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Scrivere male, scrivere niente: quanto è brutto il web

gennaio 03, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

C’è un livello di dignità che la sopravvivenza del giornalismo online non dovrebbe comunque mettere in discussione.

In un solo giorno ho contato ventidue choc, diciotto hot, dodici “guarda qui!”, sei superhot, e perfino due proibitissimo. Sono le parole preferite dal giornalismo sul web, quelle con cui i siti nazionali e locali di informazione, che generalmente tengo d’occhio, hanno accompagnato, nel mio giorno di appostamento, articoletti scialbi di cronachine di paese, gossip d’accatto, nudi femminili, topless caraibici, video di incidenti stradali, e perfino un appetitoso filmato sul beach volley femminile ripreso da dietro, e messo nella sezione sport.

Siti importanti di giornali blasonati, e pagine web di notiziari locali: poca differenza dall’alto verso il basso. La spazzatura sembra essere il loro amo: si avventano sulle home dei social network con link accattivanti, titoli fuorvianti, foto provocanti sperando di trascinare quante più persone sulle loro pagine web, a caccia di quel clic che porta il centesimo di euro, alla ricerca sfrenata di quel transito che poi gli fa dire “un milione di lettori”, “due milioni di visite”, “tre milioni di sguardi”.

Mi chiedo cosa c’entri tutto questo con il giornalismo.

Appartengo alla generazione dei troppo vecchi per essere nativi digitali e dei troppo giovani per non stare al passo. Ho battuto i miei primi articoli, a diciotto anni, sulla macchina da scrivere ma dopo poco tempo senza grossi patemi l’ho mandata in soffitta e ho cominciato a smanettare wordstar, poi word, poi l’accesso remoto con suoni psichedelici che ti facevano mandare il pezzo al giornale col portatile che era una valigia, poi la mail, il web, i blog, i social, i tablet, gli smartphone.

Penso di aver attraversato tutto questo tempo come si fa con la maturità: mezzo occhio indietro, uno e mezzo sulla strada. Non è, quindi, la nostalgia né l’idea vecchiarda che ieri era sempre meglio, a farmi salire un lieve disgusto per quello che sempre più spesso leggo.

È, piuttosto, la tristezza di vedere un mestiere che amo scendere sotto il livello di dignità.

Non ne posso più di leggere articoletti sgrammaticati, titoli sventrati da refusi, brevi senza notizie, colonnine di destra con donnine al sole senza costume, la Marcuzzi su instagram il cui “seno prorompente” non entra nel costume, Belen col marmocchio sulle ginocchia, il video esclusivo dell’incidente drammatico, il titolo acchiappallocchi dove il morto non è morto. E poi, sul locale, tutte le cronache sono choc, tutte le notizie sono esclusive, tutti i toni sono gridati, ma vai a leggere i pezzi e trovi sciatteria, pettegolezzi, si dice, pare che, rumors, forse ma, oppure scariche di opinioni senza una notizia, lisciate di pelo allo stomaco acido della gente, e, al più qualche news di agenzia, che prima leggevano solo gli addetti ai lavori, e che oggi rimescolata viene spacciata da chiunque come unica.

Possibile che debba finire così la grande avventura del giornalismo sul web?

Sono tra quelli che, quando la Rete ha cominciato a crescere, ha sperato. Nuovi spazi, aperture, nuovi strumenti, più aria. Mi affascinava il linguaggio da innovare, confidavo nello svecchiamento del mestiere, e anche in un superamento di barriere a volte sclerotiche, altre clientelari-nepotistiche, all’ingresso nel mondo dell’informazione. Mi dicevo: ci sarà più meritocrazia, meno costi, più spazi, più concorrenza, più qualità, resterà indietro chi non lavora su di sé, chi non si aggiorna, chi non è duttile, chi non tiene il passo.

Invece, no. Non sta succedendo questo. Il livello generale mi sembra paurosamente in discesa. La rincorsa al clic, ai visitatori, da cui poi dovrebbe discendere la pubblicità (ma è davvero così?) o la cruda contabilità degli adsense sta facendo crescere l’improvvisazione, la mediocrità, la furbizia, e sta facendo perdere di vista, a tutto il sistema, la sua strada.

Le notizie sembrano avere sempre meno spazio, in luogo della prurigine. Cresce, invece, l’enfasi, la smania di arrivare per primi, anche a costo di scrivere male, scrivere niente, massacrare le parole e cancellare i contenuti.

I giornali sul web, come per altri versi, su altri fronti, la tv, il cinema, l’editoria, sembrano aver smarrito la loro funzione civile, che non è solo fare soldi, non è solo essere industria, alimentare mercati, raccattare centesimi, ma è farlo (i ricavi ci vogliono, non si cammina ad aria) senza smarrire il senso, raccogliendo pubblico senza blandirlo, conquistarlo ma, al tempo stesso, farlo crescere.

Fuori da questo obiettivo, non c’è significato. E il web lo sta smarrendo. Riuscirà a tirarsi fuori da questa secca triste da grande magazzino?

di Antonio Menna

Fonte:http://www.bloglive.it