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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Lettera del Superiore Generale dei Paolini: “Tutto faccio per il Vangelo”

aprile 14, 2015 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − Commenti disabilitati

LETTERA DEL SUPERIORE GENERALE
AI CONFRATELLI DELLA SOCIETÀ SAN PAOLO

“TUTTO FACCIO PER IL VANGELO” (1Cor 9,23)

Nell’amore, in comunione e con audacia.

Carissimi fratelli,

Grazia e pace dal Signore Risorto!

Con gioia pasquale scrivo a voi questa prima lettera, due mesi dopo aver assunto il servizio che la Congregazione mi ha affidato durante il X Capitolo generale. Nonostante tutti i limiti, insieme, come Governo generale, siamo qui per servire e per portare avanti l’animazione della Congregazione, confidando soprattutto nella grazia che ci viene da Gesù Maestro e facendo anche affidamento sulla collaborazione di ognuno di voi.

Le ultime lettere annuali, scritte da Don Silvio Sassi, ci hanno aiutato ad approfondire il nostro carisma e a celebrare il Centenario di fondazione della nostra Congregazione (e dell’inizio della Famiglia Paolina) alla luce delle principali opere del nostro Fondatore. Attraverso la ricchezza degli elementi storici e carismatici che ci sono stati offerti, abbiamo fatto un percorso che ci ha portato, tra le altre cose, ad affrontare le sfide dell’evangelizzazione “con” e “nella” comunicazione, ad approfondire il significato della “predicazione scritta accanto alla predicazione orale” e ad assumere con coraggio il “progetto integrale di una nuova evangelizzazione” con i mezzi di comunicazione che abbiamo a nostra disposizione e quelli che il progresso umano ci sfida ad utilizzare.

Con questa lettera intendo invitarvi a continuare la riflessione, cioè a vedere la nostra vita e la nostra missione nella prospettiva del tema del X Capitolo generale: “Tutto faccio per il Vangelo” (1Cor 9,23). Chissà se possiamo fare di questo tema un vero programma, in modo da illuminare tutte le dimensioni della vita paolina! Il Documento finale – con la premessa, l’obiettivo, le priorità e le linee operative – è per noi la traccia da seguire nei prossimi sei anni. Però questo non impedisce che il cuore sia aperto ai segni dei tempi, ad altre iniziative che non sono state pensate e che i nuovi bisogni potranno sottoporre alla nostra decisione.

Crediamo, con il nostro Fondatore, che «chi costruisce sul Vangelo e per il Vangelo eleverà un edificio che non cadrà, nonostante i venti e le tempeste» [1]. Infatti, come apostoli-comunicatori, non ha senso fare qualcosa senza il Vangelo e senza che il Vangelo diventi in noi, prima di tutto, uno “stile di vita”.

La Pasqua nell’Anno della Vita Consacrata.

Vi invito, cari fratelli, a situare il messaggio di questa lettera alla luce della Pasqua del Signore e del tempo pasquale che si apre davanti a noi come momento di grazia. Viviamo un’occasione opportuna per unirci al Cristo Risorto e creare con Lui – nella fede, fra noi e con tutta l’umanità – una comunione che ci riempie di vita e di speranza, che ci fa vedere che «la vita è più forte della morte. Il bene è più forte del male. L’amore è più forte dell’odio. La verità è più forte della menzogna. Il buio dei giorni passati è dissipato nel momento in cui Gesù risorge dal sepolcro e diventa, Egli stesso, pura luce di Dio» [2]. Lasciamoci illuminare da questa Luce!

Un altro aspetto importante è quello dell’Anno della Vita Consacrata, riguardo al quale il magistero di papa Francesco insiste sulla gioia. Mi pare opportuno che noi viviamo questo Anno nello spirito della Pasqua del Signore, poiché giustamente è dalla gioiosa esperienza di Gesù risorto che nasce la missione. È dall’incontro dei discepoli con Lui che nasce l’annuncio. È Gesù Risorto che dice ai suoi discepoli: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).

Infatti, il vero incontro con il Signore ci apre ai fratelli, ci mette in movimento, ci spinge ad uscire dall’autoreferenzialità, ci lancia in missione. Come ci ricorda uno dei documenti emanati dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica per l’animazione dell’Anno della Vita Consacrata, «la relazione con il Signore non è statica, né intimistica: “Chi mette al centro della propria vita Cristo, si ‘decentra’! Più ti unisci a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri”. “Non siamo al centro, siamo per così dire, ‘spostati’, siamo al servizio di Cristo e della Chiesa”»[3].

Evangelizzare, nella gioia, con e nella comunicazione.

A proposito dell’evangelizzazione fatta da noi paolini, la recente Dichiarazione del X Capitolo generale parla proprio di «evangelizzare oggi nella gioia come apostoli-comunicatori e come consacrati». Utilizzando tutti i linguaggi della comunicazione, siamo chiamati a rinnovare, ogni giorno, la nostra fede e l’impegno di vivere ed annunziare il Vangelo in una cultura strettamente segnata dalla comunicazione in rete.

In un mondo sempre più globalizzato, grazie specialmente ai mezzi tecnici, tutta l’umanità sta entrando progressivamente in questo ambiente. È certo che la “cultura della comunicazione” non è un campo di evangelizzazione esclusivamente nostro. Inoltre, constatiamo sempre più spesso che ci sono istituzioni, all’interno della Chiesa, che fanno cose bellissime nel campo dell’evangelizzazione con i diversi linguaggi della comunicazione.

Che cosa, allora, ci distingue da quelli che fanno quello che anche noi facciamo e, talvolta, fanno di più? La risposta è che tutto quello che facciamo, lo facciamo da “paolini”, con uno stile di vita “paolino”, alla luce del carisma e della spiritualità ereditati dal nostro Fondatore; lo facciamo come consacrati, a partire dall’esperienza di vita comunitaria. Se perdiamo questi – e altri elementi – che ci caratterizzano, se perdiamo il nostro “colore paolino”, certamente saremo consacrati frustrati e tristi.

Per questo, dopo la celebrazione del Centenario di fondazione della nostra Congregazione, vi invito a riprendere e a ravvivare ogni giorno, nella gioia e nella speranza, il dono della vita e della vocazione che abbiamo ricevuto. Come diceva Don Alberione: «Anime liete, famiglia lieta, apostolato lieto. Le anime liete si fanno anche più presto sante» [4].

Tenendo presente la vita consacrata paolina, possiamo rinnovare, nello spirito pasquale, il nostro impegno di evangelizzare con e nella comunicazione. Fra i tanti aspetti che potrebbero essere sottolineati, in questa ottica, prendo in considerazione tre elementi che dovrebbero essere risvegliati sempre di più in ognuno di noi: amore, comunione e audacia.

Evangelizzare con e nella comunicazione “con amore”.

Il Vangelo che siamo chiamati a vivere e ad annunciare come paolini, anzitutto, è la buona notizia che nasce dalla forza dell’amore, perché Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane in Dio (1Gv 4,16). L’amore è alla base della vita di quelli che seguono Gesù. Giustamente la sequela, non solo dei religiosi, ma anche di tutti i cristiani, nasce da una decisione personale di ascoltare il Signore che dà il comandamento nuovo di amarci: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Sant’Agostino ci ricorda che Gesù ha definito la pienezza dell’amore con cui dobbiamo amarci gli uni gli altri con queste parole: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Cristo «ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16) amandoci davvero gli uni gli altri, come egli ci ha amato, fino a dare la sua vita per noi [5]. Questo vuol dire che ciò che distingue i discepoli di Gesù è, come prima cosa, l’amore che dimostrano fra loro.

Siamo paolini e non possiamo dimenticare come l’amore che costruisce la vita fraterna è un aspetto importante del messaggio dell’apostolo Paolo, fedele discepolo del Divino Maestro. Lui annuncia il Vangelo con tutti i mezzi disponibili nella sua epoca, perché, prima di tutto, fa l’esperienza della grazia, che è frutto dell’amore di Dio riversato su di lui. Per questo può dire: «Questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,20). Al tempo stesso è consapevole che questo amore non è intimistico, «non è invidioso, non si vanta, non si gonfia di orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4-7).

Per noi religiosi è una grande sfida; è un segno profetico testimoniare l’amore a partire dalla vita comunitaria, che deve diversificarsi dal ragionamento mercantilistico e dall’individualismo. Come sappiamo, non basta vivere insieme sotto lo stesso tetto; anche in un albergo si vive così. Non basta stare insieme facendo una buona opera, anche se nel campo della comunicazione. Tante ONG fanno belle cose, ma non per questo si caratterizzano come comunità religiose. Vivere in comunità esige da noi la testimonianza dell’amore, dimostrato nei rapporti umani concreti di rispetto, di perdono, di accoglienza, di misericordia e di servizio ai fratelli.

Soltanto se i rapporti umani sono segnati dall’amore, saremo testimoni credibili di Gesù. Papa Francesco ci aiuta a riflettere su questo aspetto quando scrive: «… mi fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano una implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti?» [1].

Infatti, «se nel nostro cuore non c’è il calore di Dio, del suo amore, della sua tenerezza, come possiamo noi, poveri peccatori, riscaldare il cuore degli altri?» [2]. Per questo, fratelli, sui passi dell’apostolo Paolo e del nostro Fondatore, sforziamoci di «amare tutti, pensare a tutti, operare con lo spirito del Vangelo che è universalità e misericordia» [3].

Il beato Giacomo Alberione scriveva nel suo diario giovanile che «la vita senza amore è arida, triste, cinica, scettica, arrabbiata» [4]. Dovremmo, allora, interrogarci sull’intensità dell’amore in noi e fra di noi. L’Anno Santo della Misericordia, annunciato dal Santo Padre [5], sarà un tempo opportuno non solo per annunciare il messaggio della misericordia di Dio agli altri, ma anche per viverla fra noi.

L’amore ci fa vivere da fratelli e crea un clima di famiglia nelle comunità. È molto attuale ciò che già diceva il nostro Capitolo generale speciale: «Soltanto quando una comunità riesce a vivere in un clima di famiglia, in cui ognuno è solidale con gli altri, ognuno è disponibile per portare i pesi degli altri (cf Gal 6,2); ognuno sa gioire con coloro che gioiscono e sa piangere con coloro che piangono (cf Rm 12,15); soltanto allora noi possiamo superare il vuoto dell’isolamento, la stanchezza, i turbamenti, le sconfitte, le ferite e tutte le forze eversive della nostra integrità spirituale» [6]. Che il Signore ci aiuti ad amare davvero!

Evangelizzare con e nella comunicazione “in comunione”.

Il Vangelo è l’annuncio dell’amore che genera comunione. Nel parlare di amore e di comunione viene alla nostra mente l’immagine del “Dio-Trinità”. Ossia, un Dio unico, in tre Persone, unite nell’amore e che vivono in continua comunione: il Padre creatore, il Figlio redentore e lo Spirito Santo santificatore. Sono tre soggetti che dialogano fra loro, si amano e si relazionano a vicenda, in perfetta comunicazione.

Questo è un punto importante, per quanto riguarda il nostro carisma. Il vero amore genera comunione e, per conseguenza, fa aprire alla comunicazione. Infatti, la prima accezione di comunicazione, apparsa nel secolo XII (1160), proviene dal latino e rimanda all’idea di comunione, all’idea di condivisione. Soltanto nel secolo XVI comincia ad acquistare anche il senso di trasmissione, diffusione, collegato allo sviluppo delle tecniche, cominciando dalla stampa [7]. Pertanto, la comunicazione, anzitutto, è sempre ricerca dell’altro e sforzo di condividere che fa crescere la comunione.

È certo che per noi paolini la diffusione è molto importante, in quanto riguarda la nostra missione di diffondere la Parola di Dio con tutti i linguaggi della comunicazione. Dobbiamo fare questo, e bene! Però, il nostro carisma esige anche un impegno personale, da parte nostra, ad essere uomini di comunicazione, come già ci ammoniva il VI Capitolo generale, e che comprende la comunicazione con il Dio-Trinità, con noi stessi e con gli altri.

Gesù è il primo modello e il primo metro di misura della nostra comunicazione. Su questa verità non sono necessarie molte parole. Basta vedere, nei vangeli, come era il suo rapporto con il Padre, con se stesso e con gli altri. Nei rapporti con le persone «mostrava rispetto per i suoi ascoltatori, simpatia per le loro situazioni e necessità, compassione per le loro sofferenze e una determinazione risoluta a dire loro ciò che avevano bisogno di udire, in modo da catturare la loro attenzione e aiutarli a ricevere il messaggio, senza coercizioni e compromessi, inganni e manipolazioni» [8].

