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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Come Pietro lanciamo le nostre reti

ottobre 21, 2015 − by settimanadellacomunicazione − in Reti sociali − Commenti disabilitati

Parola d’ordine. Vivere la Rete! Rete intesa come web e in particolare parliamo di “Reti sociali”, meglio conosciuti come Social Network. Odiati o amati a seconda della generazione, se nativi o immigrati digitali non importa, quello che conta è fare rete. Ma come si vive e si costruisce questa rete? Una immagine, questa, carica di significato e che evangelicamente parlando ci ricorda quelle reti che Gesù spronò a gettare ancora una volta a Pietro, quando l’apostolo si trovava sulla barca al termine di una notte infruttuosa e che poi si riempirono di pesci. Ma il web può essere paragonato anche a una porta o meglio a una piazza/agorà, tipica della cultura mediterranea, da sempre parte integrante e fondamentale della vita civile delle nostre città. Oggi questo spazio, che si popola di persone virtuali, ci stimola a riflettere sul nostro ruolo di comunicatori, valorizzando pregi e difetti di questi strumenti comunicativi. Oramai dobbiamo riconoscere che sempre di più la delicata questione dei social media è entrata di diritto nel dibattito culturale, e per chi lavora con i nuovi mezzi di comunicazione il tema non può essere eluso.

Nel giro di pochi anni i social network sono diventati parte integrante della nostra vita e chi non ne vuole entrare a far parte è conscio che sarà escluso da una buona parte di processi comunicativi. Basti pensare all’uso dei social direttamente sui nostri dispositivi mobili, che certo ci permettono di non interrompere mai il nostro processo comunicativo, come se stessimo vivendo in un perenne flusso di immagini, parole ed avvenimenti, ma al tempo stesso a rinunciare alla nostra privacy. Con il wifi libero si può essere informati in tempo reale di quello che succede stando dall’altra parte del mondo. L’altra faccia della medaglia è che non riusciamo più a godere di un tramonto senza scattare una foto o a guardare un film senza rispondere all’amico su WhatsApp, andando nel panico se dove ci troviamo non c’è “campo”. Dunque la perenne reperibilità ha indotto a diventare tutti dei comunicatori accaniti, velocizzando i nostri stili di vita. Al tempo stesso la comunicazione da verticale si è trasformata in orizzontale e, come insegna un noto movimento politico, la rete, ovvero il popolo, ha l’ultima risposta. Ma questo popolo va guidato, o meglio indirizzato, proprio da chi è comunicatore per vocazione.

Multiformi e variegate, queste “protesi” tecnologiche dovrebbero aiutare chi lavora nella comunicazione e non disorientare. A chi critica l’aspetto ambiguo che potrebbero rappresentare i social network, mi sento di rispondere con una frase che amava ripetere il beato Giacomo Alberione, fondatore della Famiglia Paolina: «Ricordatevi che voi siete nel mondo e non del mondo». Dunque esserci, con coscienza e rispetto, ovvero con discrezione e – oserei dire – anche con discernimento. Tecnica, questa, tipica di un percorso spirituale, che in particolare chi intraprende la vita consacrata conosce bene. Quindi, chi comunica non può e non deve farsi fagocitare dalla potenza e dal fascino che i media nascondono. Nel flusso comunicativo troviamo di tutto e oramai la bibbia dell’uomo moderno è diventato il noto Google, in cui però si può trovare di tutto e di più. Comprendere che chi sa comunicare bene è anche colui che sa quando e come farlo, e che soprattutto si ritaglia spazi di silenzio, perché «Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora, o perché provoca un certo stordimento, o perché, al contrario, crea un clima di freddezza; quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato»1.

Condividere il nostro quotidiano non basta, ma dobbiamo lanciare spunti di riflessione e dibattito, che possano aiutare a rafforzare la nostra identità cristiana. Una rete affamata di volti, ma che troppo spesso è carente di contenuti e indifferente riguardo alle sensibilità personali, basti pensare al fenomeno del cyberbullismo. Non possiamo continuare a pensare che la rete sia un duplicato della nostra esistenza; lì dobbiamo essere noi stessi e alimentare i nostri processi comunicativi partendo dal nuovo umanesimo, che caratterizza il fare cristiano. Pertanto, quelle reti gettate da Pietro oggi sono reti invisibili, che corrono sui fili sottili dell’etere e che noi, operatori della comunicazione sociale, siamo chiamati a colmare di concetti e utilizzare al meglio, per poter raccogliere nuovi pesci. Se l’avvento dei social media ci sta spingendo sempre più a un cambiamento, non solo delle nostre abitudini e del nostro modo di vivere ma anche di lettura del mondo, non possiamo rimanerne estranei. Per questo, chi opera nella cultura e nella comunicazione sociale deve essere conscio che questi linguaggi non devono spaventare e disorientare, ma arricchire chi è alla ricerca del Vangelo e veicolarne il suo messaggio.

1 Benedetto XVI, Messaggio per la XLVI Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali 201

di Francesca Baldini

Giornalista e Cooperatrice paolina

Dal Bollettino Paoline online