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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
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L’informazione che non conosce la misericordia

aprile 12, 2016 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

I principi cardine del diritto-dovere di cronaca sono il rispetto della verità sostanziale dei fatti, la salvaguardia della dignità dei soggetti di cui si parla e la forma civile dell’esposizione, cioè la scelta di uno stile narrativo adeguato al contenuto. Dentro il perimetro segnato da questi tre paletti si devono muovere i giornalisti e gli operatori dell’informazione, che svolgono un’attività professionale da considerare innanzitutto un servizio (al) pubblico. Purtroppo in molti casi il sensazionalismo e la spettacolarizzazione delle vicende di attualità prevalgono su questi sacrosanti principi, oltre che su quelli dettati dal buon senso.

L’ultimo caso riguarda la vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e massacrato in Egitto, su cui restano ancora molti domande aperte e altrettanti dubbi sulle versioni fornite dalle autorità locali. Al di là delle considerazioni politiche riguardanti il rapporto dell’Italia con quel Paese e le difficoltà degli inquirenti nel trovare una verità plausibile, hanno lasciato pesante traccia le modalità con cui tutte le principali testate giornalistiche hanno diffuso e amplificato particolari raccapriccianti sul modo in cui il giovane è stato seviziato e ucciso.

Di quello che Giulio ha subito abbiamo saputo tutto, compresi i particolari più scabrosi. La giustificazione avanzata da chi sostiene che questa dovizia di elementi ha permesso di capire la ferocia a cui il poveretto è stato sottoposto non regge. La conoscenza di questi dettagli ha forse prodotto un’informazione migliore? Qual è, in generale, il confine fra cronaca e speculazione giornalistica? Il principio dell’essenzialità dell’informazione ha ancora un senso e un valore?

L’informazione non dev’essere soltanto un prodotto da smerciare nella maggior quantità possibile e a qualunque costo, ma deve conservare la sua peculiarità di attività svolta da persone, che parla di persone, rivolta ad altre persone. Se al centro dell’informazione non c’è più la persona ma il mercato, l’attività giornalistica tradisce la sua stessa missione pubblica e l’informazione diventa disinformazione o, peggio, deformazione della realtà e di come essa viene percepita dai destinatari.

La legge sulla stampa e la deontologia dei giornalisti vietano non solo di pubblicare fotografie e immagini che mostrino particolari raccapriccianti, ma anche di descriverli dettagliatamente a parole, per lo stesso motivo: non bisogna turbare il sentimento della morale comune e bisogna sempre e comunque rispettare la dignità della persona, anche dopo la sua morte. Il caso di Giulio Regeni non è il primo e, purtroppo, non sarà nemmeno l’ultimo in cui l’informazione sconfina nella morbosità e in una sorta di “pornografia della violenza e del dolore”.

I giornali e, soprattutto, la televisione ci hanno abituato in questi ultimi tempi a raccontare la cronaca nera con modalità sempre più speculative e con sempre minore “pietas” verso i diretti interessati. Si scava senza ritegno nell’intimità di vittime, assassini e protagonisti di contorno, si sbattono in faccia al pubblico gli elementi più scabrosi e personali, si spacciano come verosimili anche le ipotesi più assurde, si lascia sempre qualche spiraglio di mistero per poter riprendere il discorso nella puntata o nell’edizione successiva. Tutto, naturalmente, per incrementare l’audience o le vendite colpendo direttamente l’emotività di spettatori o lettori.

Un po’ di sana misericordia verso le vittime e verso il pubblico stesso renderebbe l’informazione migliore, da tutti i punti di vista.

Marco Deriu, giornalista, docente di Teoria e tecnica delle Comunicazioni presso l’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano