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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

A padre Rupnik il premio Comunicazione e cultura 2016

maggio 24, 2016 − by settimanadellacomunicazione − in Comunicazione − Commenti disabilitati

“Siamo chiamati a comunicare da figli di Dio con tutti”, perché “la comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società”. Così Papa Francesco nel suo messaggio per la 50.ma Giornata mondiale delle comunicazioni sociali introduceva il rapporto tra queste e la misericordia. Un incontro fecondo, in cui comunicare vuol dire condividere e quindi ascoltare. Mons. Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione: “Il Papa parla dell’’ascolto’ – ascolto che è un atto di umanità, un atto di incontro con l’altro. L’ascolto è anche un limite all’esondazione del sé, è un martirio di sé per dare voce e spazio all’altro. E l’ascolto sappiamo anche che raffina i sensi, perché quando si predispone attraverso il silenzio – parte integrante della comunicazione – allora la parola nasce da un radicamento profondo”.

Comunicare una visione della società radicata nella misericordia non è un’utopia, spiega ancora mons. Viganò: “Significa raccontare i fatti aprendo sempre la possibilità di uno spazio di speranza, di orizzonte di futuro. Cioè, la comunicazione che è intrisa di misericordia è quella comunicazione che, pur denunciando il male, pur raccontando le ferite di una società e le distrazioni di un popolo, sa anche indicare l’orizzonte luminoso di un futuro, che è un futuro di accoglienza, solidarietà e dialogo. Anche la Rete è luogo di misericordia: questo ce lo ricordava addirittura anche Papa Benedetto, quando in qualche modo spiegava che c’è sempre il cuore di un operatore o il cuore di un cibernauta che deve prevalere sull’aspetto tecnologico. Comunque, sono persone che si parlano, si incontrano, e quindi anche in questo deve prevalere non la logica dell’emozione semplicemente, ma proprio il desiderio dell’incontro con l’altro, per aprire un desiderio, che è il desiderio di Dio”.

Compito dei media è, quindi, colmare le distanze tra centro e periferia, mentre per i giornalisti l’unica rivoluzione possibile è quella che parte dai cuori, in cui il “come” si comunica è importante quanto il “cosa”. Andrea Tornielli, vaticanista della Stampa:

“Io credo che, nell’ottica del giornalista, significhi scendere dal piedistallo del proprio io, del proprio pregiudizio, e tenere conto che si può ferire molto con la parola. E, possibilmente, credo significhi comunicare di avere sempre di fronte le persone in carne e ossa, non soltanto quelle a cui si comunica una notizia, ma anche quelle di cui si parla. Pensando, infatti, di averle sempre di fronte agli occhi, come se si fosse in quel momento insieme, credo si favorisca un tipo di comunicazione, un linguaggio, un atteggiamento che è sempre rispettoso della dignità delle persone”.

L’arte, come ogni comunicazione, è anche una forma di inclusione. Lo spiega padre Marko Ivan Rupnik, che per il logo del Giubileo della Misericordia ha scelto proprio un abbraccio, quello del padre che si carica sulle spalle l’uomo smarrito:

“L’arte vera è sempre espressione di una vita. E allora, se la vita ha esperienza di essere inclusi, di essere abbracciati in una comunione, abbraccia. Se un’arte è espressione dell’individuo, fa ammirare l’individuo, ma non abbraccia. Il grande poeta russo Ivanov, infatti, dice: “Ciò che si è, si fa vedere nelle relazioni”. E l’arte è una rete di relazioni. Romano Guardini diceva: “L’opera d’arte è uno spazio d’incontro, se io vado lì con un’apertura, abbraccerò qualcuno”.

(fonte: Radio Vaticana)