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51a Giornata delle Comunicazioni Sociali
28 maggio 2017
Tema: Comunicare speranza e fiducia
nel nostro tempo

Qualche criterio per la pastorale della comunicazione nell’ambiente digitale

marzo 28, 2017 − by settimanadellacomunicazione − in Evangelizzazione − Commenti disabilitati

Condivido qualche criterio pastorale, frutto di una riflessione sulla Teologia Pastorale, sul magistero pontificio e sull’analisi del nuovo ambiente comunicativo. Questa analisi e la sua relativa proposta, hanno come punto di partenza il Principio dell’Incarnazione, e cioè che Dio agisce costantemente nel mondo e che Cristo è presente nella società attraverso la sua Chiesa; con questo sguardo di fede abbiamo analizzato l’azione ecclesiale che ci fa scoprire le tracce di Dio nella vita di ogni giorno, che comunque non significa annullare o ignorare gli aspetti umani, o per così dire, sociali e naturali della vita ecclesiale, ma individuare con gli occhi della fede le necessità d’un contesto particolare nel tempo presente.

Quindi, dopo uno sguardo sulla teologia del Vaticano II e sul magistero della Chiesa circa la comunicazione, giungiamo alla conclusione per cui, l’orizzonte comunicativo contemporaneo, deve essere concepito come un cammino di comunione, che al giorno d’oggi viene privilegiato nella dinamica della rete.

Presentiamo qualche criterio da applicare all’azione comunicativa della Chiesa, mediante la comunicazione digitale.

1.     Proiettare la comunicazione a seconda della ecclesiologia

Il Magistero Pontificio sulla comunicazione è in costante aggiornamento come testimonianza del fatto che la Chiesa accompagna il profondo cambiamento del mondo delle comunicazioni.

Già Papa Paolo VI, nella sua visione post-conciliare, aveva sottolineato la grande necessità di utilizzare i mezzi di comunicazione per l’evangelizzazione; celeberrima è la sua frase, ripresa diverse volte dai suoi successori: «La Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al suo Signore se non adoperasse questi potenti mezzi, che l’intelligenza umana rende ogni giorno più perfezionati; servendosi di essi la Chiesa “predica sui tetti” il messaggio di cui è depositaria»[1]; espressione che sottolinea l’importanza della comunicazione, anche se la sua visione dei media è ancora esplicitamente strumentale, propria delle decade Settanta e Ottanta quando ancora si faceva riferimento ai mass media, e la Chiesa utilizzava questi strumenti come altoparlanti.

Verso la metà degli anni Novanta, con la diffusione di Internet e la “mediatizzazione” della cultura, anche il Magistero pontificio inizia un processo di discernimento, in cui si domanda come le nuove tecnologie inizino a cambiare la società, finché il Magistero di Giovanni Paolo II propone un cambio di mentalità e di rinnovamento pastorale di fronte ai media, perché comprende che le comunicazioni sociali pervadano diverse aree di espressione della fede e settori della società; insisti che «i cristiani devono tenere conto della cultura mediatica in cui vivono»[2], non parla più, quindi, di strumenti ma di cultura mediatica come fenomeno che diventa oggetto di riflessione per la teologia.

Grazie anche al luminoso magistero di Benedetto XVI la chiesa iniziò a riflettere sulla “cultura digitale” come una sfida, suggerendo agli agenti pastorali della comunicazione di diventare “diaconi della cultura“; dei suoi otto Messaggi per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, cinque hanno approfondito le sfide del nuovo ambiente di comunicazione formato dalle nuove tecnologie di comunicazione sociale.

Così, non si parla più di strumenti di comunicazione, ma di abitare i nuovi spazi comunicativi creati dalle nuove tecnologie della comunicazione, che per certi studiosi vengono considerati addirittura come estensioni della persona umana.

È proprio così che il magistero pontificio sulla comunicazione è in continuo aggiornamento, e per questo motivo la pastorale della comunicazione nelle chiese locali non dovrebbe rimanere ancorata a paradigmi antichi ma ridisegnata per essere diaconi della nuova cultura comunicativa.

Ecco quindi alcuni elementi che possono essere di utilità per disegnare e fondare una strategia di comunicazione che risponda alle sfide della società odierna.