L’apostolo Paolo è discepolo di Gesù anche come uomo di comunicazione, nel vero senso di “promotore di comunione”. Sono molti i passaggi, nelle sue lettere, dove lui insiste sulla comunione come requisito importante della comunità cristiana. Utilizzando l’immagine del corpo, ci fa vedere che la comunione non significa uniformità. Scrive infatti: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6).

Noi paolini, evangelizzatori-comunicatori, siamo chiamati a fare della comunità un luogo di comunione e a vivere l’unità nella diversità dei doni, nonostante i nostri limiti. Per questo, come ci ricorda il nostro Fondatore, abbiamo necessità di esercitare molta abnegazione. Infatti, «la diversità di temperamenti, di età, di abitudini, di idee, di esperienze, di occupazioni e di tendenze, ecc., è sempre causa di reciproche sofferenze. È sempre perciò necessario saper essere tolleranti, rinunziare alle proprie vedute, riconoscere i propri torti, fare qualche cortesia, ecc.: tutto questo richiede un’abnegazione universale» [9].

Sappiamo che nelle comunità dove non si hanno rapporti fraterni, dove manca il dialogo, l’apostolato non va avanti e, purtroppo, si ferma. La comunione fra noi è fondamentale per l’esito della nostra missione e per essere credibili sia davanti ai nostri collaboratori laici sia davanti ai nostri destinatari. Allora, «comprendersi e amarsi: “Congregavit nos amor Christi unus”; darsi vicendevolmente aiuto di preghiera e di collaborazione. Gli egoismi personali distruggono la vita di comunità; gli egoismi sociali, politici, familiari, distruggono addirittura gli istituti, od almeno li condannano alla sterilità» [10].

Una delle linee operative del X Capitolo, in ordine alla vita comunitaria, recita: «Costruire le nostre comunità secondo lo spirito di san Paolo nella testimonianza di una vita donata a Dio, nella comunione fraterna e nella sinergia apostolica» (2.1). Con lo sforzo di ognuno, si possono costruire comunità di questo genere per migliorare sempre di più la qualità della nostra vita e per portare avanti la missione.

Evangelizzare con e nella comunicazione “con audacia”.

Nell’amore, che genera la comunione, siamo chiamati a entrare nella dinamica di una “chiesa in uscita”, su cui insiste papa Francesco. Anche il nostro X Capitolo generale ha dichiarato: «Siamo Chiesa e vogliamo essere, con la Chiesa, una Congregazione “in uscita”, “in cammino” per metterci accanto ai “nuovi macedoni” (cfr. At 16,9) che ci interpellano: le attuali folle senza pastore, le minoranze dimenticate, gli esclusi, i malati di ogni infermità, i calpestati sociali, i giovani inascoltati o vittime delle moderne dipendenze, i senza lavoro e i migranti, gli affamati di pane e di verità, coloro che hanno escluso Dio dalla loro esistenza, coloro che hanno perso il senso della vita …» (Documento finale, Introduzione, 4).

Soltanto “uscendo” dall’autoreferenzialità, ossia dal nostro mondo personale, dalla realtà di una comunità chiusa in se stessa e da una Congregazione che guarda soltanto i suoi problemi o i suoi successi, potremo avanzare. Soltanto guardando il mondo che cambia e assumendo i nuovi linguaggi della comunicazione potremo aggiornare il nostro apostolato per arrivare ai destinatari di questo secolo. Come già diceva il nostro Fondatore: «I tempi camminano; è inutile dire: “Una volta questo non c’era, non si faceva così …“. Le anime di “una volta” sono già o in Paradiso o all’Inferno; dobbiamo salvare le anime di oggi. Tutti i santi hanno fatto così» [11].

