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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Missione significa prima di tutto comunicare

luglio 06, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

A chi è rivolto questo libro, più ai missionari o ai giornalisti?

Alle persone di buona volontà, tutti dobbiamo sapere parlare e veicolare il messaggio evangelico. Non vi è dubbio che nel nostro tempo vi è un deficit di comunicazione ed un paradosso perché noi viviamo in un mondo “villaggio globale” in cui tutto schizza via alla velocità delle luce eppure mai come oggi riusciamo a bucare lo schermo tante volte a saperci relazionare con gli altri. Questo è un handicap dei politici, ma anche di noi preti, ma anche per i giornalisti, ovvero per chi dovrebbe essere maestro nell’arte della comunicazione. Il problema quale che sia nel mondo cattolico, sia nella società civile, noi parliamo in termini di “mezzi di comunicazione sociale” cioè l’approccio che noi abbiamo con la comunicazione riguarda l’approccio strumentale, ovvero attraverso radio, tv, strumenti per veicolare dei contenuti. E’ questo l’errore di fondo, perché se noi continueremo ad affrontare la comunicazione in questa maniera, non andremo mai lontano. Oggi vi è un deficit di comunicazione perché tutto si è rarefatto, nel senso che anche quando parliamo delle verità, cioè le enunciamo solo a livello concettuale. E qui viene fuori un altro dramma del nostro tempo: la comunicazione è verace nella misura in cui produce dei risultati. Noi nel mondo cattolico, ce lo rammenta papa Francesco, siamo stati bravissimi nella predicazione, nell’affermare la sfera dei valori. Peccato che quello che abbiamo detto non lo abbiamo messo in pratica e qui c’è il discorso della coerenza. Quindi capire che la dimensione comunicativa ha a che fare con l’essere, l’essere della persona, le relazioni tra le persone. La stessa rivoluzione digitale ha condizionato il nostro modus vivendi al punto tale che non possiamo più pensare in termini strumentali, ma che ha a che fare con la nostra cultura e che deve avere un approccio olistico, non è qualcosa di solo strumentale, ma di ontologico che ha che fare con il nostro essere e la riprova nel fatto che i nostri cellulari, smartphone, talbet, ecc, sono diventati delle vere e proprie protesi per ognuno di noi generando anche dipendenza. La verità è che ci lavoriamo e non possiamo farne a meno e quindi fanno parte del nostro sistema culturale e allora credo che questo sia importante perché non possiamo guardare alla comunicazione solo come qualcosa di marginale, ma la comunicazione è qualcosa che ha che fare con il nostro vissuto la ferialità, la quotidianità. Sia a livello personale sia a livello collettivo.

Chi sceglie di essere missionario, quindi deve sapere anche comunicare?

Esatto, credo che un bravo missionario deve essere anche un bravo comunicatore, anche se questo è un discorso che riguarda tutti i bravi cristiani, in fin dei conti gli apostoli sono riusciti a spargere la parola di Dio proprio perché sono stati dei comunicatori anche se non avevano studiato alla Sorbona, precedentemente facevano i pescatori e chissà molto di loro a stento sapevano leggere e scrivere, eppure grazie allo Spirito Santo, sono usciti fuori dalle mura di Gerusalemme dando la vita per Gesù Cristo . Questo per dire che chi vuole comunicare bene deve avere alle spalle delle motivazioni che mi spiace dirlo a volte non sono così evidenti. Tante volte anche noi cristiani non siamo convincenti perché il dato motivazionale a più a che fare con quello dottrinale che con l’aspetto esistenziale. In fondo il cristianesimo è una esperienza di vita, nella misura in cui quella persona vive intensamente quella esperienza poi è capace di condividerla con gli altri e quindi diventa un bravo comunicatore, ma se quella esperienza è solo legata all’aspetto dottrinale, non si riesce mai ad essere sufficientemente convincenti. Detto questo, quando parliamo della comunicazione, parliamo di qualcosa di molto complesso. Un errore che solitamente commettiamo è quello di far coincidere l’informazione con la comunicazione. Non possiamo ammettere questa uguaglianza, perché l’informazione è una forma di comunicazione, anche perché ci sono tante altre forme di comunicazione come il fundraising, il marketing, anche l’omiletica è comunicazione. L’informazione è una particolare forma di comunicazione. Dunque l’informazione non è solo il trattamento delle notizie, la raccolta dei dati, ma significa anche plasmare queste notizie, ma anche capire qual è la rilevanza, la top story. Questo guardando il panorama italiano a mio avviso è uno degli elementi più preoccupanti, perché molte volte le notizie che vengono sbattute in prima pagina non sono le notizie più importanti anzi molti fatti che riguardano il sud del mondo o il contesto a livello planetario, molte volte rimangono nel cassetto e qui viene fuori il peccato originale del giornalismo italiano che è il provincialismo, per cui la convinzione di parlare dei fatti e degli accadimenti di casa nostra possa suscitare maggiore interesse della readrship dei lettori di casa nostra. In realtà non è assolutamente vero, anche perché c’è la convinzione per molti editori che i piani editoriali debbano essere local, legato al territorio, mentre ci dimentichiamo che dall’altra parte c’è tutto un contesto culturale, comunicativo, che ci fa capire che siamo cittadini del mondo. Anche perché oggi si siede davanti ad un computer ed oggi può sparare una email a destra e a manca. Quindi ci sono queste contraddizioni del sistema che a volte rendono, soprattutto il contesto dell’informazione confinato nella migliore delle ipotesi in un contesto nazionale, invece no. Io credo che dobbiamo capire che il giornalismo deve avere in primis una vocazione internazionale.

