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La Social Street di via Fondazza a Bologna, un antidoto contro l’individualismo

febbraio 21, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Cultura dell'incontro − No Comments

Da dove nasce l’esigenza di ritrovarsi sul web, se vivete “fisicamente”, così vicini? Perché avete scelto questa espressione?

«Nasce dal fatto che gran parte delle persone che vivono in città hanno i propri orari, i propri ritmi di vita, la frenesia di tutti i giorni che non ti “permette” più nemmeno di fare due chiacchere con il negoziante della strada. Oppure come nel mio caso, la mancanza di tempo, uscendo di casa per andare al lavoro alle sei del mattino e tornare la sera alle 19, quali occasioni per conoscere i vicini di casa? In questo senso facebook mi ha aiutato, è un paradosso lo so…facebook è nato per unire persone lontane, io l’ho usato per unire persone vicine»

I social network stanno cambiando il modo di socializzare? Possiamo affermare che facebook può essere sostituito al classico bar?

«In parte. Il social network può servire per “rompere il ghiaccio”, per pre-conoscere una persona, il passo successivo che poi è il nostro slogan “dal virtuale al reale”, quindi al bar poi bisogna andarci con il vicino»

Lei ha lanciato questo progetto, ma anche la possibilità di vedersi di persona per prendersi un caffè, quindi non c’è solo l’aspetto “virtuale”. Possiamo dire che la comunicazione via web, deve sempre integrarsi con una comunicazione “reale”?

«E’ consigliabile ma non fondamentale. Il social street si può fare anche a livello virtuale e basta anche se ha poco senso. Mi spiego, anche se non ho voglia di conoscere personalmente il mio vicino, posso comunque dare il mio contributo alla strada in modo virtuale ad esempio condividendo le informazioni di cui dispongo, rispondendo ai post dove magari si chiede qual è l’elettricista più economico in zona, qual è il medico di famiglia più disponibile, il gommista di fiducia, ecc.»

Qual è la diffidenza più grande che frena oggi le persone a salutarsi sul pianerottolo, piuttosto che suonare al campanello per farsi prestare un po’ di latte?

«Penso la diffidenza. Stiamo vivendo in un mondo dove l’individualismo ed il consumismo sono due parole chiave. Se finisco il latte, prendo il cappotto, prendo la macchina e vado a comprare il latte, non mi salta nemmeno nell’anticamera del cervello di suonare al vicino che magari ha 5litri di latte in casa che magari scadono a breve, ricostruire un rapporto di buon vicinato, avere fiducia nel vicino, costruire delle solide relazioni umani nella strada, possono aiutare a migliorare le condizioni di vita, se non altro sociali, degli abitanti»

Da 20 persone, siete arrivate a oltre 600, qual è il segreto del successo?

«Siamo 850. Il successo sta nella semplicità nel progetto. Non ci sono vincoli, regolamenti da sottoscrivere, password da richiedere ..niente, solo voler socializzare con i vicini di casa. Da questo primo fondamentale passo poi possono nascere tante cose, amicizie in primis ma progettualità anche, lavorare insieme per esempio per riappropiarsi di spazi pubblici, dei beni comuni attraverso la condivisione»

Nonostante l’individualismo dilagante, secondo lei la gente si vuole sentire ancora parte di una comunità? Queste community virtuali, possono essere antidoti verso la solitudine?

«Io pensavo che questa idea non avesse successo proprio perché ritenevo le persone non interessate a socializzare, in effetti mi stavo sbagliando, questo successo ed il fatto che oggi siamo a 170 strade in Italia e ne stanno partendo altre nel mondo, è la testimonianza che le relazioni umani sono ancora importanti e di questo sono felice»

Lei ha affermato che questa è stata un’idea che è partita dal basso e che “buone pratiche” come questa possano essere riprese. Quindi come vede il futuro? Ha in mente un altro progetto?

«Il progetto è quello di trasformare il modello di via Fondazza in un modello valido tutte le strade in Italia».

di Francesca Baldini