Allora c’è bisogno di audacia. Audacia significa “avere coraggio”, cioè, “non avere paura di fare cose nuove”. Pertanto, occorre avere coraggio di cambiare le iniziative e le strutture che non rispondono più alle esigenze del nostro tempo e cercare nuove forme per attuare il nostro carisma. Forse possiamo parlare di “parresia” apostolica. «Parresia è la libertà e il coraggio di un’esigenza apertasi all’azione della parola di Dio e che in essa si mette a disposizione di Dio e del prossimo» [12]. È predicare impavidamente, parlare con coraggio e senza paura. Gesù ci chiama ad essere apostoli audaci, non soltanto con i mezzi, ma anche con i contenuti. Il mondo necessita di apostoli pieni di “parresia”, che annunziano il Signore Gesù con tutta la forza che Lui irradia.

Senza audacia, accompagnata dalla sua sorella: la “creatività”, nell’evangeliz­zazione corriamo il rischio di fare le stesse cose che sempre abbiamo fatto e di arrivare alle stesse persone cui siamo sempre arrivati. Ovviamente, non conviene abbandonare coloro che tradizionalmente sono i destinatari del nostro apostolato. Occorre, però, fare sempre di più e andare a cercare sempre i più lontani, specialmente nelle periferie.

Audacia, tuttavia, non significa fare cose grandiose e costose. In questo c’è bisogno di attenzione e prudenza per non fare “dei passi più lunghi della gamba”. Ci sono molte piccole iniziative che possono essere adottate nel campo della stampa, della radio, della televisione (in certi casi particolari anche con mezzi neutri), nell’ambiente digitale, nella formazione, nel campo biblico e comunicazionale, ecc.

Infine, non possiamo dimenticare l’aspetto organizzativo, specialmente quando si tratta di elaborare progetti e di lavorare in équipe, perché parlare di “congregazione in uscita” non significa che ciascuno debba andare dove vuole. Siamo una “congregazione religiosa”, pertanto le iniziative apostoliche hanno senso quando rientrano in un progetto organico nel quale le persone sono coinvolte con propri compiti e responsabilità, senza bloccarne la creatività.

Anche su questo fronte possiamo dire che è necessaria l’“audacia” per cambiare la metodologia di lavoro. Diceva il nostro Fondatore: «Sia unito l’apostolato, per tutta la Congregazione. Centro unico: tutto lì, fermamente, senza lasciarsi guidare da piccoli interessi o da vedute particolari: tutto questo deve scomparire nel bene comune, universale. C’è un bene universale da conseguire, il quale è da anteporsi a qualsiasi bene privato: questo è obbligo, non consiglio; è obbligo religioso» [13].

In conversione, sul cammino di Emmaus.

L’amore, la comunione e l’audacia sono tre aspetti della nostra vita paolina che, per essere messi in pratica, necessitano della conversione, ossia di cambiare gli atteggiamenti che vanno contro di essi. È proprio questo che l’Obiettivo generale 2015-2021 del Documento finale del X Capitolo Generale afferma: «Attenti ai segni dei tempi, rinnovare lo slancio della nostra missione apostolica convertendo noi stessi, le nostre comunità e le nostre strutture apostoliche per arrivare a tutti, specialmente alle periferie, servendosi anche dei nuovi linguaggi della comunicazione”.

Parlando della conversione, mi pare opportuno ricordare almeno i punti principali del discorso del Papa alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi dell’anno scorso. Francesco elenca una serie di malattie che devono essere sanate, perché la Curia sia testimone credibile oggi nel mondo. Sicuramente il discorso è indirizzato a tutte le persone che operano nei diversi organismi della Chiesa; in realtà tali malattie e tentazioni sono un pericolo per tutti, anche per noi che cerchiamo di rispondere alla chiamata di Dio nella vita consacrata paolina.

Nella scia di quel discorso, chiediamo al Signore che liberi ciascuno di noi dal sentirsi “immortale”, “immune” o addirittura “indispensabile”; dall’eccessiva operosità; dall’“impietrimento” mentale e spirituale; dall’eccessiva pianificazione e dal funziona­lismo; dal cattivo coordinamento; dall’“alzheimer spirituale”; dalla rivalità e dalla vanagloria; dalla schizofrenia esistenziale; dalle chiacchiere, dalle mormorazioni e dai pettegolezzi; dal divinizzare i capi; dall’indifferenza verso gli altri; dalla faccia funerea; dall’accumulare; dai circoli chiusi e dal profitto mondano; dagli esibizionismi [14].

