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aprile 12, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − No Comments

Il mondo digitale ci fa leggere meno? No, ci fa leggere proprio in un altro modo. Lo racconta il Washington Post in un articolo ripreso da ilPost.it il 7 aprile. E lo fa attraverso la curiosa storia di ​Claire Handscombe. Una storia che potrebbero raccontare molte persone che stanno “provando” a leggere queste righe.

Scansione delle parole

Claire Handscombe ha un problema di concentrazione online. Come molti frequentatori del web, clicca sui link che trova sui social network, ne legge alcune righe, cerca le parole attraenti, e poi si stufa e passa alla pagina successiva, dalla quale probabilmente si distrarrà altrettanto. «Ci dedico qualche secondo – neanche minuti – e poi sono già da un’altra parte», dice Handscombe, che ha 35 anni e una laurea in scrittura creativa alla American University. Ma non è solo una cosa online: Handscombe si accorge di avere lo stesso comportamento con i romanzi. «È come se i tuoi occhi passassero sopra le parole ma non stai davvero assorbendo quello che dicono. Quando me ne rendo conto, devo tornare indietro e ricominciare da capo».

Per i neuroscienziati cognitivi, quel che succede a Handscombe è oggetto di grande interesse e allarme crescente. Gli umani, avvisano, sembrano sviluppare cervelli digitali con nuovi circuiti per scorrere e filtrare la corrente di informazioni online. Questo tipo alternativo di lettura sta entrando in competizione con i circuiti di lettura profonda sviluppati nel corso di diversi millenni. «Ho paura che il modo superficiale con cui leggiamo durante il giorno ci influenzi quando dobbiamo invece leggere con elaborazioni più approfondite», dice Maryanne Wolf, una neuroscienziata cognitiva della Tufts University che ha scritto “Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain”.

Slow reading

Se la crescita delle tv all-news 24 ore su 24 ha dato al mondo una cultura di brandelli sonori, secondo Wolf internet sta introducendo una cultura di brandelli visivi. Il tempo passato online dagli americani adulti – sui computer o i dispositivi mobili – dovrebbe aver raggiunto le cinque ore quotidiane nel 2013, stando alle valutazioni di eMarketer: tre ore in più rispetto al 2010. Amanti della lettura e studiosi hanno invocato un movimento “slow reading”, facendosi ispirare dal movimento “slow food”.

Cervello vittima innocente

I ricercatori stanno lavorando per avere un quadro più chiaro delle differenze tra la lettura online e quella su stampa – la comprensione del significato, tanto per cominciare, sembra migliore su stampa – e si confrontano con quello che queste differenze possono significare non solo rispetto a godersi l’ultimo romanzo di Pat Conroy, ma anche con la comprensione di contenuti difficili sul lavoro e a scuola. Ci sono preoccupazioni che l’affinità e la capacità di governare gli apparecchi dei genitori da parte dei bambini possa limitare lo sviluppo di capacità di lettura più approfondita. Il cervello è la vittima innocente di questo nuovo mondo: si limita a riflettere il modo in cui viviamo.

Non siamo creati per leggere?

«Il cervello è duttile per tutta la sua vita, si adatta costantemente», spiega Wolf, che è una dei massimi esperti mondiali sullo studio della scrittura e fu colpita l’anno scorso dalla scoperta di come sembrasse essersi adattato anche il suo, di cervello. Dopo un giorno passato sul web e leggendo centinaia di mail, si sedette a leggere “Il gioco delle perle di vetro” di Herman Hesse, e «non sto scherzando: non ci riuscivo. Era una tortura riuscire a concludere la prima pagina, non riuscivo a forzarmi a rallentare: selezionavo le parole utili, organizzavo il movimento degli occhi per raccogliere più informazioni nel minor tempo possibile. Mi vergognavo di me stessa».

di Corrado Paolucci

Fonte: Aleteia.it