della popolazione complessiva e al 68,2% dei giovani). E il 15,2% degli internauti (pari al 9,6% degli italiani) usa Twitter.

Ancora in affanno la carta stampata, ripresa dei libri. Nel 2013 i quotidiani registrano un calo di lettori del 2% (l’utenza complessiva si ferma al 43,5% degli italiani), -4,6% la free press (21,1% di lettori), -1,3% i settimanali (26,2%), stabili i mensili (19,4%). Stazionari anche i quotidiani online (+0,5%), in crescita gli altri portali web di informazione, che contano l’1,3% di lettori in più rispetto allo scorso anno, attestandosi a un’utenza complessiva del 34,3%. Buone notizie dal mondo dei libri, dopo la grave flessione dello scorso anno: +2,4% di lettori, benché gli italiani che hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno sono solo il 52,1% del totale. Gli e-book arrivano a un’utenza del 5,2% (+2,5%).

Incolmabili le distanze tra giovani e anziani. Enormi restano le distanze tra i consumi mediatici dei giovani e quelli degli anziani, con i primi saldamente posizionati sulla linea di frontiera dei new media e i secondi distaccati, in termini di quote di utenza, di decine di punti percentuali. Tra i giovani la quota di utenti della rete arriva al 90,4%, mentre è ferma al 21,1% tra gli anziani; il 75,6% dei primi è iscritto a Facebook, contro appena il 9,2% dei secondi; il 66,1% degli under 30 usa telefoni smartphone, ma lo fa solo il 6,8% degli over 65; i giovani che guardano la web tv (il 49,4%) sono diciotto volte di più degli anziani (il 2,7%); il 32,5% dei primi ascolta la radio attraverso il cellulare, contro solo l’1,7% dei secondi; e mentre il 20,6% dei giovani ha già un tablet, solo il 2,3% degli anziani lo usa. Caso opposto è quello dei quotidiani, per i quali l’utenza giovanile (22,9%) è ampiamente inferiore a quella degli ultrasessantacinquenni (52,3%).

La nostra digital life: cosa si fa in rete. La funzione di internet maggiormente utilizzata nella vita quotidiana è la ricerca di informazioni su aziende, prodotti, servizi (lo fa il 43,2% degli italiani), oppure di strade e località (42,7%). Segue l’ascolto della musica online (34,5%). Anche l’home banking ha preso piede nel nostro Paese: lo svolgimento di operazioni bancarie tramite il web è tra le attività svolte più frequentemente (30,8%). Fare acquisti (24,4%), telefonare attraverso internet tramite Skype o altri servizi voip (20,6%), guardare un film (20,2%), cercare lavoro (15,3%, ma la percentuale si impenna al 46,4% tra i disoccupati), prenotare un viaggio (15,1%) sono altre attività diffuse tra gli utenti di internet. Sbrigare pratiche con uffici amministrativi (14,4%) o prenotare una visita medica (9,7%) sono modalità ancora poco praticate dagli internauti, però in netta crescita rispetto agli anni passati.

La personalizzazione dei palinsesti informativi. Per informarsi, lo strumento condiviso da quasi tutti è il telegiornale: vi ricorre l’86,4% degli italiani (che erano già l’80,9% nel 2011), mentre calano sia i periodici (settimanali e mensili scendono dal 46,5% del 2011 al 29,6% del 2013), sia i quotidiani (quelli gratuiti hanno perso 16,6 punti percentuali in due anni, quelli a pagamento l’8,5%). A crescere nettamente sono invece i motori di ricerca su internet come Google (arrivati al 46,4% di utenza per informarsi nel 2013), Facebook (37,6%), le tv all news (35,3%) e YouTube (25,9%). Le app informative sugli smartphone praticamente raddoppiano, attestandosi al 14,4% di utenza, e Twitter passa dal 2,5% al 6,3%. Ma per i giovani under 30 il dato riferito ai telegiornali (75%) è ormai molto vicino a quello di Facebook (71%), Google (65,2%) e YouTube (52,7%).

L’11° rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione è promosso da 3 Italia, Mediaset, Mondadori, Rai e Telecom Italia. A presentarlo oggi a Roma presso la Sala delle Colonne della Camera dei Deputati sono stati Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, presidente e direttore generale del Censis. Hanno partecipato alla discussione dei dati Andrea Melodia, presidente dell’Ucsi, Vincenzo Novari, amministratore delegato di 3 Italia, Gina Nieri, consigliere d’amministrazione di Mediaset, Antonio Marano, vicedirettore generale per il Coordinamento dell’offerta televisiva della Rai, Giulio Anselmi, presidente della Fieg, e Angelo Marcello Cardani, presidente dell’Agcom.

