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I giornali nati sul web assumono nativi digitali

aprile 12, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − No Comments

IL GIORNALISTA nativo digitale assume nativi digitali. Un mondo dove i più giovani, cresciuti a pane e social network, meglio se versatili e di talento, trovano lavoro grazie alle news è un mondo possibile. Anzi, esiste già: lo fotografa con precisione il Pew Research Center. La cartolina arriva dagli States ed è il frutto di una lunga osservazione del “panorama” mediatico americano. Uno dei segnali forti è la “migrazione” di grandi firme del giornalismo verso nuove avventure digitali: Glenn “Datagate” Greenwald che lascia il Guardian per First Look Media, o il premio pulitzer Mark Schoofs a capo del team di inchieste di BuzzFeed. Ma oltre alla qualità parla la quantità: BuzzFeed passa dai 6 dipendenti di due anni fa ai 170 di adesso, i grandi portali contano in media 30 new entries ciascuno, con picchi come quello di Vice (è suo lo staff più grande, con 1100 persone) e Huffington (575). Il numero complessivo segnalato dal Pew nello “State of the News Media 2014″, e cioè ben 5mila assunti, non compensa il segno negativo davanti a un decennio decisamente critico per la stampa in generale. Anche la visione di un modello di business sostenibile è tuttora annebbiata. Ma i numeri raccolti dal centro di ricerca americano dicono che i nati dal 2005 in poi – i nati sul web come portali di informazione – stanno crescendo sani e forti, creano modelli innovativi e posti di lavoro.

L’Huffington Post, medaglia d’argento con i suoi 575 assunti full time, è un caso paradigmatico. Nato proprio nel 2005 come aggregatore di blog e contenuti altrui, attaccato ferocemente come “parassita” dei giornali tradizionali, quello che ad alcuni sembrava un Frankenstein del giornalismo ora lascia indietro tanti concorrenti nella corsa per la sopravvivenza delle news. Lo stile e il modello sono diventanti sempre più autonomi, la barriera convenzionale tra il tabloid e il quality paper è stata scavalcata, nuove categorie dell’informazione sono state inventate. Il risultato? Un cocktail originale che a Michael Mayer della Columbia Journalism Review ricorda “i pensieri di un quindicenne politicamente astuto”. Ora a distanza di nove anni due punti forti dell’Huff sono anche i tratti distintivi dei media “nativi” del report Pew: pensare glocal, agire social.

I “nati sul web” che oggi assumono massicciamente, sono infatti quelli che come l’Huff hanno dimostrato attitudine all’informazione globale e capacità di metabolizzare “socialmente” la notizia, dalla raccolta dell’informazione alla sua assimilazione e diffusione. Ecco perché, proprio mentre le firme della carta stampata scoprono l’attrazione per le nuove avventure digitali, è soprattutto per i più giovani che dagli Stati Uniti arrivano buoni segnali. Chi dirige una testata “nativa” preferisce assumere “nativi”: mentre la selezione dei curriculum nei gotha del giornalismo come il New York Times tiene conto soprattutto delle competenze specializzate, “io voglio gente versatile, che ci sa fare col digitale, che ne capisca di visual journalism e che ci sappia fare coi social media”. Parola di Jim Roberts, di Mashable.

Chi sta al timone della notizia asseconda l’onda dei consumi, e i numeri parlano chiaro su dove convenga dirigere la barca. Sei americani su dieci guardano video online, e i più voraci consumatori di (notizie in) video sono giovani tra i 18 e i 29 anni. La sempre maggiore diffusione di devices mobili suggerisce che il fenomeno possa gonfiarsi, così come potrebbe crescere la percentuale (già significativa) di utenti che contribuiscono con un proprio contenuto a un portale di notizie. Per ora lo fa un utente di social media su dieci, mentre cinque su dieci condividono o postano news. I dati raccontano un consumatore che ha un approccio attivo alla notizia e che sempre più spesso arriva alle news attraverso piattaforme social, Facebook in primis. Quindi per vincere la corsa alle news del futuro basta puntare su un paio di cavalli vincenti, come i video e i social? Non esattamente.

Un paio di abiti digitali non trasformano automaticamente un giornale in una stella del web. Numeri e indizi suggeriscono che digitali si cresce bene soprattutto se digitali si è nati: è questa forse la lezione più interessante da scovare tra i numeri del Pew. Scrive Justin Ellis del Nieman Lab di Harvard che “sul fronte del business, quei dati raccontano che i ricavi derivanti dall’audience – con i paywall, gli abbonamenti, e altri sistemi – stanno crescendo. Ma non è affatto chiaro se questo aumento sia dovuto a un maggior numero di lettori paganti, o se piuttosto le aziende editoriali non stiano “spremendo” più denaro sempre ai loro soliti consumatori”. Ecco l’ultimo pezzo del puzzle: le testate native digitali assumono nativi digitali, e soprattutto aprono le porte ai nuovi lettori, anch’essi nativi digitali. Proprio sul nuovo pubblico bisognerà riflettere, nella pausa che ci separa – assieme a un oceano e qualche anno per colmare il gap – dal mondo della notizia made in Usa.

di Francesca De Benedetti

Fonte: Repubblica.it