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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Incontrarsi in rete

gennaio 29, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Cultura dell'incontro − No Comments

Quest’oggi il Papa ha fatto un mirabile discorso sulla comunicazione in Rete, che mi ha profondamente interrogato e mi ha portato ad un serio esame di coscienza che voglio condividere con voi.

Ci sono diverse idee importanti, che meritano di essere sottolineate. La prima mi sembra questa: “è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee”. Non di rado ho avuto anche io questa sensazione: i social network non sono poi tanto social.

Questo accade perché nessuno può gestire l’immensa mole di informazioni che ci arriva dalla rete e quindi tendiamo inconsciamente a chiuderci in atteggiamento difensivo nel giro ristretto di quelle persone che conosciamo meglio, e di cui ci fidiamo. Tanto più che i network tendono a facilitare questo processo, tramite algoritmi che presentano alla tua attenzione solo quello che incontrerà i tuoi gusti. A lungo andare questo fa sì che impariamo solo ciò che sappiamo già e conosciamo solo chi già abbiamo conosciuto.

Per noi cattolici però questo è un rischio mortale, intanto perché è l’esatto contrario di ciò che ci raccomanda il Papa, che invece ci invita continuamente ad andare verso le periferie, e poi perché equivale a chiudersi in una sacrestia e parlare solo tra noi e batterci le mani a vicenda. Il fatto che le pareti di questa sacrestia siano solo virtuali non cambia nulla, sempre di ambienti chiusi si tratta.

Ovviamente tutti corrono questo rischio, anche quelli a cui vorremmo rivolgerci, quelli che si percepiscono come membri di un altro clan. Stabilire il contatto quindi diventa ancora più difficile, perché per andare incontro all’altro bisogna superare una barriera, vincere una resistenza e non di rado questo tentativo viene visto come un’aggressione: “come ti permetti di venire qui a pontificare?” sembrano dirci, dove per “qui” intendono “nel mio circolo di amici che sono tutti come me, la pensano come me e quindi non mi sfidano, non mi interrogano, non mi fanno domande…” tu invece che pretendi di vedere le cose in un altro modo sei visto come un marziano, come un intruso da espellere al più presto.

Per di più questo raggrupparsi in clan fa sì che ognuno abbia una visione distorta del pensiero dell’altro, che parte da una precomprensione di gruppo, in base al noto principio per cui essere amici significa avere dei nemici comuni. Accade così che spontaneamente si esaltano le differenze anziché cercare le consonanze, fino all’assurdo spettacolo presentato da gruppi di cattolici che se le danno di santa ragione per difendere punti che a loro sembrano essenziali, ma nella realtà sono differenze trascurabili, questioni di mero dettaglio.

Devo sempre ricordarmi che “Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero.”

Devo cioè sforzarmi di trasformare ogni incontro virtuale in un incontro personale, non necessariamente IRL (in Real Life), ma comunque sempre autentico, perché “solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore.”

Questo coinvolgimento personale richiede tempo, silenzio e pazienza: “dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. (…) tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi”.

Dobbiamo cioè riuscire a sfuggire alla trappola della reattività immediata, tipica della Rete. Non cambia nulla se mi prendo un minuto di più per postare il mio messaggio decisivo, salvo che forse eviterò di scrivere una sciocchezza e ferire qualcuno, anche involontariamente.

Se la sfida è quella di vedere la Rete non solo come una rete di impulsi, ma come una rete di persone, allora io per primo devo imparare a guardare alle persone dietro i bit.

C’è un cuore che muove le dita che battono sulla tastiera, quello devo raggiungere e da quello devo farmi raggiungere. Se questa comunicazione “cordiale” non passa io ho fallito il mio obbiettivo, sia come evangelizzatore che come uomo, anche se ho detto cose oggettivamente bellissime ed estremamente ragionevoli.

“La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi,” scrive il Papa (citando Benedetto XVI), “ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana». In altre parole anche in rete il proselitismo non serve a niente, se non ad inasprire gli animi e marcare ulteriormente le distanze, solo un dialogo sincero a partire dalle comuni istanze umane ha qualche possibilità di evangelizzare.

Insomma la mia presenza in rete deve esprimere tenerezza. Secondo la parabola del buon samaritano, genialmente applicata dal Papa a questo contesto, le mie parole devono riuscire ad essere olio che lenisce le sofferenze e vino che mette allegria.

dal blog di don Fabio Bartoli http://lafontanadelvillaggio2.wordpress.com/