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Fare tv per bambini nel segno dell’Italia: cultura e informazione

marzo 04, 2015 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

La tv per i bambini è, ancora oggi, una cosa seria. In Italia l’offerta è tanta, “una delle più ricche d’Europa”, ma quel che si trasmette viene soprattutto dall’estero. Bisognerebbe osare di più, investendo sui produttori nostrani, dato che la creatività non manca. Parte da un’analisi dell’offerta televisiva l’indagine su televisione e infanzia prodotta dal Centro di ricerca sui media e la comunicazione (OssCOm) dell’Università Cattolica di Milano, presentata oggi nella cripta dell’Aula magna dell’ateneo. “Il consumo televisivo è ancora oggi prioritario, e costituisce anche un’alfabetizzazione alla rete: il modo con cui i bambini accedono a internet è legato alla ricerca dei propri personaggi preferiti”, rileva Piermarco Aroldi, direttore del Centro di ricerca. “Più di quanto sia in grado di fare la scuola e la famiglia, le compagnie televisive possono associare a questo tipo di prodotti app, software, siti che costituiscono una palestra totalmente sicura ma anche molto sfidante per bambini e ragazzi, che imparano così ad andare in rete”.

Offerta ampia e segmentata. Innanzitutto va riconosciuto il cambiamento portato dal digitale, in termini di offerta ma pure di “frammentazione dell’audience”: in Italia abbiamo 10 operatori che gestiscono 22 canali tematici, con oltre 100mila ore di programmazione in un anno. Un’offerta che Aroldi giudica “sproporzionata rispetto alla platea dei giovani utenti”, ovvero 8,5 milioni di bambini tra 0 e 14 anni. Perché, a far da contraltare, vi è la “scomparsa dei programmi per i bambini dalle tv locali”, ha osservato Federica Zanella del Comitato “Media e minori”, e – più in generale – dalla tv generalista: ormai anche i più piccoli sanno qual è la sequenza di tasti da premere sul telecomando per vedere il canale tematico preferito. Infatti, va pure tenuto conto che questi canali si dividono l’utenza secondo tre fasce l’età (0-4, 4-7, 7-14). Quantità e qualità possono essere complementari, però “non si possono fare programmi televisivi di qualità – ha aggiunto Aroldi – senza un sistema televisivo di qualità, ma senza investimenti non si va lontano”. I soldi investiti sono “tanti in valore assoluto, pochi in relazione ad altre forme d’investimento e per quanti ce ne vorrebbero”.

I format vengono dall’estero. Se il sistema “piccolo e frammentato” a fronte di un’offerta “ampia e segmentata” è la prima caratteristica italiana, subito dopo viene, appunto, la questione economica, perché i costi di una “tv dei bambini” fatta bene sono astronomici: un’ora di animazione, nel 2010, costava 200mila euro in Giappone, 480mila in Italia e 800 mila negli Usa, arrivando così a un conto di 5 milioni di euro per una serie televisiva di 10 ore. “Per quanto riguarda il mercato pubblicitario – sottolinea l’indagine – la raccolta realizzata nei canali della ‘children television’ è passata dai 24 milioni di euro del 2010 ai 68 milioni circa di fine 2012” e per il 2013 si attesta sui 70-80 milioni, però “su un volume complessivo annuo di circa 3 miliardi e mezzo di euro d’investimenti pubblicitari in televisione, si tratta di poco più del 2%, concentrato su pochi settori merceologici e su imprese con budget pubblicitari molto ridotti”. Come alimentare, quindi, 100mila ore di contenuti d’animazione? La risposta viene soprattutto da grandi “library” internazionali, ovvero format prodotti all’estero, come il fenomeno globale di Peppa Pig, mentre “la domanda di produzioni italiane – ha osservato Aroldi – è limitata e inferiore all’offerta, con prezzi d’acquisto bloccati e spesso più bassi dei prezzi di costo”. In un giorno, su un canale Rai, “sono andati in onda – ha messo in luce Sergio Manfio, presidente e responsabile creativo del Gruppo Alcuni – 17 programmi televisivi, di cui 13 stranieri e 4 italiani. E nessuno di questi 4 negli orari in cui i bambini guardano la tv”.

Quale cultura? Mandare in onda prodotti “transnazionali”, però, ha un risvolto anche a livello di alfabetizzazione culturale dei bambini, rappresentando “una progressiva anestetizzazione – ha messo in guardia Roberto Farné dell’Università di Bologna – degli elementi peculiari delle culture”. Mentre, per coprire tutte le ore di trasmissione, le serie vengono proposte di continuo, con un vantaggio economico, ma pure di fidelizzazione dei bambini, ai quali piace la ripetizione. E il risvolto economico si ha anche nelle attività “ancillari”, come prodotti editoriali e merchandising legati a quel personaggio dei cartoni animati. “C’è un rischio estinzione, in questo schema, dell’informazione per bambini e ragazzi a favore del puro intrattenimento, in alcuni casi demenziale”, ha annotato Aroldi riferendosi in particolare al “target scolare”, mentre “su quello prescolare c’è ancora un’attenzione di tipo educativo, investendo sull’immaginario, sulla creatività, sulla fantasia”. È possibile “produrre in modo diverso, ma deve necessariamente entrare in gioco “un livello nazionale, in cui si giochi tutta quella creatività propria della nostra tradizione e identità, che però ha bisogno di finanziamenti”.

di Francesco Rossi 

Fonte: Agensir.it