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Il mito dei nativi digitali

dicembre 22, 2013 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

di Alessandro D’Avena

Quando un aspetto della realtà emerge in modo inedito, sorprendente e anche doloroso, ci mancano le parole per de-finirlo, cioè dargli confini. Farlo ci aiuta a identificare il mostro e a confinarlo in un territorio circoscritto e meno pauroso. La definizione «nativi digitali» è uno di quei neologismi fortunati per confinare un mostro di ben altra entità. Confinato il mostro nel recinto tecnologico ci sembra di poterlo gestire meglio o quanto meno di non subirne l’ombra minacciosa. Ma andiamo con ordine. «Nativi digitali» è efficace metafora che indica coloro che sono nati in uno spazio (il nativo è l’aborigeno, l’autoctono) fatto di tecnologia digitale, rispetto a coloro che vi arrivano provenendo da un altro spazio: coloni, immigranti. L’altra faccia del nativo digitale è quindi il «colono digitale» che sbarca nell’isola del nativo e ne rimane abbagliato e confuso allo stesso tempo. La generazione dei nativi digitali infatti provoca sudori freddi a quella dei coloni, quelli che, come me, si sono ritrovati ad usare una tecnologia nuova evi si sono (nel mio caso più che volentieri) adattati. Ma la consuetudine che ho con i nativi digitali mi ha fatto capire che si tratta di un mito, una narrazione con cui nascondiamo un altro mostro. Lo dico perché i nativi mi sembrano tanto imbranati quanto la generazione precedente. Nell’uso generico di smartphone, social, pc sono rapidissimi, ma in fin dei conti raggiungono un livello simile a quello di un adulto. Ma quando si tratta di operazioni più complesse chiedono aiuto. I cosiddetti smanettoni sono l’eccezione che conferma la regola, ieri come oggi. Insomma il nativo digitale non ha un cervello nuovo o diverso da quello degli adolescenti della mia generazione. E la scienza lo conferma. L’inventore del termine non è uno scienziato ma (c’era da aspettarselo) uno sviluppatore di videogiochi. Si chiama Marc Prensky e nel 2001 si è inventato il nesso «digital natives, digital immigrants» riferendosi a chi impara a parlare una lingua sin da bambino, un madrelingua digitale, per distinguerlo da chi ne ha appreso l’uso in modo non naturale. Secondo Prensky questa lingua madre digitale ha modificato il cervello dei nativi, che apprendono in modo diverso dai loro predecessori, motivo per cui la scuola non tecnologica e digitale risulta loro incomprensibile e noiosa. Una semplificazione che chi sta a scuola sa di non poter accettare. Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: «ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi». Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema. Ha inoltre fatto salire sul carro(zzone) della scuola i profeti della tecnologia, convinti che lavagne elettroniche e tablet avrebbero risvegliato i cervelli addormentati dal professore analogico (che in dotazione ha solo «la parola»). Invece non siamo di fronte ad un nuovo tipo di homo sapiens, non c’è una generazione diversa dalle precedenti, né una mutazione genetica. L’unica differenza che è stata scientificamente dimostrata non è tra nativi e coloni, ma tra utilizzatori e non utilizzatori degli strumenti. Il cervello si specializza in breve tempo grazie ad azioni ripetute, ma questo, in relazione alla tecnologia, si dà ad ogni età e non solo nei giovanissimi. La plasticità del cervello è ben altra cosa da una mutazione genetica. Consiglio la lettura del libro «Neurodidattica» di Pier Cesare Rivoltella uscito nel 2012. Proprio Rivoltella parla di neuromitologia. Non c’è un solo studio scientifico che dimostri che il cervello dei ragazzi sia mutato, anzi gli studi operati per verificare hanno dimostrato il contrario: il cervello non muta in una generazione; le tecnologie attivano aree cerebrali che ognuno di noi attiva quando realizza compiti diversi dall’abituale (come imparare una lingua nuova) e che quindi sono attivazioni di scopo e non mutazioni strutturali; le tecnologie non determinano la motivazione che manca allo studente per ben altri motivi. Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo. La velocità è una delle cause della «crisi dell’esperienza». Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva. Non è ridurre la Divina Commedia in tweet da 140 caratteri inviati da Dante Alighieri a renderla interessante per un sedicenne. La tecnologia senz’altro ci potrà affiancare ed aiutare a raggiungere quella che erroneamente chiamiamo «attenzione» dei ragazzi, ma che in realtà non è altro che il loro «stato di veglia». L’attenzione è già «tenuta», è già «memoria», non è «rivolgere lo sguardo a me che parlo». Io durante una conferenza sono attentissimo mentre disegno ghirigori sul mio quaderno e così tanti ragazzi. Quindi la tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quello che è sempre stato: un grande alleato per afferrare lo stato di veglia e incanalarki verso l’attenzione. Ma l’attenzione resta compito nostro, compito degli insegnanti e degli educatori, dotati della tecnologia eterna della «parola». 11 mostro è un altro, meno consolante dell’aborigeno tecnologico. Il mostro è la nostra mancanza di disponibilità ad ascoltare, a dedicare tempo di qualità, a frenare la rapidità dei nostri impegni di lavoro, a fare una passeggiata calma, a giocare con i bambini e leggere loro storie, a dialogare con i ragazzi come si fa in tanti sistemi scolastici esteri in incontri (con test di auto-valutazione) programmati e regolari (che noi invece dedichiamo solo a genitori pieni di «buona» volontà). La scuola è soggetta a tagli di ogni tipo e quando sento di finanziamenti per strumenti tecnologici mi rattristo. Non per gli strumenti che uso in modo pervasivo per afferrare lo stato di veglia dei ragazzi, ma perché quei soldi servirebbero di più a pagare un bravo docente che può così permettersi di rimanere a scuola nel pomeriggio e dedicare tempo a colloqui e approfondimenti con gli studenti, invece di esser costretto a dare ripetizioni in nero. La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata da quella del docente. In assenza di motivazione del docente non si attiva quella dello studente e non c’è dispositivo che possa fare miracoli. Ma noi pur di non guardare in faccia il mostro, chiediamo miracoli al dio scintillante della tecnica.

Fonte: La Stampa.it