Ma esiste un piano serio sulla editoria missionaria?

Io credo che un piano editoriale in termini generale esista. Innanzitutto dare voce a chi non ha voce, alla società civile e l’importante che l’informazione tenga conto anche di quelle che sono le istanze della Chiesa locale. Il giornalismo missionario è un giornalismo che fa il tifo per la gente, forse è una delle voci più autorevoli di quella che chiamiamo oggi in termini generali “società civile”. Però è un giornalismo in crisi, perché ha utilizzato come vettore i mensili. D’altronde queste testate sono nate in periodi storici in cui il mensile aveva grande tirature però nel frattempo il mondo è cambiato. Devo dire che molti missionari e molti istituti si sono buttati nella rete e fanno un uso perspicace e intelligente dei social network. Però quello che ancora non abbiamo capito nel mondo missionario, che è come un grande arcipelago, che dobbiamo fare sistema e dobbiamo muoverci insieme. Qui poi vengono fuori le tentazioni dell’autoreferenzialità e invece dobbiamo capire che abbiamo un destino comune e se vogliamo bucare lo schermo in maniera significativa dobbiamo farlo insieme, perché davvero insieme si può. Questi concetti a mio avviso oggi non sono sufficientemente chiari. È anche vera una cosa che il giornalismo missionario è anche legato, proprio per tradizione, a certe campagna di fundraising che i singoli istituti, le singole associazioni laicali hanno portato avanti negli anni. Per cui capisco che rinunciare alla propria testata, di istituto o associazionista, non significa solo rinunciare al proprio brand, ma anche ad una certa forma di sostentamento perché molte attività vengono finanziate dalle nostre testate, quindi è anche comprensibile che a volte ci sia anche una certa resistenza, perché la rivista è quella che permette al proprio istituto di finanziare le proprie attività ad gentes.

Quali possono essere i rischi di questo imperante avanzare del citizen journalism?

Sono convinto chi sia sempre necessaria una redazione in cui è indispensabile fare una scrematura di tutti questi materiali. Il problema di fondo sono le fonti. Io sono convinto che il cittadino abbia il diritto di interagire attraverso i social network con le nostre redazioni, il problema di fondo è verificare l’attendibilità delle fonti e questo è possibile solo nel caso in cui è possibile fare le verifiche, perché non posso chiaramente citare solo una fonte e prima di dare una notizia la devo verificare e questo è un esercizio laborioso, impegnativo e ho l’impressione che non avvenga sempre. Bisogna dire che noi abbiamo anche una responsabilità morale nei confronti delle persone e che quello che scriviamo può veramente mettere in pericolo l’incolumità delle nostre stesse fonti, della società civile. Per cui per carità il citizen journalism può essere una straordinaria risorsa, ma a mio avviso deve avere bisogno di ulteriori approfondimenti e deve essere comunque inserito all’interno di una griglia di un sistema che deve essere consentire un proficuo dialogo con le redazioni. Non credo che il citizen journalism si possa ridurre ad un ammasso di cani sciolti che vanno a destra e a manca e dicono sempre quello che vogliono. Poi inutile nasconderlo sono convinto che non riuscirebbero a bucare lo schermo. Ora è vero che a volte anche l’illustre sconosciuto riesce a fare emergere i propri contenuti, ma è proprio per questo che è necessario riconoscere il giornalismo mainstream e deve continuare a svolgere un ruolo importante, ma in sinergia con la società civile. Credo che il citizen journalism può avere grandi sviluppi, guardando al futuro, ma ha bisogno di essere sistematizzato e anche noi giornalisti dobbiamo capire che le fonti vanno guardate sul campo non solo secondo una logica strumentale, è importante che si stabilisca anche un proficuo dialogo per un confronto. Perché spesso anche le testimonianze, l’esperienza di queste cosiddette fonti che vivono periferie del mondo, utilizzo il linguaggio di papa Francesco, possono essere e devono essere motivo di arricchimento per chi fa questo mestiere.

 Intervista realizzata da Francesca Baldini