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Tecla Merlo: mille vite per il Vangelo

febbraio 01, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Nella panoramica dedicata alle donne, questa volta mi soffermo sulla figura di Tecla Merlo, prima Madre Generale delle Figlie di San Paolo fondate ad Alba nel 1915 da don Giacomo Alberione. Nata a Castagnito d’Alba (Cuneo) nel 1894, secondogenita di Ettore e Vincenza Rolando, Teresa (questo il suo nome civile), dopo le scuole elementari frequentate con profitto e con intelligenza, viene avviata al lavoro di sartoria, anche se ben presto si fa spazio dentro di lei, il desiderio di farsi religiosa. Bussa, infatti, al convento del Cottolengo di Torino, ma non viene accolta a causa della salute malferma: non è abbastanza robusta per offrire sufficienti garanzie nel lavoro di cura degli ospiti ivi ricoverati.

Lei non si perde d’animo, e mentre continua a fare le cose “con il cuore”, come ama dire, il suo cammino incrocia quello di don Alberione che le propone di dirigere un laboratorio di cucito aperto nella cittadina delle Langhe. È il primo passo verso la realizzazione del sogno di don Giacomo, quello di fondare un’associazione – anche al femminile – di tipografi, scrittori, catechisti, diffusori di libri e oggetti sacri.

Nonostante le immani difficoltà economiche, ecclesiastiche e legali, i seguaci di don Alberione, incominciano col prendersi cura del settimanale diocesano La Gazzetta d’Alba (don Alberione se ne occupava già dal 1913), gli uomini, e La Valsusa , le donne, trasformando così gradualmente il sogno in realtà.

Quando nel 1922 Teresa emette i voti religiosi tra le prime suore di san Paolo (conosciute anche come Paoline), secondo la consuetudine del tempo cambia nome e prende quello di Tecla in onore della seguace di Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti. Don Alberione, al nome di Tecla, le aggiunge l’appellativo di Maestra. Così diventa per tutti Maestra Tecla, oppure Prima Maestra.

Fedele discepola del fondatore della Famiglia Paolina e prima Generale delle Paoline, realizza il suo essere “prima” in tante forme e in svariati campi.

“Prima” nella preghiera, cui dedica almeno tre ore al giorno, perché «la preghiera è il polso, è il respiro della vita spirituale. È la forza dell’uomo e la debolezza di Dio. La preghiera non è solo dire rosari e Padre nostro, ma è unione con Dio, è uniformità alla sua volontà» (Tecla Merlo, Semi di sapienza, Paoline).

“Prima” nella santità: l’essere sante è l’indicazioni più frequente che usa dare alle consorelle, in particolare a quelle che partono per le missioni. «La nuova terra che andate ad abitare sia per voi il campo di lavoro della santità vostra prima di tutto. Fatevi sante» (in Tecla Merlo mille vite per il Vangelo, Gabriella Collesei, Paoline). E in altre circostanze ancora ribadisce: «Siamo qui per farci sante».

“Prima” nella sapienza della vita cristiana che vive nel suo quotidiano rapporto con le altre: «Non vi scoraggiate se non vedete il bene che fate», ma continuate ad andare oltre. «Guardate sempre in su al Paradiso! Lì è la nostra vera patria, lì il nostro posto, preparatoci dal Divino Maestro, lì dobbiamo aspirare di andare, lì arrivare a qualunque costo» (dal citato Semi di sapienza).

“Prima” nell’amore all’apostolato della comunicazione, espresso anzitutto attraverso il suo forte anelito: «Vorrei avere mille vite, per dedicarle tutte al nobile apostolato dell’annuncio del Vangelo» (Lettere ai familiari 1947, Archivio FSP). Anche se non si dedica direttamente all’attività editoriale (non scrive articoli né libri) e nemmeno trascorre giornate dietro al bancone di una libreria o di una agenzia Sampaolofilm, come fa la maggior parte delle Paoline, il suo senso dell’apostolato è fortissimo e nasce dall’unione con Dio, indipendentemente della mansione che le viene affidata. Maestra Tecla ama ripetere: «La vita passa presto, facciamoci furbe», testimoniando così, alle sue suore, che lei incarna «la furbizia di chi ha compreso quanto sia essenziale restare nel Signore, confidare in Lui, a Lui affidarsi in ogni situazione», per vivere «la dimensione apostolica, la concretezza dell’attività quotidiana al servizio della Parola, con il cuore rivolto alle cose che vanno oltre il tempo, all’eternità, e portare nella preghiera le ansie e le attese degli uomini, senza distinzioni di cultura, di religione» (in Tecla Merlo mille vite per il Vangelo, Gabriella Collesei, Paoline).

