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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Superare i confini identitari e’ urgente

maggio 01, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − No Comments

Bigotto, secondo il dizionario Gabrielli, è “chi osserva in modo esagerato e ostentato, e spesso senza intima convinzione, le pratiche del culto religioso”. Mettendo da parte la questione dell’intima convinzione, sulla quale ciascuno indaga nella propria coscienza e comunque non essenziale a definire il bigotto, si tratta di capire a quali pratiche del culto religioso osservate in modo esagerato o ostentato abbia fatto riferimento monsignor Nunzio Galantino in quella dichiarazione alla Radio Vaticana che, non nascondiamolo, ha generato qualche sconcerto – spero salutare – tra le file dei giornalisti attivi negli organi di informazione che si riconoscono nel mondo cattolico.

Mi pare evidente, considerando l’ambito di applicazione dell’aggettivo “bigotto”, che le pratiche alle quali si è riferito il segretario generale della Cei non fossero quelle del culto in sé, ma della informazione in generale e più in particolare di quella sulle questioni religiose e la vita della Chiesa.

A mio giudizio, ci sono vari modi possibili per rendere “bigotta” l’informazione. Il primo è di chi bigotto lo è davvero, spesso militando tra i cattolici tradizionalisti, e utilizza un linguaggio che rispecchia appieno le sue convinzioni. Il secondo, abbastanza frequente, appartiene a certa stampa devozionale che usa un linguaggio emotivo e melenso. Fino a questo punto siamo in presenza di deficit culturali più o meno gravi, ascrivibili anche ai lettori di riferimento; si tratta di pratiche poco evolute che vanno combattute soprattutto quando i professionisti dell’informazione fanno un uso strumentale e ipocrita di codici devozionali avvizziti.

Io credo però che sarebbe scorretto pensare che monsignor Galantino si riferisse solo ai casi più evidenti di bigottismo informativo. Dobbiamo invece ammettere che la stampa cattolica utilizza un linguaggio, troppo spesso, adatto a orecchie e a occhi soltanto cattolici. Voglio dire che c’è ancora lavoro da fare per abituarsi a usare un linguaggio corrente – non sciatto, anche specificamente corretto nella terminologia religiosa – comunque accettabile e comprensibile da parte di tutti. E questo richiede che i nostri valori siano offerti a tutti su ogni tema della vita pubblica, non solo su quelli che riteniamo identitari. Su questo fronte, che richiede la formazione dei professionisti, l’Ucsi si sente impegnata anche in collaborazione con la Federazione Settimanali Cattolici.

E c’è anche lavoro da fare – questo è bene ricordarlo – perché i giornalisti che sono al servizio dell’intera società civile, e non solo dei cattolici, abbiano il sostegno di editori che non vogliono comunicare in modo bigotto.

di Andrea Melodia, Presidente Nazionale Unione Stampa Cattolica Italiana 

Fonte: Copercom.it