Quale immagine della Chiesa e quale immagine di Dio comunicare?

Ogni membro della Chiesa, grazie alla sua vita di fede e di preghiera, matura un’esperienza di Dio che configura una immagine di Dio e della sua Chiesa; precisamente questa esperienza influisce sulla maniera d’impostare la comunicazione nella Chiesa, quindi potremmo sintetizzare: dimmi quale ecclesiologia hai nel tuo cuore e nella tua mente, e ti dirò come è la tua comunicazione.

Da un lato esiste il rischio di concepire la Chiesa come una “torre d’avorio”, estranea ai problemi del mondo, e che comunica attraverso bolle pontificie, proclami e sentenze, spesso per condannare o solo per difendersi dagli attacchi. In questa dinamica la comunicazione viene impostata unidirezionalmente, e i media sono concepiti come “altoparlanti”: la capacità di dialogo viene annullata con il rischio – quasi inconscio – di accovacciarsi e isolarsi dalla realtà perché il mondo non è inteso come territorio di missione ma una realtà da sfuggire.

Papa Francesco, spesso sottolinea la sfida di «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo»[3] ricordando che la Chiesa deve uscire verso le periferie esistenziali anche se c’è il rischio di sbagliare; il magistero al riguardo afferma: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze».[4]

Il rapporto tra la Chiesa e la comunicazione non è una questione di tecnologia, bensì tocca la dimensione più intima della vita della Chiesa: cioè la vicinanza e il cammino che ella fa con l’umanità quando gli trasmette la fede; quindi un agente pastorale della comunicazione sarà interpellato della radicalità ed esigenza del messaggio evangelico.

Papa Francesco ci ha ricordato la sua immagine di Chiesa: “un ospedale dopo una battaglia”[5], e cioè un luogo dove le persone guariscono le loro ferite; e che in ogni caso, guarda con simpatia l’uomo e la donna di oggi, che li accompagna a passo di pellegrino; capace di dialogare con loro, come Cristo con i discepoli di Emmaus, perfino entrando nella loro oscurità e nella loro situazione di scoraggiamento, per accompagnarli: «Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute»[6].

Secondo questa ecclesiologia comunicare vorrebbe dire camminare insieme ed assumere un “atteggiamento di dialogo”, rimanendo a disposizione per dare una ragione della nostra fede. Discernendo se, la nostra esperienza di Chiesa – in qualche modo – sia stata responsabile dell’allontanamento di  alcuni figli di Dio; Papa Francesco si domanda a questo proposito: «Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta»[7].

Di fronte a questo panorama bisogna essere una Chiesa capace di andare oltre il semplice ascolto, che accompagna il cammino delle persone, che è in grado di inserirsi nelle loro conversazioni[8]; in sintesi una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme.

Nel discorso alla III Assemblea Straordinaria del Sinodo dei vescovi, Papa Francesco ha usato una potente immagine che non ci lascia indifferenti al momento della pianificazione pastorale nell’ ambito della comunicazione: siamo figli di una «Madre fertile e Maestra premurosa, che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini (cf. Lc 10, 25-37); che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone. […] Questa è la Chiesa, la vera sposa di Cristo, che cerca di essere fedele al suo Sposo e alla sua dottrina. È la Chiesa che non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute e i pubblicani (cf. Lc 15). La Chiesa che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino»[9].

 Presenza cristiana.

Ricordiamo che la presenza cristiana nel campo della comunicazione non è relazionata all’acquisto di strumenti o di tecnologie, o all’avere una conoscenza tecnica sulle nuove tecnologie, è piuttosto il fatto di “abitare cristianamente” i nuovi spazi comunicativi, senza la pretesa di essere gli unici giusti, ma allo stesso tempo ricercando nuove forme per trasmettere la verità; tutto ciò con un atteggiamento di ricerca rispettosa e aperta al dialogo.

Papa Benedetto XVI si riferisce alla ricerca della verità in questi termini:

«Per noi, cristiani, la Verità è divina; è il «Logos» eterno, che ha acquisito espressione umana in Gesù Cristo, il qual ha potuto affermare con oggettività: “Io sono la verità” (Gv 14,6). La convivenza della Chiesa, nella sua ferma adesione al carattere perenne della verità, con il rispetto per altre «verità», o con la verità degli altri, è un apprendistato che la Chiesa stessa sta facendo»[10].

La presenza cristiana sarà critica per non cadere in un ottimismo ingenuo che paragona l’evangelizzazione al “bombardamento” di messaggi religiosi[11], senza la convinzione che il discepolato ha la sua origine nell’incontro personale e comunitario con il Signore.

Le tre priorità della presenza cristiana nella comunicazione sono la comunione, la comunità e il servizio.

Il linguaggio.

Ancora tanti membri della Chiesa, in particolare le generazioni precedenti alle nuove tecnologie, sono rimasti al paradigma comunicativo del pulpito: “io parlo e gli altri ascoltano passivamente”; questo fatto rimane una grande sfida che la Chiesa deve affrontare. Il linguaggio non ha a che fare solo con le parole, ma con il modo con cui la Chiesa mantiene le sue conversazioni, per cui bisogna imparare un linguaggio nuovo che ci permetta di interagire con le nuove forme di conversazioni, in particolare quelle del continente digitale, che hanno cambiato la maniera di comunicare ed interagire: si può parlare, riflettere, approvare o dissentire, criticare o incoraggiare – pensiamo nelle reti sociali –, e i membri della Chiesa devono essere pronti a rispondere e impegnarsi in un dialogo reale.

Mettiamo dunque in evidenza tre atteggiamenti di Papa Francesco: ascoltare, dialogare ed incoraggiare. 

La forma di comunicare          

La Chiesa produce molti testi: encicliche, lettere, interviste. Non c’è dubbio sull’essenzialità dei testi, ma bisogna prendere atto che nel nuovo ambiente comunicativo, la quantità di tempo trascorso su un testo è, in linea di massima, molto breve; quindi è necessario trovare contemporaneamente altri modi conseguenti al nuovo contesto comunicativo.

Storicamente la Chiesa è stata sempre in grado di trovare forme di comunicazione non scritte basate nell’arte e sulla bellezza; in questa nuova era, la Chiesa deve essere creativa per riuscire a “toccare” non solo l’intelletto, ma anche il cuore delle persone. Oggi, tante persone trovano il mondo freddo e difficile, e quindi hanno bisogno di essere raggiunte con un messaggio di incoraggiamento e di speranza. Si rende necessario utilizzare una terminologia semplice per spiegare la fede; senza dare per scontato che le persone conoscano il significato di tante parole che usiamo internamente, pensiamo a termini come: nullità matrimoniale, riconciliazione, infallibilità o scomunicati. Quando gli agenti pastorali parlano alla società della loro fede, di teologia, morale o liturgia bisogna sempre ricordare che parlare con termini difficili non è sinonimo d’intelligenza; un linguaggio che prima di indirizzarsi all’intelletto raggiunge il cuore scaturisce dalla vicinanza che la Chiesa possa avere con la gente.

Testimonianza

Dovremmo ricordare sempre che “La Chiesa non cresce per proselitismo ma «per attrazione»”[12], e pertanto è urgente che i cristiani vivano la vocazione di essere discepoli e missionari; le persone giudicano la Chiesa da ciò che vedono e tante volte da quello che non riescono a capire. La testimonianza è sempre stata un modo privilegiato di comunicare il Vangelo.

«Ogni battezzato è “cristoforo”, cioè portatore di Cristo, come dicevano gli antichi santi Padri. Chi ha incontrato Cristo, come la Samaritana al pozzo, non può tenere per sé questa esperienza, ma sente il desiderio di condividerla, per portare altri a Gesù (cfr Gv 4). C’è da chiedersi tutti se chi ci incontra percepisce nella nostra vita il calore della fede, vede nel nostro volto la gioia di avere incontrato Cristo!». [13]

Una rinnovata consapevolezza di “chi siamo”, ci farà essere autentici, coerenti, e rispettosi verso gli altri: nel modo di comportarsi, in quello che si dice, nella nostra pazienza e tolleranza; in tutto questo le persone percepiranno qualcosa che li spinge a pensare che ci sia qualcosa di genuino che vale la pena conoscere.

