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La guerra va spogliata di tutto e raccontata nella sua crudelta': polvere, sangue, fame

gennaio 11, 2016 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

di Fulvio Scaglione, Vice direttore di Famiglia Cristiana

Ho incontrato la guerra, da giornalista, in Somalia, all’inizio degli anni Novanta. La dittatura di Siad Barre, cominciata nel 1969, aveva lasciato il campo a una serie di scontri tribali di stampo primordiale, con l’ex ministro della Difesa Mohammed Farah Aidid a costruirsi la fama del nuovo uomo forte. Il Somaliland aveva annunciato la secessione, muoversi per il Paese voleva dire rischiare la vita. Accolto e ospitato nel rifugio per bambini e centro sanitario di Save the Children, la notte guardavo Mogadiscio, più in basso, illuminarsi delle raffiche di traccianti rossi, gialli e verdi che venivano sparati di quartiere in quartiere, abbattendosi su monconi di palazzi, baracche di lamiera, veicoli, persone. Spesso, su quelle donne e quei bambini con la pancia gonfia che lottavano per sopravvivere anche alla carestia.
Ero inesperto, e incline a cedere al fascino della guerra. Perché chiunque faccia questo lavoro sa che lo spettacolo degli uomini impegnati ad ammazzarsi può ipnotizzare. Dobbiamo proprio a questo anche una certa retorica giornalistica di kefiah e grigioverdi fin troppo esibiti, l’enfasi del “qui ci sono solo io!” , gli inviati “embedded” e tutte quelle cose che abbiamo imparato a conoscere.
Presi il vaccino qualche anno dopo, in Russia. Nel 1993 ci fu il clamoroso scontro politico tra il presidente Boris Eltsin, che voleva proseguire a tappe forzate con le privatizzazioni e il passaggio all’economia di mercato, e il Parlamento. Scontro brutalmente concluso con il bombardamento del Parlamento da parte delle truppe corazzate fatte intervenire dal Cremlino. Abitavo a un chilometro dal Parlamento assediato e la mattina del giorno decisivo andai a parlare con i carristi che, seduti sui tank, aspettavano ordini. Molti di loro non sapevano perché né per chi fossero accorsi, ma qualche ora dopo sparavano sull’edificio del potere legislativo.
Poi, nel 1994, scoppiò la prima guerra di Cecenia. Gli scontri erano cominciati l’11 dicembre con il bombardamento dei russi sul capoluogo Grozny, quindi si combatteva d’inverno. Avevo trovato una stanza presso una famiglia di Nazran’, in Inguscetia, e in un’ora e mezza di automobile, pagando un tizio esperto delle strade, riuscivo ad arrivare a Grozny. Succedeva che i posti di blocco dei russi e dei ceceni distassero poche centinaia di metri e che soldati e guerriglieri si dessero la voce per annunciare l’arrivo dell’auto con il giornalista. Ma i morti erano veri e i cadaveri giacevano lungo quelle stesse strade, abbrutiti e contratti dal gelo. Di tanto in tanto i giganteschi elicotteri russi da combattimento si abbassavano a controllare e poi si rialzavano, scuotendo con il rombo e lo spostamento d’aria il nostro piccolo veicolo, uscito dalle catene di montaggio di Togliattigrad.
Non so che cosa ci fosse di così diverso, tra la Somalia e la Russia e la Cecenia. Forse il fatto che una guerra spietata in Africa potesse sembrare, a un giornalista che doveva ancora farsi le ossa, una cosa “loro” mentre una guerra civile a Mosca o in Cecenia, dove morivano soldati russi uguali ai figli di tanti nostri conoscenti e ceceni uguali a quelli che, al mercato vicino alla Stazione di Kiev, a Mosca, ci vendevano frutta e verdura, fosse innegabilmente una cosa “nostra” e solo “nostra”.
È banale, mi rendo conto. Ma passando via via dalla Russia all’Afghanistan e poi all’Iraq, attraversando tante Palestine fino all’intifada dei coltelli, il Libano, la Siria dell’altro ieri, mi sono progressivamente convinto che una buona cosa che potremmo fare noi giornalisti è raccontare la guerra nella sua lurida banalità, senza gli orpelli da audience che qualche volta ci concediamo. L’essenza della guerra non è nelle battaglie o nelle incursioni o nei droni o nelle brillanti strategie. È nella polvere, nel sangue, nella fame, nelle storie di ordinaria miseria e disgrazia che essa produce e che la circondano da ogni lato. Nella prima guerra mondiale, il 15% delle vittime era costituito da civili. Nella seconda guerra mondiale la percentuale crebbe fin quasi al 60%. Nell’Iraq dell’invasione anglo-americana del 2003 siamo arrivati all’80%. Le guerre odierne hanno i civili come vittime, e i militari come vittime collaterali, ma noi continuiamo a raccontarle come se succedesse il contrario. La guerra andrebbe spogliata di tutto, insomma, e ridotta a ciò che davvero è: persone che ammazzano altre persone, e ne fanno soffrire moltissime altre.
In Afghanistan sono andato per la prima volta nel 1997, con i talebani insediati in gran parte del Paese. Kabul, la capitale, era in rovine dopo vent’anni di guerre: contro i sovietici, tra le fazioni, dei talebani contro le fazioni e i signori della guerra. Ero con un grande fotografo, Nino Leto, e nella città dei burqa e dei roghi di libri e musicassette nessuno ci diede fastidio. In una casa fatta con tanto fango e qualche mattone incontrammo un ragazzo che era saltato su una delle migliaia e migliaia di mine inesplose. Aveva perso una gamba, stava imparando a usare le stampelle. Con grande fatica si trascinò fino a uno scaffale, tirò fuori un pane e ce lo offrì. Eccola, la guerra.

(Fulvio Scaglione è Vice direttore di Famiglia Cristiana e responsabile dell’edizione online del giornale. Inviato di guerra, è stato corrispondente da Mosca, ha seguito le vicende della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, dell’Afghanistan e poi dell’Iraq e del Medio Oriente)

(fonte: http://www.copercom.it/)