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L’internazionalizzazione della ricerca sui media

settembre 23, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

La ricerca sui media in Scandinavia si sta internazionalizzando, riflettendo un trend europeo che punta alla pubblicazione e al lavoro sovranazionale. Secondo un recente studio di David Fernández-Quijada, analista dell’European Broadcasting Union, il numero di articoli pubblicati da ricercatori scandinavi in journal internazionali è infatti raddoppiato in dieci anni.

Fernández-Quijada ha analizzato le pubblicazioni degli accademici di comunicazione della Scandinavia, applicando tecniche bibliometriche a oltre 500 articoli editi su riviste accademiche internazionali tra il 2001 e il 2010, riscontrando come il numero di pubblicazioni sia aumentato del 234% durante questo decennio. Gli accademici scandinavi, inoltre, collaborano con colleghi di madrelingua inglese – statunitensi, in particolare – e ne sono co-autori in modo predominante. Il suo studio è stato pubblicato dalla Nordicom Review. (Nr. 1 / 2014).

Secondo Fernández-Quijada, gli anni tra il 2000 e il 2010 sono stati un “decennio d’oro”per la ricerca sui media in Scandinavia, ma se Fernández-Quijada avesse guardato anche ad altri piccoli paesi europei, come la Svizzera o l’Austria, avrebbe scoperto simili evidenze di collaborazione internazionale: questi paesi, infatti, si connettono più facilmente con partner internazionali.

Un ricercatore in particolare ha spinto la comunità scientifica austriaca e quella svizzera verso la loro internazionalizzazione. Klaus Schönbach, che attualmente lavora presso la Northwestern University in Qatar, ha supervisionato in precedenza la commissione di valutazione della ricerca svizzera sui media. Successivamente, è passato all’Università di Vienna, dove ha ristrutturato il Dipartimento di comunicazione, assumendo alcuni ricercatori eccellenti dall’estero.

Nell’Europa dell’Est, paesi baltici compresi, invece, la corsa all’aggiornamento in questo settore ha anche portato alla sua internazionalizzazione. I ricercatori polacchi hanno contribuito, ad esempio, con un journal significativo, il Central European Journal of Communication. Questa pubblicazione semestrale fornisce una piattaforma per i ricercatori di tutti i paesi limitrofi. Il focus geografico, inoltre, si sta espandendo, come testimoniano gli autori americani nell’edizione più recente del journal.

Come parte di questa spinta, i ricercatori di ambito mediatico si sono indirizzati negli ultimi anni verso iniziative di ricerca congiunte su un piano europeo. Thomas Hanitzsch (University of Munich), per esempio, e i ricercatori che lavorano con lui, stannoanalizzando la cultura giornalistica in 21 paesi diversi. Ricercatori da 11 paesi europei e due paesi arabi, sotto la guida di Susanne Fengler (University of Dortmund), hanno presentato di recente il loro report sull’accountability dei media, andando ad analizzare i modi in cui le redazioni lavorano sulle trasparenza del loro lavoro, le policy di correzione degli errori e la gestione delle lamentele dei lettori. Il team di Luigi Parcu presso la European University Institute di Firenze ha iniziato invece un progetto a lungo termine sul pluralismo dei media in Europa. Con questo lavoro comparativo, alcune “best practice” si possono trovare sempre più frequentemente, ampliando gli orizzonti dei giornalisti e fornendo orientamento professionale in un modo che era completamente impensabile dieci anni fa.

Ad ogni modo, c’è anche un lato negativo: siccome la stragrande maggioranza dei risultati di ricerca è pubblicata in inglese, è sempre più difficile usarli adeguatamente al di fuori del mondo anglo-sassone. Questo si rifà al Medioevo, quando gli studiosi si isolavano dal resto del mondo, comunicando in latino. L’inglese è diventata la lingua franca delle scienze della comunicazione e della ricerca sui media e, come conseguenza, quei professionisti che non parlano inglese avranno ancora più difficoltà ad accedere a dati importanti e rilevanti. Dato che non possono più pubblicare nelle loro lingue d’origine, inoltre, i ricercatori possono differenziarsi meno da un punto di vista linguistico, rendendo anche la loro prosa scientifica meno digeribile.

di Stephan Russ-Mohl

Fonte: European Journalism Observatory