La testimonianza potrebbe essere fatta promuovendo la partecipazione attiva nella vita della Chiesa, con un “interattività decentrata”, i laici hanno bisogno di sapere quali dibattiti ci sono in corso e a quali livelli vengono svolti, per assumere la responsabilità di dialogare con altre persone, con un linguaggio e un contesto appropriato e condiviso; in questo modo non solo si sentirà la voce del Papa o dei vescovi, ma anche di ogni membro della Chiesa che si senta libero di rispondere alla domanda: «Chi dite che io sia» (Mt 16, 15-17). Qui stiamo facendo riferimento alla sussidiarietà, visto che non è sano andare al centro per tutto: oggi si pensa globalmente e si agisce localmente; perciò bisognerà fare vedere alle persone cosa sta succedendo all’interno delle Chiese particolari e non solo descriverlo. Purtroppo l’immagine di Chiesa che tanta gente ha in mente è stata segnata solo da fatti dolorosi e negativi, e perciò è necessario mostrare la vita concrea della Chiesa a livello locale, lì dove la Chiesa si preoccupa delle persone, le sostiene, le rafforza e si prende cura di loro.

Formazione

Nell’ambito delle comunicazioni per un agente pastorale, oltre a conoscere la Parola di Dio e la dottrina della Chiesa, è necessario avere alcune conoscenze e abilità personali per entrare in dialogo con le persone, o istituzioni interessate o meno alla Chiesa. Certamente, il campo della comunicazione è vasto, ed è molto difficile avere tutte le conoscenze tecniche specifiche; tuttavia, diventa doveroso che gli agenti della pastorale della comunicazione familiarizzino con gli strumenti odierni. Quindi, per intraprendere una pastorale della comunicazione solida, bisogna essere aperti alla formazione permanente e approfittare – o creare – nuovi spazi di formazione. Non basta la buona volontà.

Ci sono diversi centri di formazione collegati con la Chiesa cattolica e loro rappresentano un’opportunità unica per la formazione effettiva in questo ambito.

2. Potenziare la comunicazione in rete

Siamo partiti dalla convinzione dell’importanza del costruire una comunicazione in rete che risponda al nuovo ambiente comunicativo, come agenti pastorali della comunicazione siamo invitati a promuovere questa comunicazione, con il paradigma della rete, all’interno della Chiesa. Si dovrebbe iniziare dalla comunicazione interna, e quindi con le dinamiche interne del lavoro degli uffici ecclesiali, non si tratta di un aggiornamento delle routine quotidiane secondo i criteri del mondo, ma di sintonizzarsi con le dinamiche di comunione proposte dal Vangelo per il mondo di oggi, diventando discepoli del Signore nel mondo contemporaneo. Per quelle strutture che ancora hanno difficoltà ad aprirsi al lavoro in rete, in questa seconda parte della riflessione si elencheranno alcuni indizi per rompere l’inerzia organizzativa di certe realtà.

La trasformazione del nostro modo di comunicare, ha rivoluzionato anche l’organizzazione del lavoro; le grandi aziende sanno di trovarsi di fronte al dilemma d’innovare se stesse o sparire: qui si parla di creatività, di reinventarsi, anche se non sempre si conosce la modalità appropriata.

Certamente la Chiesa non è una ONG, e la sua sopravvivenza non dipende della rivoluzione tecnologica, ma l’urgenza di un ripensamento organizzativo è evidente, per essere capaci di camminare insieme alle persone.

Questa grande sfida di ripensamento organizzativo coinvolge tutta la pastorale della Chiesa e viene concretizzata partendo dagli organismi più piccoli sino ai più grandi: parrocchie, movimenti laicali, diocesi, conferenze episcopali, congregazioni religiose, ecc.; che, senza essere del mondo, sono nel mondo annunciando il Vangelo e interagendo con esso; il quale presenta un ambiente comunicativo che si è sviluppato rapidamente in una rete di interazioni, fluida, agile e dialogica. Di fronte a questa realtà, tante volte la Chiesa fa fatica a comunicare in rete a causa dei propri blocchi culturali e istituzionali. Quindi cosa fare?

L’equazione “presenza più numerosa = comunicazione migliore” non è più valida per la comunicazione ecclesiale, non solo per la qualità del prodotto di comunicazione, ma soprattutto per la mancanza di coordinamento e di articolazione tra le iniziative, che potrebbero avere maggiore incidenza se diventassero più articolati in gruppi e in rete, con obiettivi comuni definiti.