TESTO PRESIDENTE UCSI MELODIA

Devo anzitutto riconfermare la gratitudine dell’Unione Cattolica Stampa Italiana verso il CENSIS e verso le aziende che continuano a sostenere queste ricerche nonostante le difficoltà contingenti. Il valore di queste indagini sta anche nella capacità di costruire un ponte tra il bisogno delle aziende di conoscere il loro pubblico, da una parte, e dall’altra la riflessione sociologica, antropologica, direi anche filosofica sui comportamenti, i bisogni, e i desideri dell’uomo, che nei loro cambiamenti accompagnano quella che ormai si delinea come forma di evoluzione della specie.

Aggiungo che dunque in questo paese, ancora scosso da rigidità ideologiche superate dalla storia, queste indagini sono un esempio significativo di una realtà che va accettata. Il mondo delle imprese da una parte, e quello della ricerca, forse dell’accademia, persino dell’associazionismo volontaristico dall’altra sono parti di una stessa realtà. Devono collaborare inevitabilmente se vogliono realizzare progetti complessi, sistemi capaci di creare progresso sostenibile. Per riuscire devono mantenere l’insieme delle loro funzioni, tra cui quelle di natura economica e quelle speculative, parallelamente orientate verso il bene comune. Dove si trovi il bene comune nessuno lo sa a priori con certezza; per trovarlo occorre discernimento, intelligenza magnanima liberamente applicata alla realtà delle cose. Mi pare che sia l’insegnamento di papa Francesco, e potrebbe essere questa la tensione che unisce tutti noi che svolgiamo funzioni tanto diverse.

Torniamo all’evoluzione digitale della specie. Tutte le volte che si usano espressioni radicali come questa c’è il rischio di una reazione di rifiuto.

Le tecnologie mediali vengono descritte ormai da più parti, e anche in questa ricerca, come “protesi del corpo”. Di fronte a una protesi, ci può essere un rischio di rigetto. In realtà il rigetto è abbastanza limitato ma ben visibile, è quello di chi non sa usare lo smartphone e che ha reazioni di panico quando si trova sul tavolo più di un telecomando. I giovani crescono con queste protesi e le gestiscono naturalmente, si stanno preparando al tempo in cui forse queste protesi saranno impiantate sotto la pelle. E questo è già sintomo di evoluzione della specie. Fin qui, l’evoluzione sembra non porre problemi: si acquisisce una capacità naturale di usare strumenti che tendono ad annullare limiti di tempo e di spazio e a mantenerci connessi perennemente.

I problemi nascono quando si sposta lo sguardo sui contenuti. Per un verso, nel nuovo ambiente digitale i contenuti acquistano nuova centralità, perché si spostano liberamente da uno strumento all’altro e mantengono vitalità nel tempo. Per un altro verso i contenuti sono aggrediti da nuovi caratteri negativi, di ordine sia quantitativo sia qualitativo (sono troppi, in teoria li potrebbero realizzare tutti, non sono controllati e professionali, si diffondono senza rispettare il copyright e la privacy, li si pretende gratuiti ma non lo sono, eccetera). Nella realtà i contenuti sono sì sempre più crossmediali, ma non per questo meno complessi da realizzare; e anche i contenitori che li preservano e diffondono sono sempre più diversificati e tecnologicamente avanzati. La interconnessione digitale c’è ma ha costi elevati e non è incontrastata. In questo momento è la informazione stampata a soffrire maggiormente.

Possiamo dire, con una battuta, che i nuovi contenuti sono creati e usati soprattutto dai giovani e pagati soprattutto dagli anziani. E questo non va bene perché la nostra evoluzione della specie, per realizzarsi in modo minimamente armonico, richiede un buon grado di coesione sociale e di solidarietà intergenerazionale. Quindi la transizione non può essere troppo squilibrata; certo sono i giovani a trainarla ma gli anziani non devono ostacolarla troppo, altrimenti per esempio l’Italia, paese in cui gli anziani hanno già tanto potere, resterà indietro ulteriormente.

Ancora una volta, sappiamo che la comunicazione degli anziani è monopolizzata dalla televisione generalista. Sappiamo anche, e la ricerca di quest’anno lo riconferma, che solo la televisione generalista, i cui contenuti raggiungono in linea o fuori linea tutta la popolazione, giovani compresi, è in grado di fare da ponte tra le generazioni. Dunque è alla TV generalista, cominciando dal servizio pubblico, che dobbiamo richiedere un grande sforzo per superare sia il gap digitale sia quello generazionale.

E c’è dell’altro. La televisione generalista e il servizio pubblico devono ridare piena credibilità al proprio prodotto, cominciando da quello informativo, e gestirlo transmedialmente per trasferire questa credibilità alla comunicazione digitale e ai suoi contenuti. Si può obbiettare che è stata proprio la televisione a mettere in crisi la credibilità di alcuni generi della comunicazione, a cominciare dalla informazione politica; non tanto con i telegiornali, quanto con la inflazione dei talk show “muscolari”. E’ vero, ma proprio per questo spetta alla televisione rimettere le cose a posto, perché nessun altro ha le energie sufficienti per farlo. Non certo la rete, che in sé dovrebbe essere neutra. E nemmeno Google o Facebook o Twitter; o, per meglio dire, non quello che queste piattaforme sono oggi. Ma potrebbero farlo trasformandosi, e lo farebbero – probabilmente lo faranno – in ottica sovranazionale, senza molti riguardi alle nostre specificità culturali e facendo ottimi affari. Ce lo saremo meritati.

