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Tutelare i giornalisti che lavorano in zone di guerra

maggio 28, 2015 − by settimanadellacomunicazione − in News, Senza categoria − Commenti disabilitati

Novantaquattro morti e 337 imprigionati: tanti sono i giornalisti che, tra il 2014 ed il 2015, hanno perso la vita o la libertà mentre operavano in zone di conflitto. A ricordare la loro importanza ed il loro “enorme contributo al mondo” è stato mons. Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, intervenuto (27 maggio), a New York, nell’ambito di un dibattito del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dedicato proprio alla tutela dei giornalisti nelle situazioni di conflitto.

Secondo il presule ““Non ci sono scuse perché le parti in causa di un conflitto non rispettino e proteggano i giornalisti”, poiché “i media sono al servizio del bene comune” e “l’informazione è uno dei principali strumenti della partecipazione democratica”, è un mezzo “fondamentale e necessario per la comunità umana”. I giornalisti di guerra, continua mons. Auza, “offrono un’ancora di salvezza a coloro che sono intrappolati dietro le linee nemiche o colpiti dal fuoco incrociato”.

Mons. Auza sottolinea anche che la rilevanza di tali reporter “continua a crescere nel mondo attuale, sempre più interconnesso”. Il progresso tecnologico, infatti, rende le comunità di tutto il mondo “smaniose di ricevere notizie constanti dalle zone di guerra”. E se ciò è un bene per “la promozione della solidarietà globale e degli aiuti umanitari nei confronti delle vittime”, allo stesso tempo rappresenta “una difficoltà” quando si tratta di “valutare l’obiettività dell’informazione ricevuta”. Infatti, spiega l’Osservatore permanente, le parti coinvolte nel conflitto non possono ritenersi “fonti affidabili di un’informazione obiettiva”. Ed è qui che emerge “la fondamentale importanza dei giornalisti dediti alla verità ed alla promozione del bene comune”. Ed è sempre qui che si comprende “il grave rischio” che uno dei contendenti voglia “specificatamente colpire un giornalisti fedele al suo dovere di cronaca obiettiva”.

Ma anche i cronisti devono fare la loro parte: essi devono, innanzitutto, “usare il tatto, in particolare nelle situazioni in cui il dovere di essere obiettivi si scontra con il rispetto dei valori culturali e del credo religioso di una popolazione coinvolta in una guerra”. Infatti, spiega il presule, “mentre la mancanza di informazione obiettiva è un disservizio alla verità e può mettere a rischio le vite e le politiche di un Paese, la mancanza di rispetto per la cultura e la religione può esacerbare il conflitto stesso”.

Infine, mons. Auza rivolge un pensiero a tutti gli operatori che “sono in prima linea affinché il grido delle vittime dei conflitti possa essere udito e la voce di chi desidera la pace possa avere eco”. Ma soprattutto – è l’auspicio finale del presule – “bisogna lavorare tutti insieme per bandire le guerre ed i conflitti, affinché nessuno debba mai rischiare la vita e l’incolumità fisica”.