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L’Europa non deve avere paura del digitale

settembre 25, 2014 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − Commenti disabilitati

Il ministro francese della Cultura Pellerin: sono d’accordo con Franceschini, bisogna equiparare l’Iva tra libri e ebook.

Due parole per ridare senso al progetto europeo: «gioventù e cultura». Così ci dice Fleur Pellerin, da tre settimane insediata in un ruolo che per la Francia è molto più di un semplice ministero ma è il cuore stesso di un paese che tuttora si sente depositario di un’ «eccezione» e di una missione: diffondere nel modo valori universali. Fleur Pellerin è essa stessa un simbolo: 41 anni, coreana di origine, cresciuta a Parigi, maturità francese e tedesca, diplomi delle grandi scuole…

Madame, l’Europa vive una crisi profonda di identità e di valori. Fuori dalla retorica, cosa può fare la cultura?

«Riannodare i legami sociali, ritrovare il senso di un progetto collettivo, unire il glorioso passato all’avvenire, con i nostri valori e la nostra storia. In questo momento di grandi dubbi, la cultura è assolutamente indispensabile».

La crisi politica dell’Europa è anche una crisi di cultura, dunque?

«Non per forza, ma le culture possono dare risposte politiche e senso al progetto perché quando si parla di concorrenza o di regolare settori della grande consumazione non sempre si riesce a dare un senso. Invece, per fare un esempio, il progetto Erasmus, è qualcosa che ha senso. Ha creato una generazione di giovani europei che hanno imparato a muoversi, ad aprirsi all’incontro con gli altri, che certamente hanno maggiori possibilità di trovare lavoro ed è un fatto che va al di là dei simboli e serve alla causa dell’Europa. Sono persuasa che la cultura può permetterci di costruire veri progetti europei».

In un momento di tagli della spesa, però costa molto la cultura.

«Ma è anche uno strumento economico. In Francia il settore culturale in senso stretto vale il 3 per cento del Pil, come l’automobile o l’agricoltura, è un settore economico che può contribuire a rilanciare la crescita, oltre che uno strumento diplomatico e politico».

Nel suo programma c’è un aspetto molto ambizioso: usare i codici di comunicazione dei giovani per trasmettere cultura, anche quella più tradizionale. Come?

«Finora abbiamo sviluppato politiche culturali molto verticali. Mentre oggi invece, tra i giovani, ma anche nell’economia si vede bene che molte opportunità nascono sul terreno, parlo delle economie collaborative che non vengono dalle istituzioni né dalla politica ma dalla società stessa. Bisogna partire di qui, dalle pratiche di ibridazione, culture urbane, usare questi codici e queste culture per realizzare il nostro obbiettivo che è quello di far dare l’accesso alle grandi opere dell’umanità al maggior numero possibile di cittadini».

Come pensa la Francia di difendere la sua «eccezione culturale» in un un mondo digitale e globalizzato che appiattisce e omogeneizza?

«Le faccio un esempio: nel 1935 una grande attrice francese voleva recitare a Bourges, una città della provincia, ma non l’ha potuto fare perché non c’era abbastanza pubblico. Negli anni 60 André Malraux – grande scrittore e ministro – ha creato le “Maisons de la culture” ovunque. A Bourges la maison aveva 11 mila abbonati, più di quanti ne avesse a Parigi la Comédie Française, appena 8 mila. Oggi a Bourges si può montare uno spettacolo per 60 milioni di francesi… come vede il digitale permette di realizzare questo ideale, che è un ideale di sinistra, che permette l’accesso alle grandi opere dello spirito al più grande numero di cittadini».

Certo ma c’è anche un altro aspetto, il digitale mette in forse il modo di finanziare e consumare la cultura, è una rivoluzione che ha creato molti scompensi. Come pensa di agire?

«Il nostro modello culturale è sempre pertinente, e esso rimarrà forte adattandosi. Sto lavorando con i proprietari di tv, produttori di cinema e attori vari del settore per scrivere le regole che renderanno possibile quest’evoluzione. Bisogna poi che loro ripensino il loro modello economico in funzione di questa rivoluzione. Bisogna accettarla, anticiparla, innovare. Io rifiuto ogni atteggiamento protezionistico e difensivo, basta vivere come se fossimo assediati né bloccare l’innovazione quando porta benefici».

Voi francesi avete sollevato la questione della fiscalità, però, che deve essere uguale per tutti. Qui a Torino avete fatto passi avanti su questo dossier? Lei è d’accordo con la proposta del ministro Franceschini di equiparare l’Iva tra libri di carta ed ebook?

«Assolutamente. Ci siamo parlati questa mattina con Franceschini, siamo d’accordo e altri paesi sono con noi. La Francia ha sempre chiesto un allineamento, una neutralità tecnologica, in modo che il libro di carta e quello elettronico siano tassati nello stesso modo. Sulla fiscalità però ci vuole l’unanimità del Consiglio europeo e questa è sempre difficile da raggiungere. Ora però la questione è matura».

Madame Pellerin, la sua storia personale è simbolica dell’universalità francese. Quali sono i suoi grandi riferimenti culturali?

«Mi è sempre difficile stilare questo genere di elenchi, ma le posso dire che da bambina sono stata molto segnata da Victor Hugo e Alexandre Dumas, sono state per me le cosiddette letture formative. Poi ho fatto molto teatro amatoriale, mi piaceva recitare, Giraudoux, Sartre, Anouilh. E poi leggo e rileggo Baudelaire, Les fleurs du Mal sono il mio livre de chevet, sempre sul mio comodino».

E della cultura italiana?

«Amo molto il cinema, il bel canto e l’opera… Cesare Pavese».

di CESARE MARTINETTI

Fonte: LaStampa.it del 25/09/2014