Deframmentazione del lavoro

La deframmentazione del lavoro all’interno delle istituzioni può certamente migliorare la comunicazione ecclesiale in rete; infatti, oggi tutti i cattolici sono incoraggiati a partecipare dentro le agorà comunicative, dialogando con le persone del nostro tempo e annunciando il Vangelo in queste nuove “piazze”.

Da un lato – a livello individuale – la mentalità è cambiata e così vediamo una grande presenza cattolica nelle reti sociali; ma dall’altra parte, ci sono altre aree della vita istituzionali della chiesa, rimaste internamente invariate e che ancora non vivono in rete; si tratta di strutture ecclesiali ancorate a visioni comunicative ed organizzative caduche, tante volte malate di “gerarcologia”, mentre il mondo si muove all’interno di una “società liquida”, che – certamente – non va incoraggiata ma della quale si deve prendere atto.[14]

Ogni fase storica è stata accompagnata da una ecclesiologia specifica che ha sottolineato il rapporto degli uomini con Dio, da questo rapporto è scaturita una immagine di Dio che alcune strutture della chiesa hanno prolungato a tal punto da vivere con paradigmi scaduti. Da questa esperienza di Dio è nato anche uno stile di comunicazione.

Certamente, tutte le istituzioni ecclesiastiche hanno elementi essenziali che riguardano la loro stessa natura, e che quindi sono “perenni” ed emergono dal nucleo più intimo della Chiesa e dei carismi fondativi, ma tanti altri elementi secondari e superflui sono stati ereditati da altre epoche storiche e si sono accumulati; e, così, diventa urgente discernere gli elementi fondamentali dell’istituzione e garantirne la loro custodia, ma anche spogliarsi degli elementi superficiali e che impediscono l’evangelizzazione: il processo di rinnovamento pastorale richiede di abbandonare la pastorale della conservazione e addentrarsi in una pastorale missionaria, abbandonando le nostre “comfort zone[15].

Aprirsi al cambiamento

Le situazioni che si descrivono a continuazione evidenziano come alcune pratiche organizzative e comunicative, che appartengono al passato, possono ostacolare la pastorale:

 

  • Il responsabile dell’ufficio comunicazione viene a sapere dalla stampa che il suo capoufficio o un vicino ha fatto un’importante pubblicazione;
  • Le date delle riunioni organizzative coincidono con altre, sovrapponendosi perché non c’è una agenda comune;
  • Tutte le informazioni pratiche o importanti per l’istituzione sono centralizzate in una persona che è assente o in vacanza;
  • I capi ufficio dovrebbero lavorare insieme ma non hanno i canali pertinenti, oppure non sono abituati a incontrarsi per confrontarsi nell’organizzazione.

 

Senza dubbio sono situazioni concrete che sono frutto di un paradigma organizzativo che ancora si trova dentro ad alcuni organismi ecclesiali con una maniera predigitale di lavorare caratterizzata da:

 

  • Uffici specializzati che lavorano isolatamente;
  • Tecnologia digitale utilizzata con criteri di lavoro individuale;
  • Mancanza di comunicazione tra i membri di un ambiente di lavoro pastorale;
  • Comunicazione verticale, unidirezionale, all’interno e fuori l’istituzione;
  • Visione solo geografica della interazione con il mondo;
  • Tempi di risposta lenti e scollegati alla società;
  • Calendari particolari degli uffici senza nessun collegamento tra loro;
  • Documentazione propria indipendente tra gli uffici;
  • Separazione tra i livelli decisionali e i servizi di comunicazione;
  • Paura di fornire informazioni.

 

D’altra parte troviamo il nuovo ambiente comunicativo, segnato dalla cultura digitale:

  • Tecnologia selezionata per servire il flusso di comunicazione desiderato;
  • Comunicazione frequente tra i responsabili delle pastorali specifiche e i gruppi pastorali;
  • Promozione del lavoro di squadra e la creatività congiunta;
  • Visione interdisciplinare e multifocali dei problemi;
  • Tempi di risposta brevi;
  • Calendari, agende e documentazione condivisa;
  • Contatto stretto tra i livelli decisionali e i servizi di comunicazione;
  • La trasparenza come una sfida.

