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Quando i nativi digitali diventano migranti

febbraio 27, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

È innegabile che “social network” sia una delle espressioni-simbolo del nuovo millennio. Al di là della decodifica del significato che appare piuttosto scontato e intuibile (altro non sono che “luoghi digitali” nei quali un utente può gestire sia la propria rete che identità sociale), i social network celano un universo simbolico profondo, a volte nascosto e di non facile interpretazione. Sono territori di conquista e di migrazione, spazi ibridi in cui coltiviamo la nostra vita online. Ed è questa la prima barriera concettuale da abbattere: essi non rappresentano un’alternativa a una pseudo esistenza reale. Essi sono la realtà. Una realtà fatta di relazioni, conoscenza, amore, evasione, impegno e profondità. Una realtà proteiforme in cui l’unica contrapposizione sensata non è più quella tra “reale” e “virtuale” ma tra on(line) e off(line). I social network diventano, pertanto, spazi ordinari di esistenza, abitati ogni giorno da un numero maggiore di donne e di uomini. “Nativi digitali”, li chiama l’educatore Mark Prensky che, nel 2001, conia un’etichetta tanto fortunata e geniale, quanto ormai superata. “Nativo” rimanda al luogo di nascita e alla conseguente costruzione dell’identità. I nativi digitali – scrive Prensky – rappresentano un agglomerato sociale «esposto fin dall’infanzia, a una cultura visiva e iconica (televisione, computer, videogiochi) che acutizza la sensibilità e tutti quanti i processi cognitivi che partono dall’immagine. Questa tecnogernazione è già istintivamente abituata a mettere in comune le esperienze, a confrontarsi in modo diretto, a darsi consigli e a dialogare simultaneamente. Attraverso la Rete, ad esempio, essi giocano, hanno una pagina su un social network, partecipano a forum mirati, sono bloggers, chattano e si guardano in webcam». A essi si contrappongono i migranti digitali che, loro malgrado, dovranno adattarsi al nuovo modus vivendi dei nativi imparando la loro lingua. Tutto questo, detto e stradetto, citato e stracitato, non più alcun senso. La distinzione tra natives e immigrants perde di valore alla luce dei numeri stratosferici che contraddistinguono gli utenti “social”. Basti pensare ai due “network” più conosciuti e abitati. Se Facebook registra 1 miliardo e trecento milioni di utenti, Twitter arriva a poco meno della metà. Eppure le rispettive parabole sono opposte. Il social fondato da Zuckerberg registra un’inversione di tendenza: i più giovani sembrano “viverlo” sempre meno, sedotti da microcosmi digitali più minimal. Tra questi, le esperienze di istant messaging (WhatsApp tra tutte) che crescono esponenzialmente. Si tratta di realtà digitali più veloci e intime, prive di quelli orpelli (le cosiddette killer applications) con cui Facebook ci accompagna ed estenua quotidianamente. I più anziani, invece, ne scoprono l’esistenza, cercano di capirne l’architettura e il linguaggio. E si divertono. Twitter, invece, nasce già per una popolazione matura fatta di opinion leader con una struttura identitaria preesistente e riconosciuta. E i nativi? Sembrano migrare verso altri territori più alla loro portata (in Italia, ad esempio, è spaventosa la crescita esponenziale di Ask.fm ma anche la futura, certa, affermazione di Snapchat) e soprattutto capaci di riflettere la loro identità ed età. E soprattutto la loro privacy. Abitare un social network insieme ai loro genitori (e persino ai loro nonni) non è il massimo della vita. Ed è così che i nativi diventano migranti alla scoperta di piattaforme nuove e inesplorate. E i migranti prendono il loro posto nei social network tradizionali. Questa è la cultura digitale: un insieme di esperienze sociali come tante altre che mutano e si rimodulano continuamente a una velocità (è questa l’unica grande differenza dalla vita materiale) mai vista prima. Abituarsene è il primo passo per essere abitanti digitali coscienti ed eticamente critici.

di Massimiliano Padula