Quanto alla politica, soprattutto in Italia la sua fragilità e la quasi sudditanza nei confronti dei media è sotto gli occhi di tutti. Deeve accorgersene anche la RAI, cogliendo il momento per gestire in autonomia la propria possibile rinascita e scrollarsi di dosso le ultime sudditanze partitiche, fatte di direzioni e di quadri lottizzati nelle testate, nelle reti e nelle redazioni regionali, sostenuti in parte dalla spinta inerziale di un sindacalismo benintenzionato ma non lungimirante.

Quando leggiamo che per molti giovani informarsi significa sempre meno acquisire conoscenze sugli avvenimenti del mondo e sempre più scambiarsi messaggi su eventi che riguardano la propria cerchia di conoscenze e le proprie attività particolari, dobbiamo preoccuparci. Perché sappiamo che non disporranno degli strumenti necessari a vivere liberamente: saranno vittime non del grande fratello ma del guru di turno, che avrà imparato a non privarli della libertà formale e a intrattenerli invece in uno sterile mix fatto di disimpegno al limite del qualunquismo, vacua indignazione e scelte irrazionali. Occorre riportare il ragionamento e l’impegno al centro della vita comunicazionale, anche nei grandi social network. Tendenze positive di questo genere sono già parzialmente visibili, bisogna dare loro impulso

La metafora della rete, ci ricorda ancora il CENSIS, racconta di un grande mare nel quale nuotano pesci che qualcuno vuole catturare. Se pensiamo che la realtà della rete ha pochissimi anni di vita ed è ancora in divenire, mi sembra poco utile attardarsi a cercare di capire chi siano i grandi pescatori di oggi o le specie più a rischio. In breve tutto potrebbe cambiare. Certo c’è, e sempre più ci sarà, una selezione darwiniana. I più forti, i più veloci, i più intelligenti sopravvivranno, gli altri no. E questo vale anche per il sistema-paese.

Mi pare molto interessante la notizia, forse più una sensazione che una certezza, che chi è più asservito alla logica della eterna connessione finisca per rifiutare la selezione dei contenuti, il giudizio di valore, fino a ridursi alla contemplazione solitaria di sé connesso. Significa che forme esasperate di connessione fanno perdere il rapporto con la realtà. Distruggono progressivamente la stessa comunicazione. Questa è una cosa che bisognerebbe cominciare a insegnare nelle scuole, ma senza rimpianti verso la tradizione, senza lasciarsi scappare che le immagini distruggono la razionalità e la parola, come forse molti insegnanti farebbero, vittime di una idea tradizionale e difensiva di cultura. Bisogna invece, anche qui, praticare il discernimento, distinguere tra quello che è il nuovo racconto sintetico della realtà e ciò che è mistificazione.

Dunque: connessione sì, ma equilibrare il mito del palinsesto personale; imparare a valorizzare selezionate offerte lineari che propongono una gerarchia delle rilevanze, realizzata secondo criteri di professionalità in una logica di impresa orientata a servire il pubblico, e non una idea. Una logica che non può essere solo strattagemma comunicativo, deve diventare cultura aziendale.

L’intrattenimento e il gioco, che anche per gli adulti sono parte essenziale della vita sociale, devono restare legati a un’ottica di servizio e non di rapina, anche da parte dello Stato. L’azzardo è spesso una patologia del gioco e la televisione non può permettersi di sdoganarlo come sta facendo.

Anche in quest’ottica detesto l’idea che la RAI inserisca bollini per distinguere ciò che è pagato dal canone e ciò che non lo è. Il servizio pubblico non è un genere ma un modo di essere di tutta l’offerta. Perché allora i TG delle TV commerciali non dovrebbero avere i bollini e non essere pagati dal canone?

Spetta ai media di massa, alle agenzie formative, alla politica, in definitiva a tutti noi fare in modo che il nostro paese affronti queste sfide. Forse per la prima volta nella storia certe trasformazioni antropologiche avvengono con rapidità tale da permettere, se non di governarle, almeno di cercare attraverso forme di pressione culturale di accompagnare il cambiamento. Compito tutt’altro che facile.

Almeno, con queste ricerche abbiamo messo a disposizione del paese una patrimonio di riflessione in progressivo divenire su questi fenomeni, corredato da una mole di dati analitici e di variabili temporali di grande significato. Oltretutto queste indagini attraversano in pieno i 10/12 anni che davvero hanno cambiato il mondo, che sono stati davvero di trasformazione epocale nel mondo della comunicazione. Credo che non si debba sottovalutare l’enorme potenzialità di conoscenze presenti e future che possono partire da qui.

Tratto da Ucsi.it