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Fuga dalle regole per i giganti del web

gennaio 11, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

Non c’è solo la “web tax“, fra le disposizioni scomode che i giganti della rete sono riusciti a schivare o, almeno, a rimandare. Nel silenzio dell’opinione pubblica e della maggior parte dei media, i nuovi padroni del web stanno per evitare alcune norme forse ancora più pericolose per il loro business: quelle che li obbligano a rispettare la privacy dei cittadini del Vecchio Continente.

Fin dal gennaio 2012 è stata presentata una proposta della Commissione europea che mira ad aggiornare e uniformare la normativa sulla protezione dei dati negli Stati membri. Ed un articolo in particolare assoggetta esplicitamente ad essa anche le imprese che, pur non avendo sede nel territorio Ue, utilizzano i dati dei cittadini europei per offrire loro beni o servizi o ne controllano il comportamento sulla rete. Esattamente quanto fanno Google, Facebook, Amazon, e gli altri giganti USA.

Da allora il Parlamento ed il Consiglio UE sono impegnati in una lunghissima discussione che sembrava finalmente arrivata ad un punto di svolta quando, lo scorso ottobre, l’assemblea di Strasburgo ha superato gli oltre tremila emendamenti che incombevano sul progetto di regolamento ed ha approvato un testo condiviso. Nel Consiglio la discussione si è invece impantanata fra egoismi nazionali e pressioni lobbistiche: così, dall’ultimo vertice dei capi di Stato e di Governo, pur di fronte alla pressione esercitata dall’esigenza di dare una riposta agli scandali del Datagate, sono venuti solo buoni propositi per un futuro lontano.

Risultato? La legislatura europea sta per terminare e quasi due anni di lavori rischiano di produrre un nulla di fatto. Risultato ulteriore? I nuovi signori della rete oltre a godere di una sostanziosi sconti sulle imposte per le attività svolte nel nostro e negli altri paesi europei, come è stato evidenziato nella discussione sulla web tax in queste pagine potranno anche continuare a raccogliere in modo indisturbato i dati degli utenti e trasformarli in business.

Sono infatti proprio i dati che ogni giorno tutti noi -in cambio dei loro invero utilissimi servizi riversiamo generosamente nei server di questi giganti ad alimentare i loro profitti e le loro quotazioni in Borsa. Attraverso essi, la loro pubblicità diventa sempre più mirata, e quindi vale di più: sapendo cosa cerchiamo sui motori di ricerca, con quali persone parliamo, quali interessi dichiariamo sui social network, possono profilarci e indirizzare su di noi la pubblicità relativa agli oggetti ed ai servizi che maggiormente ci interessano, incrementando gli acquisti ed i loro profitti.

Tutto ciò, in concorrenza con le imprese italiane ed europee, che naturalmente sono tenute ad un maggiore rispetto per la nostra vita privata. Occorre infatti sempre tenere presente che come ha anche dimostrato una recente ricerca dell’università di Cambridge dai vari “like” con cui diciamo che ci è piaciuto un film, una canzone o un post, è possibile ricavare con percentuali di successo intorno al novanta per cento le nostre idee politiche, l’appartenenza religiosa e le preferenze sessuali. Tutto ciò, senza che ce ne rendiamo conto o lo vogliamo.

Ecco quindi un’altra faccia della concorrenza alla quale sono oggi sottoposte le nostre imprese: non solo i grandi operatori del web pagano le imposte con aliquote inferiori, grazie alla facilità con cui delocalizzano le proprie attività verso paesi fiscalmente più compiacenti; ma possono alimentare il loro vero capitale, costituito dal patrimonio informativo, con regole molto meno rispettose dei diritti individuali ed utilizzare tale possibilità per rendere ancora più appetibile la propria pubblicità.

Occorre dunque che i Governi reagiscano e superino la loro inconcludenza, approvando almeno le disposizioni sulle quali è stato raggiunto un accordo, ed in particolare quella che applica le stesse regole a chiunque usa i dati dei cittadini europei, indipendentemente da dove abbia scelto di fissare la propria sede legale. È ora che finalmente si comprenda il valore politico, economico e strategico che sta dietro la battaglia per la revisione del quadro normativo sulla protezione dei dati dell’Unione europea: non solo la doverosa difesa del modello europeo di tutela dei diritti fondamentali (che, ad esempio, non consente la creazione a casa nostra di organismi incaricati di controlli generalizzati sui cittadini quali quelli operati dalla National Security Agency statunitense); ma anche la altrettanto necessaria difesa delle imprese europee di fronte ad una concorrenza altrimenti invincibile.

Non farlo, equivale di fatto a spingere le nostre imprese a localizzare altrove le proprie attività, impoverendo ancora la nostra economia, riducendo ulteriormente posti di lavoro e introiti fiscali. Non farlo subito, significa regalare tempo e ulteriori vantaggi competitivi a soggetti che già si avviano a dominare il mercato della pubblicità e -in prospettiva dei media. E che, anche in virtù di questo, riescono ad esercitare una pressione ogni giorno più forte sui nostri regolatori. È una sfida che non possiamo permetterci di perdere, ed anche un utile termometro sullo stato di salute della nostra democrazia, in l’Italia e in Europa.

di Giuseppe Busia

Fonte: Huffington Post.it