È chiaro che questi due modelli di comunicazione organizzativa sono su sponde opposte; nel primo caso, la mancanza di comunicazione tra gli uffici, è evidente: ognuno è collegato o dipende dalla persona o entità responsabile delle decisioni, e non esiste interazione tra loro; nel secondo modello, la persona o istituzione responsabile assume il ruolo importante di trasformarsi in “nodo” di collegamento tra tutti incoraggiando la comunicazione tra i diversi agenti (pastorale) che in certo modo si sentono protagonisti. Questi due modelli coesistono nello stesso periodo storico, ma la necessità di approfondire l’ecclesiologia di comunione per sostenere le dinamiche comunicative in rete si fa sempre più evidente. In questo paradigma, gli uffici di comunicazioni delle chiese particolari o delle comunità sono interpellati a svolgere un ruolo di animazione, con l’obiettivo di creare reti con diversi nodi attivi. Per raggiungere questo obiettivo è essenziale che tra gli attori della comunicazione si raggiungano degli accordi, ad esempio sugli standard di qualità della forma e del contenuto.

Un nodo di comunicazione nella Chiesa viene rivestito di più responsabilità in una rete di comunicazione quando porta avanti attività comunicative di qualità; ad esempio gli uffici diocesani per la loro stessa natura diventano dei nodi di comunicazione e quindi hanno più autorità al momento di fare convocazioni, per corsi di formazione o altri eventi dove partecipano altri “nodi” del panorama comunicativo ecclesiale. Così, abbandonare il paradigma di comunicazione centralizzato, dovrebbe essere scontato.

Questo pontificato riconferma la validità morale di assumersi il rischio di sperimentare nuovi percorsi missionari[16]; così gli agenti della pastorale della comunicazione dovrebbero essere aperti a:

  • Accettare la necessità di una formazione permanente;
  • spogliarsi delle teorie delle comunicazione caduche e rivestirsi delle nuove dinamiche comunicative;
  • imparare a gestire la complessità dell’ambiente comunicativo (essere multi-task);
  • gestire le risposte e l’interazione che si generano nell’ambiente digitale;
  • imparare a gestire e coordinare la pluralità di punti di vista;
  • sperimentare altri linguaggi su piattaforme diverse;
  • rinunciare a una forma verticale del controllo dell’informazione;
  • privilegiare l’autorità morale della coerenza e dare un voto di fiducia ad essa, e non fidarsi ciecamente dell’autorità che viene da una posizione o incarico.

 

Concludiamo sottolineando l’urgenza che i superiori ecclesiastici – primi comunicatori nelle loro comunità – rafforzino gli uffici di comunicazione nelle chiese locali e comunità, appoggiando la celebrazione della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, armonizzando criteri sulla formazione dei futuri pastori nel campo della comunicazione. Azioni che devono essere realizzate capillarmente partendo dalle chiese locali e dalle comunità, passando per le entità nazionali o regionali, fino ad arrivare alla Santa Sede che porta avanti, non senza fatica, la riforma dei media vaticani.

 

*Ariel Beramendi è giornalista e dottore in Teologia

ariel.beramendi@gmail.com

[1] Paolo VI, Evangelii Nuntiadi, 45.

[2] Giovanni Paolo II, Rapido sviluppo, n. 8.

[3] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 20

[4] Ibid. n. 49.

[5] Francesco, Intervista del Direttore a Papa Francesco, in “La Civiltà Cattolica” 2013 III, pp. 449-477.

[6] Cfr. Francesco, “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, messaggio per la XLVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, (24/01/14).

[7] Francesco, Discorso all’episcopato brasiliano, (27/07/13), n.3.

[8] Ibid.

[9] Francesco, Discorso a conclusione della III Assemblea Generale Estraordinaria del Sinodo dei vescovi, (18/10/2014).

[10] Cfr. Benedetto XVI, Discorso al mondo della cultura, (12/5/10).

[11] Cfr.  Francesco, “Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, (24/01/14).

[12] Cfr. Benedetto XVI, Omelia, (13/5/2007).

[13] Cfr. Francesco, Discorso ai partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione, (14/10/13).

[14] Z. Bauman, Modernidad líquida. Fondo de Cultura Económica España, Madrid 2002.

[15] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 20.

[16] Francesco, Evangelii Gaudium, n. 49.