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Timore diffuso sulla riservatezza nel web. Il garante: serve cultura della privacy

ottobre 13, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Fonte: Radiovaticana.it dell’8/10/2013 

Timorosi dei rischi per la riservatezza che derivano da Internet e dai social network, ma poco attrezzati per affrontarli. È questo il ritratto degli italiani secondo l’ultima ricerca del Censis, dedicata al “Valore della privacy nell’epoca della personalizzazione dei media” e presentata ieri a Roma.

La tendenza alla condivisione vince sulla riservatezza, grazie anche ai social network e ai telefoni cellulari di ultima generazione, sempre in grado di connettersi alla Rete. Ma più di otto italiani su dieci, allo stesso tempo, su Internet vorrebbero non lasciare tracce per paura che i propri dati personali vengano diffusi. Vivono, insomma, in una condizione paradossale, che Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, illustra così:

“E’ quasi un’apprensione, che però non porta comportamenti conseguenti e cioè a una maggiore consapevolezza di cosa succeda nell’esporre la propria persona, i propri dati, la propria famiglia, le proprie fotografie in Rete… Il web è un grandissimo contenitore che in tempo reale e in modo diretto rende esplicite informazioni che in altri periodi sarebbero rimaste nella riservatezza e quindi non sarebbero così divulgati e condivisi in pubblico”.

Circa un italiano su tre ha avuto conseguenze negative inserendo dati personali on line: per lo più, si tratta di messaggi di posta elettronica da sconosciuti, o di pubblicità indesiderata, ma c’è chi per proteggersi sarebbe disposto anche a pagare. La privacy, in Italia,”vale” 590 milioni di euro all’anno: è la cifra che gli utenti di Internet spenderebbero, potenzialmente, per difendersi da intrusioni indesiderate. E in effetti, la grande disponibilità di dati in Rete espone anche a rischi. Li elenca ancora Giuseppe Roma:

“Ci sono i pericoli delle truffe, del furto d’identità, ma anche un pericolo di tipo valoriale: cioè, i miei comportamenti, le mie opinioni, le mie scelte, sia commerciali, di acquisto ma a quel punto, anche di vita, le mie opinioni politiche: c’è la possibilità che siano in qualche modo controllate e orientate. I messaggi – certamente di tipo commerciale, ma potrebbero essere anche di tipo politico-istituzionale, potrebbero essere di tipo culturale – potrebbero essere indirizzati più in profondità, conoscendo i gusti e le propensioni di ciascuno”.

Più del 53% dei cittadini, di conseguenza, vorrebbe una normativa sulla privacy più severa e sanzioni efficaci per quanto riguarda Internet. Su come difendere la propria riservatezza oggi, ascoltiamo Antonello Soro, presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali:

“E’ un impegno massiccio che naturalmente richiede un cambiamento di atteggiamento da parte della comunità delle persone che utilizzano gli strumenti della società digitale. Ma occorre anche che gli Stati si facciano carico di un corso di governo: non possiamo immaginare che la libertà di Internet venga sacrificata per le esigenze di controllo dei governi, ma occorre avvertire che anche il cambiamento digitale può costituire una minaccia. Si vince questa minaccia se si ha una cultura della privacy, che vuol dire una cultura della libertà nella società digitale”.

Le istituzioni e i singoli devono dunque muoversi in parallelo, conclude Soro:

“Non si può delegare esclusivamente allo Stato la protezione dei dati personali: gli Stati devono fare la loro parte, ma è fondamentale un processo di consapevolezza individuale che porti a un uso responsabile di questi strumenti”.