Assumere i cammini dei popoli

Maestra Tecla, si sente «debitrice del Vangelo verso tutti» (Costituzioni FSP, n.18) coloro che incontra sul suo cammino. Per questo, non chiede ai potenti della terra aiuti in denaro o altro per la povertà sociale della gente, ma invita costantemente le sue missionarie a evangelizzare i poveri di fede, i lontani dalla Chiesa e da Dio, tutti coloro che vivono alle periferie dell’esistenza (come direbbe oggi papa Francesco). Quando nel 1961 si reca in Congo, primo Paese africano dove le Figlie di San Paolo si sono stabilite, affida loro un impegno che fa chiaramente riferimento alle Lettere di san Paolo: «Assumete la bellezza e la miseria, i traguardi e i cammini dei popoli con i quali vivete, i loro costumi, le loro abitudini, gli stili, la festa e il dolore; tutto vi riguarda come cosa vostra. E in tutto questo predicate il Vangelo con gli strumenti che ci sono dati».

Recitano, infatti, le Costituzioni: «Per attuare la nostra missione, seguendo l’ispirazione e l’esempio del Fondatore, mettiamo a servizio dell’evangelizzazione gli strumenti della comunicazione sociale» (Costituzioni FSP, n. 20). Consapevoli «del nostro compito profetico e della nostra responsabilità storica, ci poniamo a servizio della Parola con la sollecitudine pastorale del Fondatore e i suoi orizzonti universali per comunicare il mistero di Cristo a tutti gli uomini con tutti gli strumenti della comunicazione» e tutte le forme comunicative, compresa quella digitale che attualizza la vocazione paolina.

I due segreti di Tecla: fede e umiltà

Chi l’ha conosciuta ripete con certezza che la Prima Maestra vivesse un duplice segreto di riuscita. La sua fede incrollabile e la sua umiltà vista come ciò che «attira sempre le grazie di Dio. L’umiltà è raffigurata da una conca in cui scende l’acqua della grazia» (dal citato Semi di sapienza) e dove quindi si ferma per fecondare l’opera umana.

Quanto alla fede, è quella vissuta come esperienza vitale, quella che porta alla preghiera e all’ottimismo: «È gestione dell’energia vitale nella direzione della fiducia nei confronti della vita. L’esperienza originaria alla quale occorre tornare, per comprendere che ciò che è in gioco nella vita di fede, è la fiducia nei sacri ideali dell’umanità: il bene, la giustizia, l’armonia tra gli uomini. La fede è una modalità di interpretare l’esistenza, non qualcosa che ha a che fare con l’intelletto» (Vito Mancuso su Facebook).

Non una dottrina, non un sapere, bensì un esercizio spirituale che porta ad abbandonarsi totalmente in Dio.

Maestra Tecla non viene mai convocata dagli organismi internazionali, non calca gli scenari della politica né quelli delle Assemblee dei potenti, ma è capace di “attirare” l’attenzione delle persone attraverso la semplicità e la spontaneità con cui si mette in comunicazione con loro. Non usa l’eloquenza né gli argomenti di concetto, ma la schiettezza e l’amabilità. La sua normalità nella vita e il suo atteggiamento limpido e sereno in tutto, sconcerta chi l’avvicinava per la prima volta, ma in seguito, comprende che questa normalità nasce dalla sua vita interiore, basata su Gesù Maestro Via, Verità, Vita.

Sconosciuta ai più, quando muore il 5 febbraio 1964 (il giorno dopo che il Concilio Vaticano II aveva emanato il decreto Inter mirifica), la notizia passa quasi sotto silenzio. La sua scomparsa non suscita nessun clamore da parte degli organi di informazione, però non è così per i Paolini e le Paoline che anzi, considerano la sua morte una grande perdita per la Famiglia Paolina e per la Chiesa. «Il nostro servizio alla Parola richiede che siamo annunciatrici fedeli della verità, senza riduzioni e senza alterazioni, per non rendere vana la croce di Cristo» (Costituzioni FSP, n. 17).

«Noi, chiamate a un apostolato così vasto da abbracciare il mondo, dobbiamo sentire il bisogno di uscire da nostro guscio per aiutare tutti questi fratelli» (dal citato Semi di sapienza). E ancora: «Dobbiamo sentire i bisogni dell’immensa Asia, della grande Africa, delle Americhe, della promettente Oceania, della travagliata Europa» (idem).

E pensando all’urgenza e alla vastità dell’opera di evangelizzazione esclama: «Oh, potessi stampare suore come si stampano libri». Ecco perché la sua morte è stata una perdita per la Chiesa.

di Cristina Beffa

(tratto dalla rivista “Fatebenefratelli”, luglio-settembre 2013)