Infine, nella luce del tempo pasquale, vi invito a far memoria dei due discepoli che, sconsolati, erano in cammino verso Emmaus. I due conversavano su ciò che era accaduto a Gerusalemme e si scaricavano addosso l’uno la tristezza dell’altro; il buio del cuore e il rimpianto non permettevano di percepire Gesù in quel viandante che camminava accanto a loro. Erano talmente accecati dal loro dolore e dal malumore che non riconobbero Gesù, anche quando «spiegò loro in tutte le scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,27), sebbene «i loro cuori ardessero» (Lc 24,32). Soltanto quando Gesù prese il pane, lo benedisse, spezzò e condivise, gli occhi dei discepoli si aprirono e lo riconobbero.

Carissimi fratelli, accogliamo la presenza di Gesù Risorto. Egli è vivo anche in mezzo a noi, specialmente nella sua Parola e nell’Eucaristia. A partire da questa esperienza pasquale, possiamo costruire un cammino insieme, unendo le forze per portare avanti la missione sulle “quattro ruote del carro paolino” (santità, studio, apostolato, povertà). Come hanno fatto i discepoli di Emmaus dopo aver riconosciuto Gesù allo spezzare del pane, allontaniamo da noi i pensieri negativi e lasciamo che la luce del Risorto illumini le situazioni di buio che, alcune volte, cercano di offuscare il cammino. Andiamo avanti con coraggio, con amore, con audacia e in comunione, proseguendo sulla strada che Don Alberione ha aperto a noi e a tutta la Famiglia Paolina, «sempre tenendo lo sguardo rivolto a vasti orizzonti» [15].

Maria, Regina degli Apostoli e San Paolo Apostolo siano i nostri intercessori nella sfida di vivere e di annunziare Gesù Maestro Via, Verità e Vita, in fedeltà creativa al carisma ereditato dal nostro Fondatore.

Una santa e felice Pasqua a tutti!

Fraternamente.

Roma, Sabato Santo, 4 aprile 2015

131º della nascita del beato Giacomo Alberione

Don Valdir José De Castro, SSP

Superiore generale

 

 

[1] Papa Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, 2013, n. 100.

[2] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Rallegratevi, cit., n. 6.

[3] Giacomo Alberione, Ut perfectus sit homo Dei [UPS], a cura del Centro di Spiritualità Paolina, Cinisello Balsamo (Milano), 1998, IV, 118.

[4] Giacomo Alberione, Sono creato per amare Dio, Roma, Casa Generalizia della Pia Società San Paolo, 1980, n. 4.

[5] L’Anno Santo della Misericordia inizierà nella prossima solennità dell’Immacolata Concezione (8 dicembre 2015) e si concluderà il 20 novembre 2016, Domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo.

[6] Documenti Capitolari, Capitolo Generale Speciale 1969-1971, Roma, Casa Generalizia della Società San Paolo, 1971, n. 276.

[7] Dominique Wolton, Pensar la comunicación. Buenos Aires, Prometeo Libros, 2007, p. 37.

[8] Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, Etica nelle Comunicazioni Sociali. Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2000, n. 32.

[9] Giacomo Alberione, UPS, cit., IV, 221.

[10] Giacomo Alberione, UPS, cit., I, 382.

[11] Giacomo Alberione, Alle Figlie di San Paolo, 1946-1949, cit., p. 576.

[12] Documenti Capitolari, cit., n. 263.

[13] Giacomo Alberione, Alle Figlie di San Paolo, 1940-1945, Roma, FSP-Casa Generalizia, 2000, p. 325.

[14] Cfr. Papa Francesco, Discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, 22 dicembre 2014.

[15] Papa Francesco, Discorso alla Famiglia Paolina, 27 novembre 2014.

[1] Giacomo Alberione, Anima e corpo per il Vangelo, Cinisello Balsamo (Milano), Edizioni San Paolo, 2005, p. 23.

[2] Benedetto XVI, Omelia, Sabato Santo, 7 aprile 2012.

[3] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Rallegratevi. Lettera circolare ai consacrati e alle consacrate, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2014, n. 5.

[4] Giacomo Alberione, Alle Figlie di San Paolo, 1946-1949, Roma, FSP-Casa Generalizia, 2000, p. 502.

[5] Sant’Agostino, Trattati su Giovanni, 84, 1-2; CCL 36, 536-538.